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Nuovo conto corrente: difficile scelta!

Possedere un conto corrente è ormai diventata una necessità, soprattutto ora che il Governo, sotto la pressione delle linee guida europee, ha introdotto nuove misure finalizzate ad incentivare il pagamento attraverso bancomat e carte di credito. Le proposte a disposizione sono numerose, così come le offerte promozionali reclamizzate dalle banche e dagli istituti di credito. Ma quale tipo di conto scegliere? Come risparmiare? E in basi a quali punti di riferimento orientarsi, al fine di trovare la soluzione più idonea al proprio profilo?

Al momento della decisione di aprire un conto, è opportuno riflettere in base a particolari criteri, che consentiranno di risparmiare sulle spese. Chi effettua numerosi bonifici o richiede vari accreditamenti bancari, utilizzando spesso la carta di credito, potrà avvalersi di un conto a canone fisso con incluse le operatività avanzate: se da una parte è vero che questi servizi non saranno messi a disposizione in forma gratuita, dall’altra parte si avrà la garanzia di poter usufruire di funzioni efficienti abbinate ad un’assistenza di buon livello da parte dell’istituto bancario.

Chi invece non necessità di particolari servizi, potrà optare per conti correnti a canone ridotto, valutando anche l’opzione di un conto da gestire esclusivamente online a zero spese, tramite le operatività di home-banking. In questo caso, si potranno effettuare delle operazioni di base, si disporrà generalmente di una carta di credito (per quanto essenziale) e si potrà prelevare contante dagli sportelli ATM, a volte senza incorrere in costi di commissione ritirando denaro da bancomat appartenenti ad altre banche. Questa soluzione si rivela adatta a studenti e giovani che ancora non possiedono un lavoro fisso, ma che necessitano di una carta e di un conto per le transazioni online.

Per rendersi conto è importante confrontare le varie opzioni, servitevi quindi di canali come Facile.it che permette di scegliere il conto corrente a zero spese più adatto alle tue esigenze; da tenere presente anche come e quanto spesso sarà utilizzato, sulla necessità o meno di abbinarlo ad una carta di credito (in alternativa, si potrà optare per una semplice carta di debito, o bancomat, più economica o gratuita) e sulle funzioni aggiuntive di cui si potrà aver bisogno. Chiarendo queste idee, si potranno calibrare meglio le aspettative evitando di sprecare soldi e massimizzando il risparmio. Dati statistici dimostrano infatti che un gran numero di utenti italiani paga un canone proporzionalmente elevato in rapporto all’effettivo uso del conto, le cui funzioni risultano così sotto-utilizzate.

Preziosi alleati nell’individuazione delle scelte più vantaggiose sono i portali di comparazione delle tariffe, che presentano le offerte aggiornate degli istituti di credito e consentono un confronto dei loro costi e dei servizi proposti. Inserendo nel motore di ricerca i parametri desiderati, si potranno valutare le diverse soluzioni, al fine di scegliere la migliore.
 

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Granarolo, quando l’educazione diventa progetto educativo

Educare al cibo si può e si deve. Se è vero che mangiare è un atto spontaneo – così come respirare – è anche vero che ‘mangiare bene’, tanto spontaneo non è. Soprattutto oggi. Ecco perché l’impegno di  Granarolo sul fronte dell’educazione all’alimentazione e al consumo consapevole, si muove in linea con le esigenze della società attuale.

Qual è stato il più importante spartiacque nella storia dell’alimentazione contemporanea? Sicuramente il Dopoguerra e il passaggio agli anni del Boom Economico: una transizione in parte traumatica, perché – come la storia insegna – non solo le crisi sono foriere di traumi. Per quanto riguarda le abitudini alimentari, per esempio, gli anni successivi al Boom Economico, hanno provocato forti cambiamenti
Ecco perché, quando si parla di alimentazione, oggi è utile battersi almeno su due fronti: lotta alla fame, nei paesi in via di sviluppo ed educazione a una dieta corretta per quanto riguarda un Occidente obeso, in cui il tanto sbandierato benessere rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Lotte diverse, quindi, ma con un preciso denominatore comune: l’importanza del consumo consapevole.

Su questo terreno, a battersi non ci sono solo soggetti pubblici ma anche – deo gratia, vista la vastità della problematica – alcuni soggetti privati, tra cui Granarolo. L’azienda ha scelto di supportare la campagna ‘Guadagnare Salute’ con la diffusione di opuscoli informativi e progetti educativi rivolti alla popolazione e in particolar modo ai soggetti più giovani, quelli costituzionalmente propensi a un cambiamento comportamentale che, partendo dalla tavola, potrebbe arrivare lontano.

Non è un caso infatti – ed è in questo senso che si parlava di consumo consapevole – che oltre 10 anni fa l’azienda abbia sostenuto un progetto che spostava il focus oltre frontiera: anzi, oltremare. Con ‘Africa Milk Project’ (un progetto di cooperazione internazionale per l’autosviluppo) l’azienda ha svolto un ruolo di primo piano nella nascita di una realtà tanzaniana- la Njombe Milk Factory – che è riuscita a migliorare il livello di produzione di latte nella regione, creando al tempo stesso nuovi posti di lavoro.

Peraltro, a differenza di quanto si pensi, l’emergenza latte non riguarda solo i paesi in via di sviluppo. In Italia, per esempio, molti bambini nascono prematuramente e si trovano a dover fare a meno del latte materno. Le banche del latte nascono proprio per far fronte a questa esigenza: in Italia ne esistono 26, tutte pubbliche. Tranne ‘Allattami’, la Banca del Latte Umano di Bologna, nata nel 2012 su iniziativa di Granarolo e del Policlinico Sant’Orsola.

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Lione: una delle meraviglie francesi

La Francia è una meta strepitosa per chiunque abbia intenzione di trascorrere una vacanza all’insegna delle bellezze artistiche, architettoniche e culturali, senza per questo rinunciare a elementi moderni e alla voglia di fare baldoria durante la movida notturna. Da questo punto di vista va specificato che Parigi, pur essendo una delle metropoli più famose e romantiche d’Europa, non è certo l’unica meraviglia che la Francia può offrire ai viaggiatori di tutto il mondo: Lione, in particolare, potrà rivelarsi una sorpresa inaspettata per molti di voi. E convincervi che le città meno sponsorizzate sono spesso le più belle e fascinose. Vediamo insieme perché visitare Lione e quali aspetti della città scoprire.

Lione, la capitale dei contrasti

Non è un caso che il capoluogo del Rodano-Alpi venga considerato come la capitale dei contrasti: al suo interno, infatti, è possibile ritrovare una tradizione frutto di numerosi intrecci di culture diverse, che hanno creato un vero e proprio capolavoro che diviene ogni anno oggetto di foto e documentari. Perché Lione è innanzitutto questo: una diva che non ama farsi tanta pubblicità, ma che non sa resistere alle attenzioni dei paparazzi. Il consiglio è dunque di non lasciarsi scappare l’occasione di visitare questa splendida cittadina, alloggiando in un Hotel a Lione centro; il sito Accorhotels.com ve ne consiglia alcuni molto centrali, in modo da avere la possibilità di muovervi agilmente fra i suoi affascinanti e caratteristici quartieri.

I quartieri di Lione: dalla storia alla seta

Lione è famosa soprattutto per la grande varietà stilistica e culturale dei tanti quartieri che animano la vita del capoluogo francese. Come ad esempio il quartiere di Saint-Jean, appartenente alla zona rinascimentale e caratterizzato ad un’architettura gotica e da edifici magnifici quali la Cattedrale di Saint-Jean, la Basilica di Fourviere, la Fontana di Cristo e la Scuola del Canto Corale. Dal Saint-Jean, poi, è davvero semplice raggiungere la zona più antica di Lione, resa affascinante dalla presenza dei cosiddetti ‘traboules': passaggi pedonali sotterranei sovrastati da tetti antichi e dal sapore fortemente gotico-rinascimentale. Da non perdere, in questa zona, la Thomassin, antichissima struttura nota in tutto il mondo per i mostri di pietra presenti sulla sua facciata. A Fourviere, poi, il consiglio è di non perdervi la salita di 798 scale del Carmen Dechausses.

Altrettanto entusiasmante il Quartiere della Seta dove, ai tempi di Francesco I, si fabbricavano stoffe preziose note in tutto il globo. Le tradizioni artigianali del Quartiere della Seta vengono gelosamente conservate dai suoi abitanti e dai tanti laboratori e musei del calibro della Maison des Canuts e della Soierie Vivante. Ma questo quartiere è famoso anche per le sue meravigliose piazze, come la piazza Colbert e la Tolozan, ricche di costruzioni dall’alto valore storico e culturale.

Dagli affreschi di Trompe-L’Oeil all’Età del Bronzo

Se è vostro desiderio perdervi in un viaggio che vi possa offrire luoghi ed esperienze memorabili, non potete mancare l’appuntamento con gli affreschi di Trompe-L’Oeil, con oltre 430 dipinti esposti in mezzo alle strade. Inoltre, nei pressi della stazione di Jean Jaures, potrete anche trovare il meraviglioso affresco Lumiere, dedicato ai fratelli francesi che inventarono il cinematografo. Ma l’arte di Lione non si esaurisce certo nei muri delle sue strade: all’interno del Museo dell’Arte di Lione, infatti, troverete le famosissime sculture di Rodin, fra cui la nota Età del Bronzo.

La gastronomia a Lione

Lione è una città meravigliosa anche da un punto di vista gastronomico, in grado di soddisfare anche i palati più fini ed esigenti. La città è infatti considerata dai cuochi più rinomati la capitale dell’enogastronomia francese: e non è poco, considerando che la Francia è assolutamente al top per quanto riguarda cibo e vini. Dai classici bouchon allo street food, passando per i ristoranti traboccanti di stelle Michelin, Lione farà sognare le vostre papille gustative.

 

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Va dove ti porta… l’e-commerce!

Crisi dei consumi o cambiamento? Se a livello internazionale il sistema retail registra i contraccolpi della crisi, dall’altra le vendite su web sembrano sviluppare un’interessante controtendenza. Anche in Italia, dove sono molti – oggigiorno – coloro che scelgono di ottimizzare le tempistiche, acquistando online. D’altra parte, il tempo è tiranno (oggi più di ieri) e il successo dell’e-commerce si deve in buona parte a questo. Non solo, però.

Se oggi anche gli Italiani – che tanto amano il rapporto personale con il venditore – comprano spesso e volentieri online, il motivo non va individuato solo nella necessità di risparmiare tempo, ma anche in una maggior consapevolezza che induce il consumatore a pensare al proprio acquisto in un’ottica diversa rispetto al passato: basandosi più sul confronto fra offerte differenti, lasciandosi meno ammaliare dal canto delle sirene della pubblicità. Da questo punto di vista, la rivoluzione dei consumi va di pari passo con il cambiamento radicale che ha letteralmente ribaltato il mondo dell’informazione negli ultimi decenni. L’era di internet, tanto per intenderci.

Di e-commerce si parla spesso in modo indifferenziato. Eppure il settore, è molto più diversificato di quanto sembri a un primo colpo d’occhio. Ecco, per esempio, alcuni fra i principali tipi di e-commerce. Spulciando le diverse categorie, è possibile anche farsi un’idea di come il settore stia evolvendo verso una sempre maggior centralità del consumatore.

B2B (Business to Business): una branca che generalmente non interessa il consumatore. Si tratta, in parole povere, di transazioni commerciali tra aziende: vengono spesso gestite offline e riguardano importi piuttosto elevati.

B2C (Business to Consumer): il ramo decisamente più sviluppato e interessante per i consumatori. Riguarda l’acquisto di beni (e talvolta di servizi) da parte del consumatore. Le possibilità sono praticamente infinite, tanto che la tipologia può ulteriormente essere suddivisa in e-commerce veri e propri e in aggregatori di e-commerce (dove, giusto per intenderci, non è possibile concludere la transazione direttamente sul portale). Al settore B2C, appartengono numerosi e-commerce dell’ambito fashion – moda e gioielli – tanto nostrani quanto internazionali, come TwinkleDeals.com, SammyDress.com o Dawanda.com. Nell’ambito, iniziano inoltre a prendere piede anche e-commerce per settore merceologico, come AcquistaBoxDoccia.it specializzato nella vendita di box doccia, piatti doccia e idromassaggio.

C2C (Consumer to Consumer): avete presente eBay.it? Ecco. L’esempio vale più di mille definizioni. Il C2C è un modello i cui il sito si limita – di fatto – a gestire le transazioni tra consumatori.

C2B (Consumer to Business): l’ultima categoria, la più recente e la meno sviluppata (solo per ora). Il settore funziona pressappoco così: il consumatore stabilisce il prezzo che è disposto a pagare e l’azienda vede se accettarlo o meno. Un esempio? Priceline.com

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Obsolescenza? No grazie. Manuale di sopravvivenza per consumatori

“Uno spettro si aggira per il mondo”, potremmo dire parafrasando Karl Marx. In questo caso, però, lo spettro in questione non è affatto il comunismo ma l’obsolescenza: termine tutt’altro che giovane, ma che in effetti ha iniziato a circolare e a moltiplicarsi in rete da poco. In economia industriale se ne parla per indicare una strategia messa a punto per determinare il ciclo vitale di un prodotto, così da renderne la cosiddetta ‘vita utile’ limitata a un periodo prestabilito. Che puntualmente dura sempre meno.

Detto in pillole (e spostando il focus sul consumatore), il mercato tende a sfornare prodotti che durano sempre meno, in modo da spingere il consumatore ad acquistarne costantemente di nuovi. Non si tratta di complottismo (questa è la brutta notizia), ma di una realtà documentata. Obsolescenza, o meglio: obsolescenza programmata se vogliamo essere precisi.

Questo tipo di strategia ha anche una data di nascita e una di battesimo. Nel 1924, la lobby dei principali produttori di lampadine – accorpati sotto l’insegna del cartello Phoebus – si riunì per limitare di comune accordo la durata delle lampadine a incandescenza a 1000 ore di esercizio (ai tempi, la durata era decisamente maggiore). Otto anni dopo, il termine obsolescenza pianificata venne utilizzato pubblicamente per la prima volta, quando Bernard London – mediatore immobiliare – propose che questa strategia venisse imposta per legge a tutte le imprese americane, in modo da risollevare i consumi nell’era della Grande Depressione. A 80 anni di distanza, la situazione non è cambiata, anzi: l’obsolescenza resiste e si è diffusa a macchia d’olio, trasformandosi in un vero e proprio modus operandi, complice la globalizzazione.

Eppure una buona notizia c’è: l’obsolescenza programmata esiste – non si può dire di no – ma è anche vero che se la conosci, la eviti. E il consumatore attuale, sempre più informato e consapevole (quel consumatore, tanto per intenderci, che quando acquista un prodotto legge l’etichetta più che farsi influenzare dalla pubblicità), ha tutti gli strumenti per poter mettere a punto una sua controstrategia. Scegliendo oculatamente il proprio acquisto, per esempio: evitando di seguire acriticamente il canto delle sirene della pubblicità e basandosi su altri canoni, come la possibilità di conoscere la durata effettiva dell’acquisto e la reperibilità dei ricambi.

Molte aziende vendono ricambi anche online di elettrodomestici sia piccoli che grandi: in questo modo, è possibile non cedere all’acquisto di un prodotto nuovo ma riparare e riutilizzare l’elettrodomestico che già si ha. I ricambi, quindi, stanno pian pian rivoluzionando il mercato degli elettrodomestici e stimolando le aziende ad essere sempre più propense a fornire pratiche e veloci soluzioni. Anche online questo fenomeno sta spopolando: numerose sono le aziende che vendono online ricambi originali Vorwerk, Samsung e molto altro.

Insomma, il punto è proprio questo: i ricambi, la possibilità di reperirli e di riparare un prodotto, anziché scadere nella sindrome ossessivo-compulsiva che porta ad acquistare continuamente qualcosa di nuovo, riempendo le discariche di rottami (leggi “inquinamento”, anche se in questa direzione si è fatto molto). E, come si suol dire, “chi più spende meno spende”, ovvero: anche le vostre tasche vi ringrazieranno.

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Arriva a Faenza il Festival Comunità Educante

DAL 4 AL 10 APRILE LA PRIMA SETTIMANA FAENTINA SULL’EDUCAZIONE

Era stato annunciato addirittura con oltre un anno di anticipo – a marzo 2015 – per poter avviare un percorso partecipativo che ha coinvolto numerosi enti educativi del territorio: associazioni, cooperative sociali, parrocchie, società sportive, circoli culturali…

Lo spirito del Festival Comunità Educante è ben riassunto nell’antico proverbio africano che recita:
“Per educare un fanciullo serve un intero villaggio.”
Lo scopo del Festival, infatti, è quello di portare una ventata fresca di pedagogia per fare riflettere la città, gli insegnanti, le famiglie e tutti coloro che a vario titolo operano in campo educativo.

Palazzo Manfredi è stato coinvolto e ha sposato in pieno l’iniziativa, promossa dalla Cooperativa Sociale Kaleidos. “L’intento – spiega Michele Dotti, coordinatore del Festival- è quello di portare l’intera comunità faentina e dei comuni limitrofi, per una settimana, a riflettere e mettersi in gioco sul tema dell’educazione, organizzando iniziative con tutti gli attori educativi del territorio e portando anche numerosi ospiti speciali da tutta Italia con l’obiettivo di arricchire le competenze di tutti i soggetti coinvolti, mettendo in rete le realtà esistenti e cercando anche nuove sinergie possibili.”

Il Festival sarà promosso attraverso molteplici linguaggi espressivi: workshop e laboratori nelle scuole, momenti di formazione con insegnanti, educatori, famiglie… ma anche spettacoli di musica, teatro, cinema, ceramica, pittura , magia, graffiti ed eventi ludici di piazza.

Saranno centinaia gli eventi, consultabili a breve nel programma definitivo del Festival.

Sabato 9 aprile ci saranno anche House Concert diffusi per tutta città. Nei giardini, nei cortili delle case, nelle taverne e in altri luoghi di “altro fare” con l’intento di creare luoghi di senso per l’arte e l’incontro.

La città verrà inoltre riempita di installazioni creative nell’arredo urbano, attraverso la cosiddetta “fun theory”, che punta sullo stupore, sulla meraviglia e sul divertimento per risvegliare il bambino che c’è dentro ad ognuno di noi e promuovere partecipazione attiva, stimolando riflessioni fra i cittadini.

La cornice del Festival Comunità Educate si rifà al significato originario del termine “educare”, dal latino “ex-ducere”, cioè “tirare fuori”, ovviamente il meglio, di quanto si trova dentro ad ogni persona.

Un’educazione, quindi, non omologante, ma che sappia al contrario fare delle differenze un valore da coltivare con cura. Vi sono innumerevoli esperienze virtuose a livello locale così come in altre parti d’Italia e anche all’estero che vanno in questa direzione, che abbiamo invitato -grazie anche ai numerosi partner del Festival – perché possano essere per tutti spunti di riflessione e ispirare buone prassi educative.

Scopri il Festival su www.festivalcomunitaeducante.it.

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Tornano i Click Days dell’Università Niccolò Cusano

Sono ripartiti i Click Days promossi dall’Università Niccolò Cusano di Roma, un progetto volto a permettere a cento maturandi di far valere il loro diritto allo studio, tante volte professato ma non sempre rispettato nel nostro Paese.
Il progetto prevede l’erogazione di cento borse di studio che andranno a coprire completamente i costi delle tasse universitarie sia per i tre anni del percorso di laurea, sia per i due anni della specialistica, coprendo una durata totale di cinque anni. In questo modo, i vincitori di tale borsa potranno seguire il percorso formativo completo.

L’iniziativa è partira il 20 gennaio e durerà fino al 28 febbraio alle ore 24. Saranno vagliate solo le domande che giungeranno regolarmente compilate entro i tempi stabiliti e che verranno spedite all’indirizzo PEC dell’Università (unicusano@pec.it) dagli indirizzi PEC dei candidati. Le prime cento domande che arriveranno si aggiudicheranno le borse di studio. L’iniziativa è valida per coloro che hanno conseguito la maturità nell’anno accademico 2015-16 presso una scuola del Comune di Roma o provincia.

Una volta conquistata la prestigiosa borsa di studio, però, sarà anche necessario mantenerla. Infatti, i borsisti dovranno dimostrare di avere ogni anno raggiunto il massimo dei crediti disponibili e presentare una media non inferiore al 24/30. Inoltre, i fortunati vincitori dovranno dedicarsi anima e corpo alla vita universitaria: dovranno seguire i corsi nei giorni prestabiliti ed effettuare gli accessi alle piattaforme virtuali, partecipare attivamente sia alla redazione del quotidiano on line, tramite la scrittura di articoli e approfondimenti, sia all’attività in radio; dovranno attivarsi nella divulgazione e comunicazione delle offerte formative dell’Università, organizzando eventi e utilizzando anche i propri profili social personali.

La scelta delle facoltà è ampia: si passa dal settore umanistico, con la Facoltà di Giurisprudenza, a quello economico, con la Laurea di Economia Aziendale e Management o Scienze Economiche, o il campo scientifico, con la Laurea di Ingegneria Civile o Industriale, la quale prevede varie diramazioni (Ingegneria Industriale Meccanica, Biomedica, Elettronica, Gestionale e AgroAlimentare).

I Click Days rappresentano un’importante investimento sui giovani, una prova di fiducia nelle loro capacità e nella loro voglia di apprendere e formarsi. L’ateneo appare uno dei pochi che ha concretamente lavorato per garantire il diritto allo studio dei giovani, che spesso sono presi dalla confusione e dall’incertezza del futuro e, appena usciti da scuola, si sentono impreparati ad affrontare scelte importanti, magari intimoriti dalla paura di sbagliare.



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Sicurezza e agilità: armi vincenti del metodo PayPal

PayPal diventa maggiorenne. Una soglia, la maggiore età, che la società made in USA ha festeggiato in anticipo, nel 2015, tagliando il cordone ombelicale che la legava a eBay. Sembra strano, sono passati 18 anni dall’anno di nascita di quello che ancora oggi si distingue come uno dei più innovativi sistemi di pagamento. Non era scontato che – a distanza di quasi un ventennio – la diffusione di PayPal fosse così capillare ed estesa. Di fuochi d’artificio, nel mondo dell’innovazione, se ne vedono ogni giorno e spesso non è facile distinguere una trovata geniale dalla pura e semplice aria fritta. Ciò che fa la differenza, è il tempo: l’unica cosa che può realmente testare la validità di un’idea innovativa. Ecco perché vale la pena di fare un salto nel passato (prossimo), monitorare i primi passi di PayPal e partendo da questo esempio, vedere quanto si è voluto il mondo delle transazioni online negli ultimi 20 anni.

Correva il lontano ’98 quando Peter Thiel e Max Levchin fondarono PayPal. L’idea di base? Creare un metodo attraverso cui fosse possibile effettuare transazioni senza dover condividere i dati della propria carta con il destinatario del pagamento. In un momento in cui iniziava a lievitare il sistema dei pagamenti online, l’idea era geniale perché mirava direttamente a quello che da subito si configurava come il tallone d’Achille delle transazioni online: la truffa. Lo sa bene chi è stato vittima di una delle più diffuse frodi informatiche: ilphishing, un sistema che negli anni ha mietuto parecchie vittime. Nell’ambito di questo quadro, il metodo PayPal ha spopolato proprio perché creava le condizioni per consentire agli utenti di stare tranquilli.

Così, negli anni PayPal è cresciuta, continuando a monitorare la sicurezza delle transazioni, espandendosi oltre i confini degli USA, raggiungendo i commercianti di 203 mercati del mondo,  consentendo ai propri utenti di accettare pagamenti in 100 valute, trasferire fondi sul proprio conto bancario in 57 valute e gestire il saldo del conto PayPal in 26 valute. Con l’aggiunta di un team che garantisce ai clienti assistenza in 20 lingue diverse 24 ore su 24. Mica pizza e fichi.

Non stupisce quindi che la società abbia ampliato in modo così ipertrofico il suo mercato. Ne sanno qualcosa anche gli enti di beneficienza e le organizzazioni umanitarie, che – proprio grazie all’agilità e alla credibilità di un sistema che facilita le operazioni abbreviando i tempi – hanno visto crescere le donazioni, maturando un fatturato che nel 2014 ha raggiunto somme senza precedenti.

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L’industria del lusso e l’Italia, fra tradizione e innovazione

Il lusso ci salverà. Suona paradossale – e in fondo lo è – ma sono molte le ricerche che portano a conclusioni simili. In questi difficili anni di transizione, che vanno oltre la pura e semplice crisi, l’industria del lusso rimane uno dei volani economici del vecchio continente e dell’Italia, of course, che in questo ambito continua a perpetuare e sviluppare un primato che data secoli di storia.

Entro il 2020, in Europa l’industria del lusso dovrebbe arrivare a fatturare 900 miliardi di euro, dando lavoro a circa 2,2 milioni di persone: parola di ECCIA (European Cultural and Creative Industries Alliance). Ciò che è certo, è che il settore genera il 3% del PIL del Vecchio Continente, il quale esporta oltre il 70% dei beni di lusso prodotti a livello mondiale. Le cifre fanno riflettere e mostrano come il settore rappresenti un vero e proprio key driver in fatto di occupazione e competitività: aspetti che in una congiuntura economica complessa come l’attuale, spiccano in modo particolarmente marcato.

In tutto questo,l’Italia non rimane certo a guardare. D’altra parte si sa: creatività ed eccellenza costituiscono il nocciolo duro del made in Italy e da sempre l’industria italiana del lusso ha riscosso consensi di portata planetaria. Tuttavia, se tutto questo è risaputo, il fatto che il settore avrebbe mantenuto e incrementato la vitalità originaria, era senz’altro meno scontato. Eppure, dati alla mano, risulta chiaro come negli ultimi anni – tra licenziamenti di massa e aziende che chiudevano i battenti – il Bel Paese abbia saputo contrastare la crisi in buona parte basandosi su due punti di forza che si rifanno alla tradizione: la piccola e media impresa a conduzione familiare e l’industria del lusso, appunto.

Il che, non vuol dire rimanere ancorati al passato. Tradizione e innovazione non sono sinonimi, ma nemmeno per forza contrari e in determinate situazione possono andare a braccetto. Prendiamo l’e-commerce (per esempio): un ramo in netta espansione anche in Italia, che negli ultimi anni ha iniziato a veicolare anche settori storicamente refrattari come il mercato diffidente ed esclusivo del lusso. Anni fa, poteva sembrare fantascienza, ma oggi possiamo trovare anche orologi e gioielli online. Segno che, se da una parte è vero che la tradizione continua a remare forte, dall’altra la competitività spinge sempre più nel senso dell’innovazione.

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Quando la buona politica fa meno notizia…

Ha solo 30 anni e svolge il suo ruolo di sindaco part-time, mantenendo il suo lavoro principale. Per la sua amministrazione comunale percepisce uno stipendio mensile di circa mille euro al mese, come previsto dalla legge per chi è già dipendente, e non percepisce rimborsi di alcun tipo, volontariamente, né per sé né per la sua giunta. Siamo a Robbio, comune virtuoso della provincia di Pavia. Contrariamente all’accezione comune, amplificata dai mass-media e da notizie come i ladrocini ripetuti e perpetrati dai nostri politici con stipendi da favola e rimborsi ben oltre il limite dell’indignazione a danno dei cittadini (e a cui siamo ormai assuefatti), esistono anche casi di buon governo nel rispetto di basilari regole morali ed etiche.

Viviamo in un’epoca in cui, nonostante alcuni indicatori positivi, la ripresa stenta a decollare. La disoccupazione è ancora elevata, ancora morde, e vengono continuamente chiesti sacrifici agli italiani, sarebbe più che mai atteso il buon esempio proprio da chi, invece, legifera a proprio favore (il parlamento) assegnandosi indennità da capogiro. Con lo stesso spirito dei padri della nostra costituzione sarebbe quanto mai auspicabile che certe cariche fossero ricoperte non per ingordigia di potere e denaro, ma con vero spirito di servizio per portare soluzioni e benessere a tutta la collettività.

Il caso del sindaco di Robbio, Roberto Francese, appartenente ad una lista civica indipendente, rappresenta uno dei tanti casi di buona politica italiana.

Il sindaco e la giunta comunale hanno rinunciato, per coerenza e passione per ciò che fanno, a tutti i rimborsi relativi a telefono, auto, pranzi e viaggi.

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Design e strategie aziendali oggi vanno di pari passo

Recentemente anche le aziende italiane hanno iniziato ad adottare la disciplina del design management, come supporto per una gestione ottimale dei processi aziendali. Ma in cosa consiste esattamente questa nuova disciplina e come può essere strategica per lo sviluppo dell’azienda?

Quando si parla di design management si intende un insieme di strumenti e regole che attingono a dei metodi ereditati direttamente dal design. Le metodologie di lavoro del design puntano alla semplificazione e rendono più semplice l’utilizzo di processi alternativi. Il Design Manager è ancora una figura piuttosto rara sul mercato italiano, mentre nei paesi anglosassoni il design management è una pratica consolidata e matura. Anche se in ritardo rispetto ad altri paesi europei anche le grandi aziende italiane si stanno orientando sempre di più verso questa nuova e vincente disciplina. Questo ha fatto sì che molte figure professionali con formazione in progettazione, gestione o business si siano rivolte a dei master in design management, per apprendere a sviluppare il design come risorsa all’interno della grandi aziende.

Il design ha tra i suoi obiettivi quello di soddisfare dei specifici bisogni sociali e guarda costantemente al mercato, cogliendone subito i segnali di cambiamento. Il suo approccio qualitativo favorisce la consistenza e la permanenza di un valido progetto nel tempo. Se tutti questi strumenti strategici vengono messi a servizio di un’azienda, il risultato immediato è che essa può analizzare e ripensare i propri processi interni, proiettarsi su un’innovazione incrementale basata su piccoli progetti alla portata di tutti. Attingendo ai principi del design si possono approfondire e rendere più efficaci le relazioni tra le varie figure professionali presenti in un’azienda; allo stesso modo tutte le competenze in campo, compresi fornitori e collaboratori, vengono sfruttate al meglio per realizzare nuovi progetti che mirano ad incrementare le capacità produttive dell’azienda.

Per capire la metodologia del design manager bisogna pensare ad una combinazione di competenze che lavorano all’unisono e attingono l’una dall’altra. Se un progetto innovativo fosse gestito solo da un progettista ne risulterebbe un mero prodotto di marketing come qualunque altro presente sul mercato; ma anche se il progetto fosse creato solo da un designer il risultato sarebbe un classico concept di un servizio o di un prodotto. Ecco perché il design manager agisce unendo le mission del designer e dell’imprenditore, quindi lavorando parallelamente sulla linea del design e del management. Solo con questa metodologia esso arriva a formulare un progetto efficace che è un insieme di elementi di marketing e di design, frutto delle competenze di più figure professionali.

Spesso le aziende sviluppano degli ottimi progetti di marketing che però sono fini a sé stessi, fruttano un buon fatturato per un certo lasso di tempo, procurano buoni risultati in termini di visibilità, ma esauriscono rapidamente il loro ciclo di vita. Occorre quindi rimettersi a lavoro e reinventarsi ogni volta, mentre attraverso il design management è possibile realizzare progetti più ambiziosi, destinati a stazionare per lungo tempo nel mercato. Questo perché il progetto sarà il frutto di un intenso lavoro di ricerca, di cambiamento degli standard qualitativi, di ottimizzazione dei processi produttivi, in cui diverse figure hanno collaborato con profonda consapevolezza del percorso intrapreso.

Anche se inizialmente la strategia del design management può sembrare molto faticosa e difficile da applicare, oggi è impensabile lavorare per lo sviluppo di un’azienda ignorando le soluzioni innovative che solo il design può apportare. Anche i vertici di molte aziende italiane, negli ultimi anni, hanno capito che orientarsi verso il design significa investire su un futuro lungimirante dell’azienda stessa.

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Charlie Hebdo un anno dopo: i momenti e le storie al di là della tragedia

Un anno fa il terribile attentato alla redazione di Charlie Hebdo. Oggi tutti i media ricordano la tragedia, ma spesso si dimenticano i cambiamenti, le reazioni e le storie positive che ne sono scaturite. Alcune di queste storie le trovate nel nuovo ebook “Buone Notizie – Il 2015 che i media non vi hanno raccontato”. Clicca qui per scaricare l’anteprima gratuita…

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Da dove possiamo iniziare per costruire un mondo migliore quest’anno?

Il nuovo anno è cominciato e, chi più chi meno, molti di voi hanno già stilato la lista dei buoni propositi. Come ogni anno. Qual è l’obiettivo più importante che vi siete prefissati per il 2016? Mettere fine alla fame o azzerare la soglia di povertà nel mondo? Fermare i cambiamenti climatici o raggiungere l’eguaglianza tra i sessi? Credete che tutto questo non sia possibile? Vi sbagliate. E’ tutto spiegato in questo video…

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Ecco come cambiano la televisione e il suo pubblico

Tempi duri per la TV? Il dibattito suscitato dall’arrivo di Netflix in Italia ha reso lecito chiedersi quanto il piccolo schermo sia al passo con i tempi nell’era del compulsivo binge watching innescato dallo streaming online on demand. Eppure, Netflix Italia stesso aveva dichiarato in prima battuta che il servizio non si sarebbe posto come sostitutivo, ma come alternativa ai servizi di streaming già esistenti (Sky Online e Infinity) e alle TV a pagamento (Sky e Mediaset Premium). Una dichiarazione perfettamente aderente alla realtà, che rispecchia il modo in cui – anziché tramontare – il piccolo schermo ha dimostrato di saper cambiare. E tanto. D’altra parte, il processo era d’obbligo, dal momento che prima ancora che la televisione, il primo a cambiare è stato il pubblico televisivo.

Siamo lontani dai tempi in cui guardare la TV significava parcheggiarsi sul divano e sorbire in modo passivo e totalmente acritico tutto ciò che il piccolo schermo propinava. Il pubblico del presente (e presumibilmente del futuro) è andato incontro a una trasformazione radicale: gli spettatori, si sono cioè trasformati in fruitori proattivi, con gusti ed esigenze precise. Un fenomeno che nasce in stretta relazione con la rivoluzione di Internet: la disponibilità di un sapere diffuso che ha mutato alle radici non solo il modo di informarsi, ma anche di intrattenersi. L’internauta è tale anche quando non utilizza internet. Quindi, anche quando fruisce di un film o di uno spettacolo televisivo.

E’da questa rivoluzione che è nato – negli ultimi anni – il concetto di TV on demand, cioè la moderna televisione interattiva, che presuppone per l’utente un ruolo da protagonista. E’ l’utente infatti (badate bene che non parliamo di spettatore) che sceglie il programma che vuole vedere e che ne imposta l’orario. In questo senso, la TV on demand supera due limiti congeniti della televisione tradizionale (o lineare): il fatto di diffondere contemporaneamente e a tutti gli stessi programmi allo stesso orario e l’impossibilità, per gli utenti, di fare una scelta ragionata dei contenuti.

Prendiamo Mediaset Premium, per esempio: nata nel 2005 come pay per view e letteralmente ‘esplosa’ con una serie di offerte che negli anni l’hanno trasformata in un vero e proprio multisala a domicilio. Che come ogni multisala che si rispetti è davvero per tutti i gusti. Basta dare un’occhiata al palinsesto, per rendersene conto. A partire dalla sezione dedicata al Cinema, in cui accanto alle primi TV e ai nuovi arrivi, spicca anche il grande cinema d’autore con classici che vanno da Pasolini a Fellini e attraversano tutta la grande stagione del Neorealismo Italiano. Non si fatica a capire come uno degli effetti collaterali della TV on demand sia stata – guarda caso – la riduzione degli ingressi nelle sale cinematografiche.

L’ampiezza dell’offerta di Mediaset Premium, però, non riguarda solo i film, le serie TV, i programmi, le fiction e la programmazione per bambini e ragazzi. Uno degli aspetti più interessanti, sono in realtà i documentari, che accanto ai consueti prodotti su natura e animali, includono anche le due interessanti sezioni ‘Inchiesta’ e ‘Adrenalina’: guerra alle baleniere, cacciatori di tesori, inchieste senza troppi peli sullo stomaco sul fenomeno (ormai virale) del sesso online, réportage sul mondo del Conservazionismo e delle organizzazioni a esso legate. Un panorama che mostra come la nuova TV veicoli di fatto l’emergere – prorompente – di un nuovo profilo di utente. E di una nuova coscienza critica.


2015, un anno di buone notizie

Non solo attentati, crisi economiche e Donald Trump: nell’anno che sta finendo abbiamo esplorato Plutone, fatto passi avanti nei diritti civili, visto dialogare Paesi nemici da decenni, pensato all’ambiente…

 

Sei buone notizie del 2015, secondo Bill Gates

In questo articolo Bill Gates fa il punto del 2015 e vi evidenzia sei cose belle successe nel mondo. “È dura, in un periodo come questo, essere ottimisti pensando al futuro. Fatta eccezione per l’impressionante cooperazione globale sul cambiamento climatico e sull’energia, sono mesi che giornali e schermi tv sono dominati da storie di terrorismo e guerra. E questa raffica di storie negative sta oscurando il quadro generale, facendoci perdere di vista cos’altro sta accadendo nel mondo…

Sport Power Mind: il nuovo corso digitale del mental coach Roberto Re

“Mens sana in corpore sano”, dicevano gli antichi: una massima valida tanto ieri quanto oggi. Il legame tra la mente e il corpo, sembrerebbe scontato ma in realtà non lo è. O meglio: l’interazione di queste due realtà, che ci appartengono e sono all’origine della nostra identità, è qualcosa che stiamo imparando a riscoprire solo negli ultimi anni.

Come ben sanno tutti i grandi campioni, una vittoria sportiva è innanzitutto il frutto di uno scrupoloso training mentale, oltre che fisico: l’esito di un lavoro su sé stessi volto a ricucire e potenziare il legame tra corpo e psiche. E’ questo il senso di Sport Power Mind: un corso digitale di sport mental training che si propone di aiutare gli sportivi a raggiungere l’agognata peak performance ottimizzando, e scoprendo, le proprie risorse personali. Un percorso, quindi, che raggiunge il risultato attraverso la necessaria scoperta di sé stessi.

Lo si capisce delle tappe previste da questo “percorso on-line”, che passa attraverso la creazione e il condizionamento del proprio inner game (l’immagine che abbiamo di noi stessi), la maturazione di uno stato d’animo positivo prima della performance sportiva, l’uso della respirazione e, last but not least, la capacità di utilizzare al meglio le proprie emozioni. Un punto, quest’ultimo, davvero fondamentale se pensiamo a quanto le emozioni possano influire (anche negativamente) sull’esito finale: conoscerle per non averne paura e saperle gestire, rappresenta il più potente mezzo per disinnescare atteggiamenti controproducenti.

Il corso non riguarda dunque il puro e semplice allenamento muscolare (che compete all’allenatore) ma l’allenamento mentale, proprio come se si avesse a disposizione un vero e proprio coach, che in questo caso è rappresentato da una “guida” d’eccezione, Roberto Re, conosciuto da manager e sportivi come il mental coach per eccellenza. Ciò che mi colpisce di Roberto è la facilità di interloquire con qualsiasi persona gli stia di fronte e l’entusiasmo che mette in tutto ciò che fa: ogni incontro con lui è motivo di crescita– afferma Gianni De Biasi, allenatore della Nazionale di Calcio dell’Albania.

I metodi di Roberto sono ideali per aiutare qualsiasi campione a unire alla preparazione fisica e tecnica una straordinaria preparazione Mentale – racconta Kristian Ghedina, uno dei tanti campioni preparati dal coach.

Kristian Ghedina

Il video corso digitale condotto da Roberto Re sull’ottimizzazione delle performance sportive attraverso il training mentale contiene video interventi di Bruno De Michelis, il massimo esperto mondiale del sistema “Mind Room”. De Michelis ha collaborato negli ultimi 30 anni nell’elite del management sportivo ed è stato uno sportivo lui stesso: ha praticato karate per circa 20 anni tra il 1960 e il 1980 ed è stato campione italiano varie volte, due volte campione europeo (1974, 1975) e due volte medaglia d’argento ai Campionati Mondiali di Tokyo (1971, 1977). E’ stato inoltre lo psicologo dello sport dell’AC Milan Football Club fin dal 1987 e coordinatore scientifico del Milan Lab con Sacchi, Capello, Seedorf e con Carlo Ancelotti al Milan e al Chelsea.

Bruno De Michelis

Il corso contiene testimonianze di campioni allenati da Roberto Re ed esercizi pratici. Se sei un atleta, uno sportivo o un allenatore, guarda il video gratuito dove Roberto Re ti svela il fattore determinante per migliorare le tue performance sportive!

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Aumentano i consumi. E cambiano i consumatori

Buone notizie sul fronte dei consumi. Se domande come ‘la crisi è finita?’, ‘siamo veramente in ripresa?’ non possono avere ancora una risposta certa, il Natale ci ha regalato però alcuni elementi su cui riflettere. I consumi sono in crescita: è un dato di fatto. Secondo i dati di Confcommercio, rispetto al 2014 la spesa media per i regali natalizi è cresciuta del 5% (circa 166 euro pro capite). Di pari passo, è plausibile che i due fenomeni siano connessi, si registra un aumento dell’1,2% delle tredicesime: 39,4 miliardi, di cui ben 10 sembrano destinati alle spese natalizie. I dati sono ottimistici, quindi e sembrano evidenziare un trend positivo.

Ma dove vanno gli italiani a fare i loro acquisti? Il Paese evolve e lo fa in modo complesso e interessante. Da una parte, infatti, l’e-commerce guadagna terreno (attualmente rappresenta 6,6 punti del PIL nazionale) e grazie ai passi avanti sul tema della sicurezza, classico tallone d’Achille del commercio elettronico, la tradizionale diffidenza degli italiani si va smussando poco a poco. D’altro canto, tuttavia, il negozio classico regge e rimane l’ambito privilegiato in cui l’italiano tipo ama fare i suoi acquisti.

Ciò che è certo, però, è che in un contesto così vitale e composito, anche il negozio tradizionale, per sopravvivere, deve necessariamente innovarsi. Perché il mondo cambia, e chi si ferma rischia di venire travolto e calpestato dal cambiamento. Il punto d’acquisto moderno, quindi, deve necessariamente rispondere ad alcune caratteristiche ed esigenze ineliminabili. In primo luogo, ciò che è cambiato, è il concetto stesso di acquisto che attualmente si è evoluto nel senso di una vera e propria “esperienza di acquisto”, di cui il punto vendita (con la sua atmosfera, il suo ordine e la sua strutturazione) rappresenta parte integrante. Per soddisfare il consumatore, infatti, ogni negozio deve attrezzarsi al meglio per affrontare l’afflusso di clienti durante tutto l’anno, scegliendo le giuste forniture per il punto vendita e valorizzare al massimo l’esperienza d’acquisto che si articola in tre momenti: attrazione, coinvolgimento e convincimento. Solo il 6% di chi entra in un punto vendita, decide di rimanere e guardarsi intorno. Sta quindi al negozio, alla sua appetibilità, ma anche all’ordinata e fruibile strutturazione dei prodotti, alla possibilità di evitare code e di visionare con calma i potenziali acquisti, far sì che un visitatore si trasformi in acquirente. Perché, se è vero che tutto cambia, è anche vero che il principale motore del cambiamento è un consumatore sempre più consapevole ed esigente.

Solo il 50% della motivazione d’acquisto è legata al prodotto: il restante 50% deriva dall’influsso dell’ambiente sul consumatore. Ecco perché, da semplice contenitore, il punto vendita deve tendere a trasformarsi in qualcosa di ben diverso. E’ un aspetto su cui l’imprenditore (il negoziante) deve investire in modo mirato, e possibilmente oculato, acquistando ad esempio le proprie attrezzature su internet: anche questo vuol dire stare al passo coi tempi.

 

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Lavoro e formazione: ecco come rinnovarsi per avere una marcia in più

Dove va il mondo del lavoro? Nella logica del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, qualcuno fa pronostici catastrofisti, altri parlano di ripresa. Gli schieramenti tuttavia – di qualunque tipo essi siano – lasciano sempre il tempo che trovano. Piuttosto che stabilire, con dubbi dati alla mano, l’andamento di un trend, è molto più interessante attualizzare la domanda e chiedersi: alla luce dei cambiamenti degli ultimi anni, come è cambiato il mondo del lavoro? E qual è il segreto per rinnovarsi professionalmente e trasformare un’eventuale impasse in opportunità migliorativa?

Nel mare magnum di dati e opinioni che affollano internet, una cosa è certa: il futuro del lavoro è nella capacità di innovare le proprie aspettative e competenze. Vince chi accetta di cambiare, affonda chi concepisce il lavoro in modo stagnante – come un ‘posto fisso’ – e tenta di rimanerci ancorato a vita. In una parola, il futuro (e anche il presente) è di chi si arma di flessibilità e resilienza. E si attrezza per acquisire nuove competenze.

Iniziamo subito con lo sfatare un mito: il profondo cambiamento che ha per certi aspetti ribaltato il mondo del lavoro negli ultimi anni, è un fenomeno multicausale che non dipende solo dalla crisi ma anche da altri fattori. Per esempio, dal progresso tecnologico e dall’incidenza dei flussi migratori. Tecnologia e immigrazione, rappresentano infatti elementi che hanno contribuito a cambiare profondamente il panorama lavorativo e c’è chi li addita come cause unilaterali della disoccupazione. La realtà, tuttavia è ben diversa. Come mostrano diversi studi – a partire da quello di Mette Foged e Giovanni Peri sull’immigrazione in Danimarca tra il 1991 e il 2008 – la tecnologizzazione della produzione e il fenomeno migratorio, non hanno ‘rubato il lavoro’ ma hanno piuttosto spinto i lavoratori autoctoni a un processo di riqualificazione che li ha portati a cambiare la propria figura professionale, migliorandola.Questo flusso – sottolinea Michael Clemens, membro del Center for Global Development – ha portato all’aumento dei salari e dell’occupazione degli autoctoni non qualificati. Quando c’è immigrazione, i lavoratori autoctoni fanno scelte diverse. Foged e Peri mostrano come i lavoratori danesi non altamente qualificati hanno risposto agli afflussi di migranti specializzandosi in occupazioni che richiedono mansioni più complesse e meno lavoro manuale.

E’ in questo senso, quindi, che vale l’adagio secondo cui rimane a galla chi è disponibile a cambiare, acquisendo nuove competenze attraverso corsi di formazione e riqualificazione lavorativa. Il panorama è ampio e fa da spia alla portata del fenomeno, smussando – di conseguenza – l’immagine  immobilista del mondo lavorativo italiano. Un’immagine rigida, come tutti i cliché. Tra le offerte disponibili, spicca per esempio quella di Obiettivo Lavoro e Formazione, una società specializzata nell’erogazione di percorsi formativi pensati tanto per i privati quanto per le aziende. L’elemento più interessante, in realtà, non è tanto la varietà dei corsi previsti (quelli per i privati vanno dalle lingue straniere, al turismo, alla contabilità ecc…) quanto le diverse modalità di svolgimento dei corsi. Anche da questo punto di vista, infatti, il mondo del lavoro è cambiato e se fino a poco tempo fa l’apprendimento era vincolato a uno spazio preciso (l’aula), ora le cose sono cambiate. E’ per questo motivo che, oltre che in aula, i corsi offerti possono essere outdoor, esperienziali, svolti tramite coaching o blended learning. Un panorama vario che ben riflette l’immagine di un mondo che cambia e lo fa moltiplicando anche offerte e opportunità.




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