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Coldplay: stop ai concerti finché non saranno sostenibili e vantaggiosi per l’ambiente

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Una scelta molto coraggiosa oltre che etica è quella annunciata dai Coldplay che interromperanno i concerti finché non riusciranno a trovare il modo di renderli non solo a impatto 0 ma addirittura vantaggiosi per l’ambiente.

I Coldplay non andranno in tour fino a quando non saranno certi che i loro concerti non comportino effetti dannosi per il pianeta e, addirittura, come dichiarato dal frontman del gruppo, Chris Martin, divengano al contrario “attivamente vantaggiosi” per l’ambiente.

Il gruppo ha annunciato questa decisione dopo l’uscita del suo ultimo album,”Everyday Life”, cosa che rende la scelta ancora più coraggiosa e sentita. Tutti i fan attendevano infatti con ansia i concerti con i nuovi pezzi e immaginate i guadagni persi per il gruppo e per chi gli gira intorno (considerate che il loro tour dell’anno scorso è diventato il terzo con il maggior incasso di tutti i tempi!).

Tuttavia, i Coldplay hanno chiarito che la loro definizione di “successo” è cambiata negli ultimi anni privilegiando il benessere del pianeta piuttosto che il profitto.

Martin ha dichiarato che la band si prenderà del tempo per cercare attivamente modi per rendere il prossimo tour sostenibile:

“Ci prendiamo del tempo, il prossimo anno o due, per capire come il nostro tour può non solo essere sostenibile [ma] come può essere attivamente vantaggioso. Il nostro prossimo tour sarà la migliore versione possibile di un tour del genere, dal punto di vista ambientale … Saremmo delusi se non fosse carbon neutral. (…) Il nostro sogno è quello di fare uno spettacolo senza plastica monouso e in gran parte alimentato a energia solare”

L’impatto ambientale dei concerti

E’ un aspetto di cui non si parla abbastanza, ma in effetti anche i concerti sono dannosi per l’ambiente. In che modo?

Secondo il Green Touring Network, i concerti impattano sull’ambiente principalmente a causa della loro forte impronta di carbonio e dell’uso su larga scala di plastica monouso.

Altri fattori da tenere in considerazione includono, tra gli altri, i costi ambientali del viaggio per artisti e fan, illuminazione, spreco alimentare e produzione in serie di merci.

Parlando specificatamente dei Coldplay, mettere in scena un loro tour mondiale non è così semplice. In effetti, l’ultima tournée della band ha impiegato 109 persone, 32 camion e nove autisti di autobus, che hanno viaggiato in cinque continenti per realizzare 122 concerti.

Non esiste un modo semplice per calcolare l’impronta di carbonio della band; ma i dati più recenti dell’industria musicale suggeriscono che la musica dal vivo genera 405.000 tonnellate di emissioni di gas serra nel Regno Unito ogni anno.

E’ già qualche anno che i Coldplay, come dichiarato dal loro manager Dave Holmes, hanno intrapreso “piani significativi” per ridurre il loro impatto ambientale. Sembra che la band abbia già pianificato di continuare a incontrarsi con organizzazioni ambientaliste ed enti di beneficenza. Inoltre, prevede di investire in progetti che “vanno ben oltre la compensazione del carbonio”.

Probabilmente l’obiettivo più ambizioso dei Coldplay è ridurre l’impronta di carbonio dei fan. La band pensa ad esempio di offrire trasporti pubblici sovvenzionati o auto e altri mezzi in sharing a disposizione dei fan per arrivare ai loro concerti.

Attendiamo con ansia il loro prossimo tour per vedere cosa concretamente può fare il mondo della musica per l’ambiente!

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Giovane capodoglio muore con 100 chili di plastica nello stomaco: è il simbolo dell’inquinamento dei nostri mari

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Un giovane capodoglio è stato trovato morto su un’isola scozzese la scorsa settimana con una massa di rifiuti di circa 100 chilogrammi nello stomaco.

L’esemplare è stato trovato lo scorso giovedì sulla spiaggia di Seilebost, sull’isola di Harris nelle Ebridi Esterne. A pubblicare le prime foto del capodoglio è stato Dan Parry, l’amministratore di una pagina Facebook che coordina un gruppo di persone impegnate nella pulizia delle spiagge.

I membri dello Scottish Marine Animal Stranding Scheme (SMASS), che raccolgono dati su animali marini spiaggiati in Scozia, hanno scoperto l’enorme groviglio di detriti nello stomaco del capodoglio durante le analisi effettuatepost mortem.

Tra i detriti estratti dal corpo del capodoglio sono stati trovati bicchieri di plastica, reti, corde, sacchetti di plastica, borse, guanti, materiali da imballaggio e attrezzature utilizzate nella pesca.

Parte dei rifiuti trovati nello stomaco del capodoglio

Il capodoglio ha raccolto plastica ovunque tra le Azzorre e la Norvegia, e ora si sta lavorando per capire il motivo per cui questo esemplare abbia inghiottito una quantità così enorme di rifiuti.

Non è chiaro se la morte dell’animale sia stata causata dai rifiuti, ma è probabile che i detriti abbiano compromesso la digestione o ostruito l’intestino del capodoglio.

In ogni caso aver trovato una quantità tale di rifiuti nello stomaco di un animale marino è terribile e dimostra il danno e i rischi che i rifiuti e gli attrezzi da pesca persi o scartati possono causare alla vita marina.

“I detriti nei nostri oceani sono un problema per tutti: l’industria della pesca deve fare di meglio, ma allo stesso modo, tutti dobbiamo fare di più. Vedere questo oggi, mi fa disperare per l’ambiente, che sta cadendo completamente a pezzi intorno a noi.
Dopo aver visto i scoperto i detriti nello stomaco del capodoglio, siamo tornati in spiaggia a scavare, trovando altri enormi grovigli di corde e reti da pesca”, ha scritto Perry su Facebook.

Parte delle reti trovate in spiaggia

Dato il peso considerevole dell’animale, pari a 20 tonnellate, il capodoglio è stato seppellito sulla spiaggia dai membri della guardia costiera.

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Foto: Luskentyre Beach Isle of Harris

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L’Austria sta per diventare il primo paese dell’Unione europea a vietare il glifosato

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L’Austria sembra essere destinata a diventare il primo paese dell’Unione europea a vietare il glifosato, dopo il via libera della Commissione europea.

Il Parlamento austriaco aveva votato il divieto totale dell’uso del controverso erbicida su tutto il territorio nazionale a partire dal 1° gennaio 2020, ma prima che la normativa potesse entrare in vigore era necessario attendere il parere della Commissione europea.

L’Unione europea aveva tempo fino al 29 novembre di quest’anno per decidere se la legge austriaca fosse conforme alle norme dell’UE e c’era il timore che impedisse l’entrata in vigore del divieto a causa delle pressioni esercitate dalla multinazionale Bayer-Monsanto.

La Commissione europea non ha però impedito l’attuazione della nuova normativa e si è limitata a inviare una lettera al governo austriaco, nella quale ha criticato il modo in cui il divieto è stato introdotto ventilando la possibilità di avviare una procedura di infrazione contro l’Austria.

Dopo tali critiche il Ministero dell’ambiente austriaco ha sollevato dei dubbi in merito all’entrata in vigore del divieto, ma Greenpeace ha sottolineato che si tratta solamente di commenti e che non è stata fornita nessuna opinione dettagliata: di fatto la Commissione non ha formalmente posto un veto al divieto d’uso del glifosato e non ha preso alcuna misura per bloccarle l’entrata in vigore della legge, pertanto il glifosato dovrebbe essere vietato come previsto a partire dal 1° gennaio prossimo.

Il glifosato è stato classificato come “probabilmente cancerogeno” dall’Organizzazione mondiale della sanità, ma nel dicembre 2017 l’Unione europea ha comunque rinnovato l’autorizzazione all’uso degli erbicidi a base di glifosato in tutta Europa fino al 2022.

I sostenitori del divieto sperano che dopo l’entrata in vigore del divieto in Austria, altri paesi europei decidano di vietare il glifosato per tutelare i cittadini e l’ambiente dai danni causati da questo pericoloso erbicida.

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Neonata di 9 mesi soffocata dal gatto di casa che si è addormentato nella sua carrozzina

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Stava dormendo nella sua carrozzina all’aperto la piccola Alexandra, di 9 mesi, mentre la madre 22enne, Snezhana, si occupava delle faccende domestiche. E mentre riposava pacificamente, uno dei due gatti di casa è salito sul passeggino addormentandosi proprio sul suo viso.

Quando Snezhana se n’è resa conto, era troppo tardi perché Alexandra non respirava più. E vani sono stati i tentativi del paramedico locale, e dell’ambulanza accorsa immediatamente sul posto, di rianimarla per oltre 30-40 minuti. La bambina purtroppo era morta di asfissia, come riportano i media ucraini.

La tragica fatalità è avvenuta nella regione di Vinnytsia, nell’Ucraina orientale, a circa 125 miglia da Kiev.

Halyna Zakharchuk, la paramedica del villaggio, ha dichiarato, secondo quanto riporta Twnews, che il gatto è stato attratto probabilmente dal calore e dall’odore di latte:

“C’era un odore di latte, un posto caldo, il gatto è entrato nella carrozzina per riscaldarsi.”

Della stessa opinione è la polizia locale, secondo la quale il gatto si è sentito attratto dal calore della carrozzina.

Ora il corpo è stato inviato a esperti forensi ed è stata eseguita un’autopsia secondo la quale Alexandra è morta per soffocamento, anche perché non risultano lesioni di alcun tipo sul suo corpo.

La bambina era l’unica figlia di Snezhana e di suo marito Alexander, entrambi disperati per la perdita.

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Photo Credit: TSN news/east2west news

 

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Richiamati grissini e prodotti da forno biologici per presenza allergeni. Marca e lotti

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Il gruppo alimentare e dietetico A&D S.p.A. titolare del marchio Matt, ha richiamato i grissini con zenzero e lime biologici Zenzerelli Bio.

I grissini sono venduti nei principali supermercati, tra cui Coop, Auchan e Carrefour e il richiamo è stato disposto per la possibile presenza di senape in tracce, un allergene.

Il lotto richiamato è il numero L3619 con scadenza 02/06/2020 e riguarda le confezioni di grissini da 150 grammi.

I grissini sono prodotti da Bio’s merenderia per il marchio Matt, nello stabilimento di via Corradina 8/B, a Castiglione di Cervia, in provincia di Ravenna.

Pochi giorni fa, il Ministero della Salute ha disposto il richiamo di altri sette prodotti confezionati nello stesso stabilimento, sempre per la presenza di senape non indicata in etichetta:

  • Treccine alla pizzaiola Bio in confezioni da 150 grammi, lotto numero 3719 con scadenza 09/06/2020 e lotto numero 3819 con scadenza 16/06/2020;
  • Sfogliatine lupino e rosmarino bio in confezioni da 200 grammi, lotto numero 3619 con scadenza 02/07/2020;
  • Rustici cocco Bio in confezioni da 200 grammi, lotto numero 37/19 con scadenza 09/07/2020;
  • Schiacciatina al sesamo Bio in confezioni da 25 grammi, lotto numero 3719 con scadenza 09/06/2020;
  • Crackers integrali alla spirulina Bio in confezioni da 200 grammi, lotto numero 3619 con scadenza 02/07/2020;
  • Bocconcini sesamo Bio in confezioni da 200 grammi, lotto numero 3819 con scadenza 16/07/2020;

Tutti i prodotti sono sicuri per chi non soffre di allergia alla senape ma i soggetti allergici non devono consumare i prodotti richiamati e riconsegnarli preso il punto vendita d’acquisto.

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Ocse: solo uno studente italiano su 20 capisce ciò che ha letto. E tu?

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L’indagine Ocse-Pisa 2018, indagine triennale promossa dall’Ocse, ha messo in luce la difficoltà dei ragazzi italiani a leggere e comprendere un testo, difficoltà già evidenziata in passato da altre analisi. La media, per quanto riguarda le superiori, rimane bassa rispetto agli altri paesi ed è peggiorata nel tempo. Basti pensare che solo 1 su 20 riesce a comprendere un testo dall’argomento non familiare, rispetto alla media Ocse di 1 su 10. E 1 su 4 studenti hanno problemi con le basi della lettura perché non riescono a capire di cosa parla un testo di media lunghezza.

L’indagine Ocse-Pisa, com’è risaputo, valuta le competenze dei 15enni in lettura, scienze e matematica e quest’anno sono stati circa 600mila gli studenti coinvolti, provenienti da 79 paesi, di cui 11.785 italiani.

Se in matematica le cose sono un po’ migliorate, con un punteggio medio di 487 in linea con gli altri paesi dove la media è di 489, la lettura è sotto la media Ocse, con un punteggio di 476 contro 487 della media generale, e per quanto riguarda le scienze, la situazione è peggiorata con un punteggio di 468 contro la media Ocse di 489.

Per quanto riguarda la lettura, gli studenti italiani riescono a comprendere, valutare e riflettere meglio che a individuare informazioni. Ma rimanendo comunque sotto la media.

Il nostro paese, secondo l’indagine, è a livello di Svizzera, Lettonia, Ungheria, Lituania, Islanda e Israele mentre tra i paesi con medie più alte ci sono le province cinesi di Beijing, Shanghai, Jiangsu, Zhejiang e Singapore.

Divari tra Nord e Sud, licei e istituti professionali, ragazze e ragazzi

Dall’indagine è risultato che al nord la media è migliore del sud e i liceali ottengono risultati migliori dei ragazzi degli istituti tecnici e professionali, di cui il 50% non raggiunge il livello 2, quello minimo.

Inoltre le ragazze sono risultate più capaci nella lettura rispetto ai ragazzi, differenza molto marcata soprattutto in Italia, con 16 punti rispetto ai 5 punti di differenza negli altri paesi Ocse.

Purtroppo si è anche notato che a parità di competenze, i ragazzi provenienti da contesti svantaggiati socialmente hanno maggiori difficoltà a progettare e anche solo immaginare il proprio futuro, e sono meno propensi a desiderare un titolo di studio superiore al diploma.

Per non parlare delle differenze di genere evidenziate dal fatto che tra le ragazze con ottimi risultati in matematica e scienze, solo una su otto si immagina al lavoro in un settore affine, a differenza dei maschi che, con una media di 1 su 4, si immaginano ingegneri o scienziati entro i 30 anni.

Insomma, ci sono tanti passi in avanti da fare intervenendo su un sistema che qualche falla, evidentemente, ce l’ha, perché incolpare sempre e solo i ragazzi è limitante.

E se anche voi volete mettervi alla prova, qui trovare il test Ocse-Pisa. 

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Ad Amsterdam si sperimentano le bolle per intrappolare la plastica e i rifiuti dei canali

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Non interferisce con la fauna selvatica o con le barche e mantiene i fiumi privi di plastica e di rifiuti: ad Amsterdam è stata creata la prima barriera al mondo fatta interamente di bolle con lo scopo di raccogliere i detriti dai canali della città prima che raggiungano il Mare del Nord. In questo modo, oltre l’80% dei rifiuti galleggianti potrà essere deviato dai canali o dai fiumi.

Si tratta della Great Bubble Barrier, realizzata da una start-up olandese in collaborazione con il comune di Amsterdam e con il comitato idrico regionale, che altro non è che un dispositivo, una sorta di grande vasca idromassaggio, che convoglia i rifiuti – in particolare piccoli pezzi di plastica – su un lato del canale Westerdok dove poi possono essere recuperati.

Oltre due terzi della plastica nell’oceano fuoriesce da fiumi e canali, quindi se devi intercettarla, perché non farlo nei fiumi?”, si domanda Philip Ehrhorn, co-inventore della tecnologia. Non puoi mettere una barriera fisica in un canale: deve essere aperta a favore della fauna selvatica”.

La barriera, quindi, è “a bolle” ed è un lungo tubo perforato che scorre diagonalmente per 60 metri attraverso il fondo del canale. L’aria compressa viene pompata attraverso il tubo e sale verso l’alto e a questo punto la corrente d’acqua naturale aiuta a spingere i rifiuti da un lato. Per ora il dispositivo “intrappolato” in una piccola piattaforma sul lato del Westerdokskade sulla punta della storica cintura dei canali di Amsterdam.

La speranza è che questo sistema sia in grado di contribuire ad affrontare e risolvere la crescente crisi dei rifiuti di plastica negli oceani. Le stime indicano che 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono nei mari del mondo ogni anno, l’equivalente di un carico di camion di vecchie bottiglie, vassoi e contenitori ogni minuto.

Con la prima barriera di Amsterdam – che dovrebbe funzionare 24 ore al giorno per almeno tre anni – si mira a integrare le operazioni di dragaggio che attualmente raccolgono ogni anno 42mila kg di materie plastiche più grandi dalle vie navigabili della capitale olandese.

La barriera di bolle significherà che meno materie plastiche raggiungeranno l’oceano ed è un passo verso una migliore regolamentazione del nostro ecosistema, a beneficio di uomini, animali e ambiente”, concludono gli esperti.

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Come un pugno di persone è riuscito a salvare i lemuri del Madagascar dall’estinzione. Il film che racconta la loro storia

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I lemuri in Madagascar sono una specie endemica, vale a dire che vive solo qui o su piccole isole nei dintorni, motivo per cui sono anche una delle maggiori attrazioni turistiche locali.

Secondo il WWF sono oltre 100 le specie presenti nel paese, ma purtroppo nel corso del tempo hanno subito gravi minacce dovute alla scomparsa delle foreste, alla caccia e al commercio illegale di animali.

Il 90% di queste specie è minacciato e tra queste ci sono i lemuri dalla coda ad anelli, diminuiti dal 2000 in poi di oltre il 95%, come testimonia il bellissimo film girato da Robin Hoskyns, “Guardians of Anja“, selezionato dal National Geographic come uno dei migliori video che tratta dell’argomento.

Ma c’è una buona notizia e a svelarla è lo stesso Hoskyns nel suo filmato, dove racconta che anni fa, una comunità locale, rendendosi conto che i lemuri attiravano molti turisti e che li avrebbero quindi aiutati a combattere la povertà diffusa, decise di unire le forze per evitarne la scomparsa. Fondarono quindi un’associazione impegnandosi a non distruggere la foresta, ma a mantenerla integra per assicurare la sopravvivenza degli animali.

Da quel momento in avanti molti di loro si resero conto degli errori commessi in precedenza, e per rimediare iniziarono a piantare nuovi alberi dove non ce n’erano. Smisero anche di mangiare i lemuri, abitudine praticata in diverse aree del Madagascar per via dell’estrema povertà, di cacciarli e rivenderli come animali domestici.

Grazie al loro aiuto, e alla consapevolezza acquisita in anni di duro lavoro, oggi l’Anja Coomunity Reserve vanta la più alta densità di lemuri dalla coda ad anelli di tutta l’isola. Ed è un ottimo esempio di turismo sostenibile dove le risorse naturali sono state gestite in modo costruttivo, influendo positivamente anche sulla comunità.

Di seguito il trailer del film che potete vedere interamente qui.

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Photo Credit: vimeo

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A Milano nasce il primo ospedale per le donne in Italia

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E’ nato a Milano un ospedale “rosa”, o per meglio dire, dedicato esclusivamente al complesso universo femminile, almeno per quanto riguarda la salute. Specificatamente pensato per la cura delle donne di ogni età, è il primo nel suo genere in Italia.

Parliamo dell’ospedale Macedonio Melloni di Milano che ha deciso di sperimentare la “medicina di genere” prendendosi cura all’interno della sua struttura esclusivamente del gentil sesso, dal momento dello sviluppo e fino alla vecchiaia, con una particolare attenzione alla salute delle lavoratrici.

Si tratta dunque del primo ospedale in Italia che si prende cura specificatamente della donna in tutte le fasi della sua vita.

Nella struttura il personale medico si occuperà degli ambiti della salute più cari al gentil sesso e verranno introdotti percorsi specifici di screening e cura adatti alle differenti età e fasi della vita delle donne:

  • sviluppo – 11-18 anni
  • età fertile e riproduzione – 19-50 anni
  • menopausa – 45/50 – 65 anni
  • senescenza, oltre i 65 anni

Come ha dichiarato Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, che ha collaborato insieme a Regione Lombardia e Asst Fatebenefratelli alla nascita del nuovo percorso di salute al femminile:

“L’Ospedale della donna è un sogno che diventa realtà. La medicina di genere trova nel Presidio Ospedaliero Macedonio Melloni, il primo ospedale italiano rosa, concreta applicazione, un passo avanti rispetto ai ‘bollini rosa’, il riconoscimento di Onda agli ospedali attenti alla prevenzione, diagnosi e cura delle malattie femminili. Ci auguriamo che altri ospedali che hanno ottenuto questo riconoscimento possano seguire l’esempio di questa realtà all’avanguardia ispirata al Brigham and Women Hospital di Boston”.

 

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Tintura madre di Echinacea: tutto quello che c’è da sapere e come prepararla in casa

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Cos’è la tintura madre di echinacea, a cosa serve, quando e come assumerla, quali controindicazioni ha e come prepararla in casa

Le tinture madri sono preparazioni erboristiche ottenute da piante fresche macerate in alcool. La tintura madre di echinacea ha proprietà immunostimolante, antivirale e antinfiammatoria ed è indicata per prevenire i sintomi influenzali e come coadiuvante nei trattamenti per febbre, raffreddore e altri malanni di stagione.

Cos’è la tintura madre di echinacea

La tintura madre è una preparazione erboristica ottenuta per macerazione in alcool e acqua di piante fresche. Attraverso il processo di macerazione, la soluzione di acqua e alcool estrae i componenti attivi delle piante.

Con il nome di echinacea vengono indicate le radici, il rizoma e le parti aeree di Echinacea purpurea, Echinacea angustifolia ed Echinacea pallida, piante erbacee perenni appartenenti alla famiglia delle Compositae o Asteraceae.

Oltrea ad essere una splendida pianta ornamentale, l’echinacea è una pianta nota per le sue proprietà immunostimolanti, attribuite alla frazione polisaccaridica in essa contenuta. Si pensa infatti che i polisaccaridi presenti nelle radici e nelle parti aeree dell’echinacea, una volta raggiunto l’epitelio gastrointestinale, siano in grado di attivare la risposta immunitaria aspecifica del nostro organismo aumentando la fagocitosi, la chemotassi e la capacità ossidativa di neutrofili e macrofagi.

Oltre alla capacità di stimolare il sistema immunitario, l’echinacea possiede anche attività antinfiammatoria, antivirale e cicatrizzante.

Quando e come assumere la tintura madre di echinacea

La tintura madre di echinacea, così come altre preparazioni erboristiche a base di echinacea, è indicata per uso interno nella prevenzione dei malanni di stagione e come coadiuvanti nel trattamento di sintomi influenzali.

In particolare, la tintura madre ottenuta dalla macerazione delle radici di Echinacea pallida è consigliata per il trattamento dei sintomi influenzali, mentre la tintura madre data dalle parti aeree di Echinacea purpurea è consigliata per uso interno in caso di raffreddore e infezioni non complicate
del tratto respiratorio e urinario.

La tintura madre di echinacea si assume a partire dalla stagione autunnale per prevenire raffreddori e influenze oppure durante la malattia, in associazione ad altri trattamenti.
In entrambi i casi si somministrano 60 gocce di tintura madre tre volte al giorno, diluite o meno in acqua o in altra bevanda.
I trattamenti con echinacea non devono superare le otto settimane e possono essere ripresi a distanza di un mese.

Controindicazioni della tintura madre di echinacea

L’echinacea è una droga considerata sicura, ma presenta comunque delle controindicazioni e degli effetti collaterali.

Ad esempio, l’uso dell’echinacea è controindicato in caso di malattie autoimmuni e nei disturbi sistemici progressivi.

L’uso della tintura madre di echinacea è inoltre sconsigliata nei soggetti allergici alle piante della famiglia delle Asteraceae.

La somministrazione di echinacea è considerata sicura in gravidanza e durante l’allattamento ma, dato il contenuto in alcool, meglio evitare di assumere tinture madre in tali situazioni, così come nei bambini e negli ex alcolisti.

Come preparare in casa la tintura madre di echinacea

Dal punto di vista pratico, preparare le tinture madri non è per nulla difficile: la parte complicata consiste nel determinare le giuste quantità di acqua e alcool in cui far macerare la pianta fresca e, soprattutto, se le tinture madri vengono preparate in casa è praticamente impossibile stabilire il contenuto in componenti attivi nel prodotto finito.

Fatte queste dovute precisazioni, per preparare una tintura madre occorre innanzitutto conoscere la quantità d’acqua presente nella pianta fresca, che in laboratorio si determina essiccando un campione della pianta in stufa.
Se vogliamo preparare una tintura madre in casa, ovviamente non possiamo effettuare questo passaggio, quindi approssimiamo un contenuto in acqua dell’echinacea e di conseguenza i calcoli per stabilire le giuste quantità di acqua e alcool.

A questo punto, sistemiamo un chilo di pianta fresca intera o sminuzzata in un barattolo di vetro e aggiungiamo una miscela di acqua e alcool adatta, in modo da avere un rapporto di 1:10 tra peso secco della pianta essiccata rispetto alla tintura madre finita.

Aggiungiamo alla pianta fresca 2 kg di alcool puro al 95% e mezzo litro di acqua demineralizzata e lasciamo macerare per 21 giorni agitando il contenitore almeno tre volte al giorno, dopodiché filtriamo spremendo la pianta. Il filtrato va fatto riposare per 48 ore, poi filtrato nuovamente per eliminare eventuali depositi.
La tintura madre si conserva a temperatura ambiente in barattoli di vetro scuro per circa un anno.

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Lido di Spina: quando al mare si andava in seggiovia

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Pochi sanno e ancor meno ricorderanno che in Italia era attiva una seggiovia davvero unica nel suo genere. Cosa aveva di tanto particolare? Portava i turisti al mare!

Siamo soliti associare funivie e seggiovie alla montagna, dove effettivamente questi mezzi di trasporto sono utili per superare grandi dislivelli e raggiungere le vette. La seggiovia di cui vi parliamo oggi, però, proponeva un percorso molto diverso e originale.

Facciamo riferimento alla seggiovia di Lido di Spina, il più a Sud fra i Lidi di Comacchio (provincia di Ferrara). Qui non c’era nessuna montagna da scalare ma un bel mare che attendeva ogni estate molti turisti. Proprio per agevolare il loro arrivo, negli anni ’60 fu costruita una seggiovia lunga un chilometro che partiva dal Campeggio Spina, immerso in una pineta, e arrivava direttamente in spiaggia.

Il campeggio era molto frequentato, ma aveva un problema non da poco, si trovava a circa 1 km dal mare e non tutte le famiglie all’epoca avevano una macchina per raggiungerlo comodamente.

Da qui l’idea di costruire una seggiovia che potesse portare le persone in spiaggia. Questa è attribuita a Raul Gardini, imprenditore di Ravenna socio del campeggio e parte della compagnia che realizzò poi l’impianto nel 1968, la Nascivera.

La seggiovia era in grado di trasportare le persone, con i suoi 127 seggiolini biposto, fin sulla riva del mare in circa 12 minuti, costeggiando la riserva naturale della Sacca di Bellocchio e superando un dislivello pari a 0 (era praticamente sempre pianeggiante). Come potrete immaginare, era utilizzata prevalentemente da chi soggiornava al campeggio e poteva utilizzare il servizio senza pagare nulla.

L’impianto, però, rimase attivo davvero poco, fu smantellato infatti nel 1974, ufficialmente per problemi dovuti alla corrosione marina, ma probabilmente anche perché la seggiovia era troppo costosa da mantenere.

Il campeggio però esiste ancora e laddove vi era la stazione di arrivo dell’impianto, oggi vi è un bar. L’originale seggiovia è stata sostituita da una più comune navetta, ma della sua esistenza rimangono foto d’epoca e un filmato.

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Alla faccia del bicarbonato di sodio! Il caso Solvay e le spiagge bianche tossiche nella nuova inchiesta di Report

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A Rosignano Marittimo ci sono delle spiagge di sabbia bianca, apparentemente pulite e quasi caraibiche. Ma non c’è niente di naturale e puro, purtroppo, si tratta della conseguenza degli scarichi effettuati dalla vicina fabbrica del bicarbonato Solvay. Ora l’operato della multinazionale belga è finito nel miro di Report che ha svelato una serie di sconvolgenti retroscena.

Come racconta il servizio di Adele Grossi, che ha ripercorso un po’ tutta la storia dell’azienda,  l’industria chimica Solvay nel solo 2017 ha scaricato in mare una serie di sostanze tossiche pericolose ed inquinanti:

  • 4,18 tonnellate di arsenico
  • 5,96 tonnellate di cromo
  • 13 tonnellate di benzene e innumerevoli altri inquinanti

Il valore di mercurio nell’acqua è superiore a quello ammissibile per legge. Secondo quanto indicato dal servizio di Report, in 50 anni sarebbero state riversate in questo tratto di costa 400 tonnellate di mercurio.

Scarichi che, viene sottolineato, sono stati sempre autorizzati in deroga alla legge.

Residui di carbonato di calcio, i residui della lavorazione del bicarbonato di sodio, sono ovunque nella zona e questo comporta una serie di rischi. L’organizzazione delle Nazioni Unite per l’ambiente nel 1999 valutò questa come un’area tra le più inquinate al mondo, stimando un totale di 40milioni di dollari per le bonifiche necessarie.

Nonostante questo sono molti i turisti che frequentano queste spiagge, neppure la presenza di una cartello in bella vista che segnala il divieto di balneazione li spaventa.

L’azienda Solvay è arrivata in questi luoghi nel lontano 1912 e, come sottolinea il servizio di Report, per far digerire meglio la sua presenza ha costruito intorno alla sua fabbrica un’intera città fatta di case e tutti i servizi utili. Qui tutto è legato al padre del bicarbonato di sodio Ernest Solvay.

Per produrre il bicarbonato e far funzionare l’azienda sono necessari acqua e sale con i quali si ottengono i derivati del cloro. Queste materie prime arrivano da vicino: l’acqua dal fiume Cecina e il sale da Volterra (le saline sono praticamente ad uso esclusivo di Solvay), regolati da un accordo di oltre 20 anni fa con i monopoli di Stato. Risorse che però si stanno esaurendo a causa del consumo smodato da parte dell’azienda, il che sta creando un serio problema di dissesto idrogeologico nella zona di Volterra.

Nel 2003 è evidente e sotto gli occhi di tutti che vi è un problema di scarichi, la polvere bianca è ovunque. Viene così fatto tra il ministero dell’Ambiente, la Regione Toscana e la provincia di Livorno  un accordo di programma con Solvay che prevede che l’azienda non superi il tetto massimo di scarichi di solidi sospesi pari a 60mila tonnellate. Accordo però che non viene rispettato, Solvay proprio non ce la fa ad adeguarsi e allora che succede? Si adegua lo stato! La soglia di solidi sospesi massima diventa di 250 mila l’anno!

Tutto questo ha anche, ovviamente, un impatto sulla salute delle persone che abitano nella zona. Come dichiarato da Claudio Marabotti, medico e ricercatore del CNR di Pisa, la possibilità di ammalarsi di mesotelioma pleurico è molto più alta (300% rispetto alla media regionale).

Le pericolose polveri bianche di scarto della Solvay, poi, svela Report, sono finite anche lontane dallo stabilimento in quanto negli anni sono state scaricate in alcune discariche (aree che, udite udite, oggi sono adibite anche alla coltivazione del grano!)

Tutto questo inquinamento non è però solo prerogativa di Rosignano. Report ricorda anche i problemi ambientali e di salute creati dalla Solvay a Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria. Qui l’azienda è stata condannata in Appello per disastro ambientale a causa dell’inquinamento da Pfas. Lo Stato italiano da anni discute sui limiti allo scarico di questi inquinanti, non più in produzione,  ma nel frattempo l’azienda li ha già sostituiti con un’altra sostanza che immette nell’ambiente da ormai 7 anni.  Di cosa si tratta? Non è ancora chiaro ma potrebbe trattarsi dei cosiddetti “Pfas di nuova generazione” per i quali non esistono ancora standard e le analisi sono ancora sperimentali.

Si parla tra l’altro dello scandalo dell’acqua avvelenata prelevata dalla falde sotto la fabbrica Solvay e distribuita gratuitamente dall’azienda ai cittadini ignari della situazione.

Non aggiungiamo altro! Ulteriori dettagli sull’inquinamento provocato da Solvay a Rosignano Marittimo e in altre zone d’Italia dove sono (o erano) presenti le sue fabbriche, li trovate nel servizio di Report che potete rivedere qui…


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Danzare, cantare, recitare e tutte le altre forme d’arte migliorano la salute: lo conferma l’OMS

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Molte persone sanno per esperienza quanto ballare, cantare, scrivere, recitare, creare, siano attività che producono un senso di benessere generale, basta provarci per accorgersene! E ora un rapporto pubblicato dall’OMS lo conferma, evidenziando che il benessere emotivo suscitato da queste attività ha risvolti positivi anche sulla salute fisica.

Il rapporto ha preso in esame i tanti studi a tema condotti nel tempo, specificando che negli ultimi due decenni sempre più indagini si sono occupate di questo argomento, e oltre 3.000 hanno dimostrato che vedere e praticare forme d’arte, come appunto la danza, la recitazione, il ballo, la scrittura, aiuta a prevenire malattie e a restare in salute nel corso di tutta la vita, dall’infanzia alla vecchiaia, come ribadito dal direttore regionale dell’OMS per l’Europa, Piroska Östlin:

“Portare l’arte nella vita delle persone attraverso attività come ballare, cantare, andare a musei e concerti offre un ulteriore fattore su come possiamo migliorare la salute fisica e mentale “.

I benefici delle diverse forme d’arte

Per quanto riguarda i benefici delle diverse arti, il rapporto evidenzia che il teatro, per esempio, facilita negli adolescenti delle aree urbane un processo decisionale responsabile, migliorandone il benessere e riducendo l’esposizione alla violenza. D’altra parte la lettura serale di una storia ai bambini, li aiuta a dormire più a lungo e a concentrarsi meglio a scuola.

Per quanto riguarda la salute, il rapporto evidenzia che l’ascolto di musica e il praticare attività artistiche di varia tipologia riducono gli effetti collaterali del trattamento del cancro, come sonnolenza, mancanza di appetito, insufficienza respiratoria e nausea.

Musica, artigianato e clown riducono l’ansia, il dolore e la pressione sanguigna sia nei bambini che nei genitori stressati.

La danza favorisce le funzioni motorie nelle persone con morbo di Parkinson. Il canto migliora l’attenzione, la memoria episodica e la capacità di esibirsi.

Inoltre secondo il rapporto le arti in generale aiutano a coinvolgere gruppi minoritari o difficili da raggiungere e non a caso, sempre più paesi stanno cercando di promuovere l’arte anche in ambito medico affinché i dottori stessi indirizzino i propri pazienti a svolgere delle attività di questo tipo.

Insomma, i benefici dell’arte sulla salute psico-fisica sono innumerevoli. Motivo in più per visitare musei, andare a ballare, dedicarsi alla pittura, ascoltare musica, leggere, scrivere o recitare.

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Il triste destino delle bambine indigene indiane drogate e abusate nelle scuole residenziali create ad hoc

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Prima drogate e poi stuprate ripetutamente a scuola. Storie di infanzia negata quelle che vengono dallo stato di Maharashtra, in India, dove quindici bambine appartenenti a una comunità indigena, hanno subito soprusi lontano da casa.

È quanto emerge nel corso di un processo che ha rivelato uno scioccante livello di abusi in queste scuole create ad hoc solo per bambini indigeni. Le loro storie raccontante da Survival International, da anni a fianco dei popoli indigeni, toccano il cuore.
Secondo la politica governativa indiana, i bambini appartenenti a tribù indigene non possono frequentare le scuole locali dei villaggi, ma solo scuole residenziali lontane da case.

Dei veri e propri ghetti dove succede di tutto. E dopo il ricovero di due delle bambine abusate, è venuto fuori l’orrore che si consuma in queste scuole, dove le alunne lontano dai propri genitori, vengono drogate e abusate, quando la loro unica preoccupazione dovrebbe essere quella di studiare e giocare in maniera spensierata.

Il racconto di una madre: “Aggredite regolarmente”

Cinque persone sono state arrestate, ma non il proprietario della residenza, che è un politico locale e che nega tutto, accusando le madri delle bambine di voler semplicemente ricevere un risarcimento.

“Mia figlia, di nove anni, è stata stuprata per tre mesi. Non avremmo mai immaginato che potessero succedere cose simili alle nostre figlie. Perché queste cose accadono solo a noi Adivasi [indigeni]? Hanno versato sedativi e droghe nell’acqua che bevevano le nostre figlie… Hanno fatto iniezioni alle bambine! Come è potuto succedere? Chiediamo giustizia per le nostre figlie”, dice Jyotsna, madre di una delle vittime.

Le bambine hanno tra gli otto e i 13 anni. Tredici di loro sono risultate positive al test tossicologico e i medici hanno riscontrato segni di abusi sessuali, mentre due solo alle droghe. Le famiglie non hanno avvocati. Hanno fatto domanda per un avvocato d’ufficio, ma non gli è stato ancora concesso.

“I bambini indigeni sono inviati in Factory School dove corrono il rischio reale di perdere la vita. La filosofia di questo intero sistema scolastico, dove proliferano abusi e abbandoni, è quella di strappare ai bambini le loro identità e separarli dalle loro culture e dalle loro comunità”, spiega Stephen Corry, direttore generale di Survival International.

E continua:

“La sofferenza inflitta a queste bambine è insopportabile. Se la loro istruzione fosse stata sotto il controllo e lo sguardo vigile delle loro comunità, tutto questo non sarebbe mai accaduto. È arrivato il momento di fermare le Factory School, adesso!”.

“Chiediamo giustizia per le nostre figlie”:

I dati sono allarmanti. Un rapporto del 2016 riguardante lo stato di Maharashtra ha dimostrato che negli ultimi anni almeno 1500 bambini sono morti in scuole di questo genere. Nella grande maggioranza dei casi, la causa del decesso non era indicata o era definita come “sconosciuta”. A tre anni dalla denuncia dello scandalo, non è stato fatto quasi nulla per prevenire altri abusi.

Alcune di queste scuole, denuncia Survival, sono persino sponsorizzate da corporazioni o industrie estrattive che cercano di sfruttare le terre, la forza lavoro e le risorse delle comunità.

“La scuola dovrebbe essere un luogo sicuro. Costretti a confrontarsi e apprendere lingue sconosciute, addestrati a vergognarsi della propria identità, molti bambini indigeni soffrono terribilmente in queste scuole e sono ad alto rischio di abusi.I popoli indigeni devono avere il controllo della loro educazione”, chiosa Jo Woodman, ricercatrice senior di Survival International.

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Giocattolo sospeso: a Napoli torna la magia del Natale anche per i bambini in difficoltà

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Torna a Natale la Napoli amica dei bambini meno fortunati! Sulla scia dell’ormai celebre caffè sospeso, anche quest’anno la città partenopea inaugura il Giocattolo Sospeso: in tutti i negozi di giocattoli e nelle librerie aderenti, chi vorrà potrà acquistare un gioco da lasciare e permettere così a chi ne ha bisogno di ritirarlo.

Giunta al suo quarto anno, l’iniziativa è promossa dall’Assessorato al Patrimonio, ai Lavori Pubblici e ai Giovani del Comune di Napoli con l’obiettivo, come si legge nel comunicato, di “riconoscere il diritto al gioco – sancito dall’art. 31 dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia – quale strumento fondamentale per lo sviluppo del bambino”.

Un modo bello e dolcissimo, quindi, per offrire ai genitori di famiglie disagiate l’opportunità di assicurare ai propri figli un dono natalizio. Con il “Giocattolo sospeso”, infatti, chi può regala giocattoli ai bimbi meno abbienti: chiunque acquisti un giocattolo può lasciarne un altro nel negozio e destinarlo a chi ha difficoltà ad acquistarlo.

Un bellissimo gesto di solidarietà che già nelle edizioni precedenti ha riscosso un grande successo e ha permesso di raccogliere più di 2mila giochi “sospesi” che sono stati consegnati direttamente alle famiglie meno facoltose nel periodo natalizio o distribuiti nel mese di gennaio ad associazioni di volontariato che da anni lavorano con i bambini su tutto il territorio: dal quartiere di Secondigliano a quello di Barra, dal quartiere della Sanità a quello di Pianura.

Per ora i titolari di negozi di giocattoli e di librerie interessati sono invitati sul sito del Comune ad aderire all’iniziativa a presentare la propria candidatura.

Intanto ecco alcuni nomi di negozianti aderenti: Junior Giocattoli, Casa mia, Natullo toys , Leonetti, La Girandola giocattoli di Via Nicolardi, la Girandola di Via Toledo, Baby Bendrew, Arcobalocchi giocattoli, Bibi, libreria dei ragazzi, La Città del Sole Napoli Chiaia, la libreria Mancini, la libreria Lieto.

Come funziona la donazione:

  • chi fa la donazione, ritirerà uno scontrino fiscale
  • nello stesso momento il negoziante prenderà nota, in un apposito registro, del nominativo del donatore, della data di acquisto, del numero seriale dello scontrino e del modello di giocattolo prescelto
  • le persone che lo richiederanno potranno ritirare il dono consegnando copia del proprio documento d’identità in corso di validità al negoziante
  • il negoziante rilascerà uno scontrino fiscale con importo pari a zero o ricevuta fiscale recante la dicitura “corrispettivo non pagato” e conserverà le copie dei documenti di identità di coloro che beneficiano del dono, per un successivo riscontro
  • il controllo sul corretto svolgimento dell’iniziativa sarà assicurato dalla Polizia Locale del Comune di Napoli

E allora cosa aspettate? Facciamo in modo che il Natale sia davvero magico per tutti!

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Melegatti risorge, torna in TV e assume 150 lavoratori proprio nel 125°anniversario

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Ricorderete certamente la situazione non proprio rosea della Melegatti di qualche anno fa che aveva fatto nascere sul web una gara di solidarietà per aiutare l’azienda e i suoi dipendenti a non chiudere. La produzione comunque per un certo periodo era stata interrotta ed era ripartita a fatica l’anno scorso. Adesso però arrivano buone notizie!

La Melegatti di San Giovanni Lupatoto (provincia di Verona) festeggia nel miglior modo i suoi 125 anni, tornando a preparare anche per il Natale 2019 il suo famoso pandoro, il primo della storia (fu Domenico Melegatti a inventarlo nel 1894 a Verona).

Dopo una serie di fallimenti legati alla compravendita del marchio, adesso sembra che la Melegatti abbia ristabilito il giusto equilibrio e sia pronta a ripartire alla grande sotto la direzione di Giacomo Spezzapria, figlio dell’imprenditore Roberto Spezzapria che già da un anno ha preso in mano la situazione dell’azienda in fallimento.

In occasione dell’ormai vicino Natale sono state fatte nuove assunzioni e, a 50 dipendenti a tempo indeterminato, sono stati aggiunti 150 nuovi posti di lavoro stagionale che garantiranno la produzione necessaria affinché lo storico pandoro non manchi sulle tavole degli italiani affezionati.

Tutto pronto per il rilancio dell’azienda, dunque, non a caso nel periodo natalizio.  Sono previsti spot televisivi (firmati Armando Testa) e marketing sul web e social oltre che su un nuovo portale dove è anche possibile acquistare i prodotti. Modi incisivi e che arriveranno al grande pubblico per annunciare il ritorno in grande stile del pandoro Melegatti.

Tornerà dunque ad essere utilizzato ancora una volta il lievito madre originario che è servito per realizzare il primo pandoro, salvato e conservato gelosamente da alcuni lavoratori dell’azienda l’anno scorso.

Sembra quindi ormai lasciata alle spalle la crisi che aveva colpito il marchio ma meglio non abbassare la guardia, vista la grande concorrenza delle altre aziende produttrici di pandori e panettoni.

Del resto che Natale sarebbe senza?

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Toccare la bellezza: ad Ancona la mostra di Bruno Munari e Maria Montessori da non perdere

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La bellezza è fruibile solo attraverso gli occhi? In apparenza sì, perché è la vista a consentirci di ammirarla, ma secondo Maria Montessori e Bruno Munari c’è un altro senso che permette di apprezzarla, riconoscerla, percepirla e quel senso è il tatto.

Che è anche il filo conduttore della mostra a loro dedicata, “Toccare la bellezza“, aperta dal 10 novembre 2019 all’8 marzo 2020 presso la Sala Vanvitelli della Mole di Ancona, promossa e organizzata dal Museo Tattile Statale Omero e dal Comune di Ancona, in collaborazione con la Fondazione Chiaravalle Montessori e l’Associazione Bruno Munari.

 

Cubo del trinomio. ©GonzagArredi Montessori

Libro illeggibile NY1, The Museum of Modern Art, 1967

L’esposizione, che cerca di capire se sia davvero possibile riconoscere la bellezza tramite il tatto, è un viaggio di scoperta nel pensiero e nei materiali della Montessori da un lato, e nelle idee e nei lavori di Bruno Munari dall’altro. Due personaggi celebri che si sono occupati di argomenti molto diversi e che, tuttavia, si sono posti domande simili sull’ardua questione.

Di lui, artista e designer di fama e successo da sempre attento alla multisensorialità e all’utilizzo di diversi materiali naturali e industriali nella sua arte, anche a fini pedagogici, vengono esposte più di 100 opere e lavori editoriali, affiancati da diverse tavole tattili di Roberto Arioli ispirate al concetto di “tavole tattili” ideato proprio da Munari negli anni ’70.

Di lei, in mostra si parlerà del modello educativo e ci saranno numerosi materiali esposti, soprattutto quelli legati all’educazione sensoriale e della mano.

Telaio delle allacciature. ©GonzagArredi Montessori

Tavola tattile n.32 1991. Proprietà Roberto Arioli.

Per non parlare dei vari approfondimenti dedicati a singole tematiche, degli ambienti allestiti come quello che riproduce un’aula montessoriana, e delle stanze interattive come “il bosco tattile” dove si potranno vivere esperienze tattili e multisensoriali.

Previsti anche laboratori didattici per scuole e famiglie secondo il metodo Bruno Munari e il modello montessoriano, workshop e formazione.

Libro illeggibile NY1, The Museum of Modern Art, 1967

Incastri delle foglie della botanica. ©GonzagArredi Montessori

Orari

La mostra apre il giovedì e venerdì dalle 16 alle 19, il sabato, la domenica e i festivi dalle 10 alle 19, il 1° gennaio dalle 16 alle 19 e rimarrà chiusa il 25 dicembre.

Potete trovare ulteriori informazioni su prezzi, laboratori, percorsi di formazione qui. 

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Photo Credit: museoomero/archiportale/artribune

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