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Independent UN rights experts call for ‘immediate investigation’ into alleged Saudi hacking 

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Independent UN rights experts said on Wednesday they were “gravely concerned” over allegations that in 2018, a messaging app account belonging to the Crown Prince of Saudi Arabia was used to hack into The Washington Post owner’s mobile phone, calling for an “immediate investigation” by authorities in the United States.

Olio di palma: i marchi che non rispettano gli impegni presi (e la Nutella non è tra questi)

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Un decennio di promesse non mantenute sul piano della sostenibilità ambientale che vanno dall’uso dell’olio di palma fino allo sfruttamento della manodopera. Nel suo ultimo report, ‘Palm Oil Buyer Scorecard’, il Wwf accusa le grandi aziende alimentari di essere in netto ritardo con gli impegni assunti (e mai portati a termine). Su 53 aziende, solo il 20 per cento ha mostrato passi in avanti.

Ci sono i brand come Carrefour, L’Oreal, McDonald’s, Nestlé, Tesco, Walmart, Ferrero, Unigrà e altri che, ai consumatori italiani, dicono ben poco. In tutto, il report analizza il comportamento di aziende di Canada, Stati Uniti, Europa, Australia, Singapore, Indonesia e Malesia. E i risultati non sono molto rassicuranti. Al centro del dibattito c’è l’olio di palma sostenibile. Ogni azienda è stata valutata, infatti, in base ai propri impegni di approvvigionamento di olio di palma sostenibile e politiche di deforestazione.

Il primo dato è che nessuna azienda ha preso il massimo dei voti stabilito dal Wwf. Di fatto, quindi, nessun promosso con lode per l’utilizzo di olio di palma sostenibile al 100%, per il sostegno ai piccoli proprietari terrieri e alle comunità o per la protezione della biodiversità nelle zone più a rischio a causa dell’espansione irresponsabile della coltivazione della palma da olio.

Spiega il Wwf: “Circa un quarto delle aziende prese in esame sta investendo in iniziative in aree a rischio deforestazione”. Troppo poco insomma.

“Gli impegni di lunga data di marchi e coalizioni industriali per eliminare la distruzione della natura, compresa la deforestazione, dalle loro catene di approvvigionamento di olio di palma sono falliti”, chiosa il Wwf.

Ferrero sul podio

Nella valutazione del Wwf, il gruppo italiano Ferrero è al primo posto, con 21,5 punti (su un massimo di 22), seguono poi L’Oréal,Edeka, Kaufland, e IKEA. Ricordiamo che la Ferrero ha la certificazione RSPO e dal 2015 è membro del POIG, Palm Oil Innovations Group che è un impegno formale contro la deforestazione che viene verificato da enti terzi. Ne fanno parte organizzazioni come Greenpeace, il Wwf, Rainforest Action Network, ma anche grandi marchi come Danone, Stephenson&Boulder, così come il gigante dell’olio di palma indonesiano Musim Mas Group.

Le aziende

Non piace il punteggio ottenuto dai membri ‘Consumer Goods Forum’, la piattaforma industriale di distributori e produttori attraverso la quale le aziende aderenti si sono impegnate per eliminare gli impatti sulla deforestazione delle proprie filiere. Delle 53 aziende CGF solo dieci, ovvero Ferrero, Kaufland, L’Oréal, Marks & Spencer, Dm-drogerie markt, The Co-operative Group UK, Rewe Group, Mars, Friesland Campina e Nestlé hanno preso degli impegni effettivi, rientrando nel 20% delle aziende al vertice della classifica.

Si legge in una nota del Wwf: “Meno della metà delle aziende analizzate impiega al 100% olio di palma certificato sostenibile, poco più di due terzi si è impegnato ad approvvigionarsi entro il 2020 del 100% di olio di palma certificato sostenibile e di queste solo il 60% ha effettivamente raggiunto l’obiettivo dichiarato”.

Per l’altra italiana in classifica, ovvero Unigrà che trasforma e vende oli e grassi alimentari nella produzione dolciaria ma non solo, appena la sufficienza: 10.5 su 22. Ultima parte della classifica, ovvero sotto il punteggio di 10 per Jumbo, Target Corporation, Coles, Metro, Whole Foopd market, Restaurant brand International e Salling Group.

Per consultare il REPORT clicca qui

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Locanda dei Girasoli: arriva il contributo dalla Regione Lazio per salvare il ristorante gestito da ragazzi Down

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Ne avevamo già parlato della splendida Locanda dei Girasoli, esempio unico di inclusione sociale. La locanda, che ha sede a Roma in via dei Sulpici 117/h, al Quadraro, è infatti gestita da ragazzi e ragazze con la sindrome di Down, esempio di occupazione e integrazione, una delle poche opportunità di crescita lavorativa per questi giovani.

Il ristorante, più volte nel corso degli anni, ha rischiato la chiusura a causa della crisi economica che l’ha messo a dura prova. Prima nel 2012 quando fortunatamente riuscì a resistere, poi nel recente 2019, quando venne lanciata una petizione online rivolta alla Sindaca di Roma Virginia Raggi, firmata da moltissime persone. Ed ecco che ora, finalmente, le istituzioni rispondono, è stato infatti confermato il contributo della Regione Lazio.

48mila e 800 euro che la Regione, attraverso l’Arsial, l’Agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura del Lazio, ha deciso di donare grazie a un accordo che concilia occupazione e buona tavola con le eccellenze alimentari regionali. In cambio il locale dovrà utilizzare l’80% di oli di provenienza laziale e il 40% di prodotti coltivati o allevati in regione. E anche i vini saranno, per il 60%, della tradizione locale.

Enzo Rimicci, presidente della Locanda, ha dichiarato, secondo quanto riporta il sito di Nicola Zingaretti, che negli ultimi 20 anni il sogno del ristorante è diventato realtà ma che, a un certo punto, è stato necessario appoggiarsi ad altri, anche perché più volte si è rischiato di chiudere. E finalmente, dopo tanta attesa ci siamo, la richiesta economica è stata accolta, rimane da vedere se la locanda potrà anche spostarsi in una zona più centrale, domanda di cui attendono risposta da oltre un anno.

Nicola Zingaretti ha definito la locanda “un esempio unico in tema di inclusione sociale, che offre a Roma un futuro di autonomia e di dignità nel mondo del lavoro a tanti ragazzi e ragazze con la sindrome di down“.

Ci auguriamo che con questo contributo la loro attività possa finalmente risollevarsi e che, nel frattempo, le istituzioni riescano a trasferirla in una sede più idonea.

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Photo Credit: Facebook

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La Spagna dichiara l’emergenza climatica: energia solo da fonti rinnovabili entro 30 anni

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Il governo spagnolo ha dichiarato lo stato di emergenza climatica e ha deciso di mettere in atto misure volte per contrastare in modo efficace la crisi climatica.
Sebbene la decisione non abbia valore giuridico, la dichiarazione ha l’obiettivo di far raggiungere al paese la neutralità delle emissioni entro il 2050.

Il presidente spagnolo, Pedro Sanchez, aveva promesso che la transizione ecologica sarebbe stata una priorità per governo. Con la recente dichiarazione di emergenza climatica, la Spagna vuole passare dalle parole ai fatti, vista la necessità urgente di azioni concrete per affrontare la crisi climatica e mitigarne i devastanti effetti.

La transizione ecologica prevede una serie di azioni che consentiranno di passare a fonti rinnovabili per produrre energia e a soluzioni che non prevedano l’uso di combustibili fossili nel settore agricolo e nel trasporto su strada di veicoli pesanti come camion e autobus.

Per favorire il passaggio a fonti energetiche sostenibili, il governo interverrà anche attraverso misure economiche, innanzitutto eliminando gli attuali sussidi ai combustibili fossili.

L’obiettivo è quello di arrivare gradualmente a produrre energia elettrica che provenga totalmente da fonti rinnovabili: già tra 20 anni, tale energia dovrà essere tra l’85 e il 95%, per raggiungere il 100% dieci anni più tardi, nel 2050.

Diverse città della Spagna, tra cui Madrid e Barcellona, avevano già dichiarato l’emergenza climatica: ora lo stato di emergenza è stato dichiarato a livello nazionale, in linea con quanto deciso anche dall’UE: l’Europa è stato infatti il primo continente a dichiarare lo stato di emergenza climatica alla fine del 2019.

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In Grecia per la prima volta il Presidente della Repubblica è donna (e ama l’ambiente)

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Per la prima volta nella storia, la Grecia ha una donna presidente della Repubblica. Si tratta di Ekaterini Sakellaropoulou eletta al primo scrutinio con 261 voti su 300, prenderà il posto di Prokopis Pavlopoulos, il cui mandato scade a marzo.

Magistrato, Sakellaropoulou è un’esperta di diritto ambientale e costituzionale; da quattro anni è a capo del Consiglio di Stato, massimo tribunale amministrativo della Grecia, dov’è stata – anche in questo caso – la prima donna a rivestire il ruolo.

Due primati, ma non solo. Lei è riuscita a rompere finalmente gli schemi di genere e ha scelto di non legarsi a nessun partito politico. “Questo incarico è un onore per tutte le donne greche”, ha detto Sakellaropoulou. Il magistrato è stata eletta grazie al sostegno di Nuova Democrazia, di centrodestra, ma anche del partito di centrosinistra KINAL e di Syriza, il partito dell’ex primo ministro Alexis Tsipras, riuscendo quindi a mettere d’accordo una larga maggioranza.

Greece, Electoral History: Presidential elections

(300 MPs voting)


1990: Karamanlis (ND-EPP): 153
1995: Stephanopoulos (DIANA-ECR): 181
2000: Stephanopoulos: 269
2005: Papoulias (PASOK-S&D): 279
2010: Papoulias: 266
2015: Pavlopoulos (ND): 233
2020: Sakellaropoulou (*): 261

— Europe Elects (@EuropeElects) January 22, 2020

La presidente si insedierà il 13 marzo e resterà in carica per cinque anni. Il primo ministro Kyriakos Mitsotakis ha commentato: “la nomina di una presidente della Repubblica è un cambiamento in una società che ancora discrimina le donne”. Il premier che ha sostenuto la candidatura, ha poi detto: “è il simbolo dell’unità della nazione greca e la sua elezione dimostra che i greci sanno essere concordi sulle scelte importanti”.

Una donna impegnata anche in campo ambientale. Da magistrato ha seguito diversi processi di reati ambientali e ha scritto saggi su tutela delle foreste, l’energia rinnovabile e l’impatto delle infrastrutture sull’ambiente.

Chi è Ekaterini Sakellaropoulou

Nata a Solinicco, Ekaterini Sakellaropoulou si è laureata all’Università di Atene e si è specializzata in diritto costituzionale alla Sorbona di Parigi. Nel 1982 è stata nominata relatore del Consiglio di Stato, poi diventata consigliere fino ad arrivare nel 2015 ad essere nominata vicepresidente del Consiglio di Stato e il 17 ottobre del 2018 presidente. Sakellaropoulou ha insegnato alla Scuola nazionale della magistratura e ha fatto parte di varie commissioni consultive, tra le quali il Consiglio disciplinare del ministero degli Esteri.

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La strana capretta indiana con il muso quasi umano venerata dagli abitanti locali come una dea

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Pochi giorni, in India, è nata una capretta dall’aspetto bizzarro: il suo muso è insolitamente piatto e ricorda vagamente un viso umano.

Il povero animale presenta probabilmente un raro difetto genetico che non ha consentito lo sviluppo normale del muso. Normalmente il difetto comporta la morte prima del parto, ma in questo caso la gravidanza è riuscita ad arrivare a termine.

La capretta è nata in un villaggio alla periferia Jaipur, capoluogo dello stato indiano del Rajasthan,  e i video pubblicati dal proprietario, Mukeshji Prajapap, hanno già fatto il giro del paese e del mondo.

Animali che presentano malformazioni attirano molta attenzione in India, dove non è raro che vengano venerati come dei. Purtroppo però è quasi certo che la capretta non sopravviverà, perché la conformazione del muso porterà a gravi problemi, legati soprattutto alle difficoltà respiratorie e all’incapacità di alimentarsi in modo corretto.

Poco più di un anno fa, un’altra capra nelle Filippine aveva dato alla luce uno strano cucciolo privo di peli, con la pelle lucida e le sembianze simile a quelle di un maialino. Anche in quel caso, l’esemplare è morto poco dopo, insieme alla mamma e al fratellino, che però non presentavano nessun problema. All’epoca, i residenti del luogo temevano si trattasse di una maledizione ma l’animale aveva chiaramente un problema di salute.

Probabilmente la causa della malformazione era un difetto congenito o una malattia contratta dalla madre e poi trasmessa ai figli, che si è manifestata con una vistosa anomalia solo in un cucciolo.

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Diodato, il cantautore che svela le fragilità umane e l’importanza di non tradire se stessi

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Diodato è un cantautore. Non serve aggiungere un attributo per qualificarne (o quantificarne) il talento, è una speranza concreta per la nostra musica, per la nostra lunga e imponente tradizione cantautorale e per la nicchia dei sensibili, quelli che sanno ancora ascoltare le parole di una canzone e riconoscerne il valore, il peso, l’importanza. Diodato ne fa un uso scrupoloso, attento, delicato. È un cantautore, l’ho detto, lo è a buon diritto, i suoi versi rivelano l’uomo attraverso l’artista. È vita che si fa arte, la sua.

Empatia in musica

La musica di Diodato di pregi ne ha tanti. Ma, prima di ogni altra cosa, è empatica, accogliente, capace di indagare gli aspetti più intimi e sofferti dell’animo umano, la difficoltà e l’urgenza di essere qui e ora, con i piedi ben saldi nel presente. La sua penna sa essere poetica e concreta, potente ma non prepotente, sensibile e raffinata. Il suo modo di raccontare la verità non è mai artificioso, ma diretto; non tanto travolgente quanto, piuttosto, disarmante. Diodato è come uno spiffero d’aria che smuove le montagne, le sue parole non sono mai innocue, anche quando lo sembrano.

Un tema ricorrente della sua produzione è quello dell’affermazione di sé, dell’importanza di non rimanere intrappolati nelle proprie paure, che diventano in fretta accondiscendenza, quindi rassegnazione. Mai scendere a compromessi con ciò che ci spaventa: lasciarsi lusingare dalla paura è un esercizio semplice, più difficile è affrontare gli aspetti meno accomodanti della vita, come il fatto di non piacersi, di non essere come gli altri ci vogliono, di voler essere quello che gli altri pretendono.

Che vita meravigliosa e altre storie

Che vita meravigliosa, brano che Diodato ha pubblicato nello scorso mese di dicembre e che dà il titolo al suo nuovo album, è solo la punta dell’iceberg di un processo ben più complicato e denso, che parte dall’accettazione di sé, anzi, dalla piena consapevolezza di sé. Accettare, di fatto, prevede una forma di rassegnazione, di rinuncia a indagare la nostra verità più intima. Diodato parla, piuttosto, di una reale conoscenza di sé, di quello che si è e che si vuole. In Che vita meravigliosa canta “Sei la vita che ora ho scelto e di questo non mi pento, neanche quando si alza il vento”, ma è solo il punto di arrivo di un percorso lungo e insidioso, iniziato in precedenza con brani come Per la prima volta (e non solo).

Per la prima volta, infatti, si presenta come un sussurro, ma colpisce come un grido, tanto è potente il suo messaggio: è la storia di un uomo che si guarda indietro e s’accorge di quanto la paura di ciò che poteva essere abbia mortificato ciò che è stato. Il protagonista del brano è come un reduce senza guerra, invecchiato senza essere diventato adulto, trasparente agli occhi di se stesso soltanto per il timore di rischiare. Non si è mai conosciuto fino in fondo, non ha mai approfondito le proprie passioni, non ha fatto in tempo ad avere ambizioni ed è sceso a compromessi con il destino che la sua famiglia gli ha messo addosso. Un brano severo, persino doloroso, ma non certamente disfattista: nel ritornello si spalanca a una speranza inattesa, è un lampo di lucidità, “Ma un giorno mi libererò e via dai vostri ricatti e i vostri inganni io sarò libero per la prima volta, sarò libero per la prima volta”.

Speranza che si fa sempre più concreta in Di questa felicità, pezzo in cui il protagonista si sgranchisce i pensieri dopo una lunga apnea e mette tutta la propria storia al servizio di un esercizio complesso ma necessario: imparare a non aver paura della felicità. Il passato non è sepolto, è vivo e pulsante; il dolore provato non è sommerso, ma resta in superficie come un monito; gli errori commessi sono a portata di memoria, ma servono a non indietreggiare. Il protagonista di questa storia si tuffa in una felicità timida, ma consapevole; non è uno sprovveduto, è segnato, ma non vinto; non è la stessa persona di Per la prima volta, perché non è vittima del dolore sopportato, quindi non ne è complice: “Oltre tutti gli errori e le croci che indosso, oltre il buio che ho incontrato spesso e non confesso, prendimi l’anima e dille come si fa a non aver paura di questa felicità”.

E poi c’è Essere semplice, la chiave di volta, la presa di coscienza di chi si assume la responsabilità di essere ciò che è, senza più il timore di scontentare nessuno, nemmeno se stesso. “E chiedo scusa se non ho vissuto come gli altri mi dicevano”, canta Diodato. E poi ancora: “Sono stato sempre complicato, sempre fuori dal coro, sempre inadeguato, come chi non trova mai la strada per tornare a casa”, ma il protagonista di questa storia non ha alcuna intenzione di recriminare, di colpevolizzarsi o puntare il dito contro un destino stabilito. Sa quel che è e quel che vuole, “Vorrei davvero essere semplice”, dice, ma poi aggiunge “Ma so che è stupido considerato che non fa parte di me”.

Che vita meravigliosa, dicevo, è il cerchio che si chiude, celebra la vita per quel che è, dolorosa, seducente e miracolosa, così la descrive Diodato. Non cerca attenuanti, vie di fuga, alternative: la guarda in faccia, le corre incontro e si lascia travolgere. “Avrei potuto andare altrove, non dar fuoco a ogni emozione, affezionarmi ad un cliché”, canta. E poi, come accennato prima, conclude “Ma sei la vita che ora ho scelto e di questo non mi pento, neanche quando si alza il vento”.

La sincerità, che ha un prezzo da pagare, non è mai un prezzo da pagare: costa fatica, è innegabile, ma è un privilegio che i sensibili sanno riconoscere. Quella di Diodato ha trovato terreno fertile in tanta gente che si cerca nelle sue parole, che sono puntuali e affilate, si posano nel posto giusto e lasciano un segno.

Video

Ecco il videoclip ufficiale di Che vita meravigliosa, che anticipa l’omonimo album, in uscita, il 14 febbraio 2020:

Ascolta Per la prima volta, penultima traccia dell’album Cosa siamo diventati (2017):

Il video ufficiale di Di questa felicità, secondo estratto dall’album Cosa siamo diventati:

Il video ufficiale di Essere semplice (2018):

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Il Cammino di Santiago ora arriva fino a Budapest: 4mila chilometri in 5 nazioni per scoprire il patrimonio europeo

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Attraversa ben 5 nazioni, tocca 15 siti Unesco e ha un totale di 4mila chilometri da percorrere a piedi o in bicicletta. Dopo anni di lavoro, le Associazioni dei Cammini di tutta Europa hanno realizzato un grande sogno per i camminatori, quello di unire Budapest (l’antica Aquincum, confine orientale dell’Impero romano) con Santiago de Compostela (Finisterrae, la fine del mondo).

Un percorso unico di ben 173 tappe che passa da Ungheria, Slovenia, Italia, Spagna e Francia collegando cammini già conosciuti come Via Pannonia, Jakobova Pot, Via Flavia, Via Postumia, Via della Costa Ligure, Voie Aurelienne, Via Tolosana, Camino Aragones e Camino Frances. In Italia, il progetto è stato portato avanti dall’associazione Amici della Via Postumia A.P.S, che è ancora a lavoro insieme alle altre associazioni per migliorare la segnaletica e l’accoglienza.

“Tutto il cammino porta la freccia gialla, il simbolo stilizzato delle conchiglie dei percorsi Jacobei. I viaggiatori possono ottenere da noi le tracce GPS per la propria sicurezza e anche un elenco di alloggi. Siamo convinti che questo viaggio possa essere un’esperienza meravigliosa grazie alla grande diversità di questi paesi”, scrive l’associazione Amici della Via Postumia A.P.S.

E c’è già chi il cammino l’ha finito in solitaria, si tratta di una ragazza di Taiwan, Hazel Chang.

La rete dei cammini cresce

Pubblicato da Amici della Via Postumia – Pagina su Martedì 14 gennaio 2020

“La cultura viene prima dell’economia. Crediamo che lo scambio culturale di esperienze sia fondamentale per abbattere le barriere mentali che la società crea spesso tra i popoli. Solo creando un senso di appartenenza può esserci un’Europa migliore”, dice ancora l’associazione.

Trabalho maravilhoso, aqui você pode encontrar albergues dos Caminos europeus de Santiago. https://pilgertools.de/pilgerunterkunft/

Pubblicato da Amici della Via Postumia – Pagina su Lunedì 16 dicembre 2019

Cammino Budapest- Santiago de Compostela, le rotte Via Pannonia – 370 km, 15 tappe

Il cammino Ungherese misura 370 km, inizia a Budapest, si sviluppa su un tracciato collinare, l’altitudine massima è di 476 metri. Si incontrano i castelli di Csokako e Varpalota per poi arrivare al lago Balaton, il ‘mare di Ungheria’. Il cammino finisce al confine sloveno, vicino al paese di Nemesnep.

Jakobva Pot – 403 km, 20 tappe

Il cammino Sloveno misura 403 km, è a forma di croce di Sant’Andrea, dove i due bracci si incrociano a Lubiana: un ramo va dal confine croato a quello austriaco, l’altro dal confine Ungherese a Trieste, quello che si utilizza per continuare il cammino da Budapest. Il primo paese in Slovenia è Lenti. Il percorso è collinare, massima altitudine 851 metri. Borghi caratteristici attraversati: Ormoz, Ptuj, Kamnik, Lubiana, Predjama Castle.

Via Flavia – 113 km, 4 tappe

Questo Cammino misura 113 km e parte da Muggia (mentre da Trieste ad Aquileia sono 83 km), con altitudine massima 232 metri. Oltre quindi alla bella Trieste, dove il cammino Sloveno finisce (alla Chiesa di San Giacomo), i siti di maggior interesse sono il Castello di Miramare, Duino, Grado e Aquileia.

Via Postumia – 930 km, 42 tappe

Questo cammino misura 930 km, continuando da Aquileia e giungendo a Genova. I primi 600 km sono in pianura, poi si sale nelle colline dell’oltrepò pavese, e infine si superano gli Appennini al passo della Bocchetta, coi suoi 830 metri di altitudine. I siti di interesse sono tanti, regione per regione: Friuli(Aquileia/Palmanova), Veneto (Concordia Sagittaria, Oderzo, Treviso, Castelfranco Veneto, Cittadella, Piazzola sul Brenta, Vicenza, Lonigo, Verona, Peschiera del Garda), Lombardia (Ponti sul Mincio, Monzambano, Volta Mantovana, Le Grazie, Mantova, Sabbioneta, Casalmaggiore, Cremona, Cigognola, Voghera), Emilia (Piacenza, Corano, Ziano Piacentino), Piemonte (Libarna, Gavi), Liguria (Genova).

Via della Costa Ligure – 346 k, 7 tappe

Questo cammino misura totalmente 346 km: il percorso da Genova a Mentone ne misura 207.
Dopo una prima parte sul lungomare inizia a diventare collinare, esattamente dopo Vado Ligure (si lavora ad una variante che passi da Libarna e arrivi a Vado Ligure sulla antica Via Aemilia Scauri). Questo cammino è sia un raccordo per i cammini verso Santiago de Compostela che la Via Francigena (ne parliamo qui), incrociata a Sarzana. I siti di maggiore interesse sono oltre Genova, Arenzano, Cogoleto, Varazze, Albissola, Vado Ligure, Spotorno, Noli, Varigotti, Pietra Ligure, Loano, Albenga Alassio, Cervo, Caramagna, Civezza, Lingueglietta, Castellaro, Taggia, Sanremo, Bordighera, Ventimiglia.

Voie Aurelienne e Via Tolosana – 1167 km, 47 tappe

Questi due cammini entrambi segnalati come GR653 (gr653a, gr653d) misurano insieme 1176km; la massima altitudine è 1176 metri al Col du Somport sui Pirenei. I siti di interesse sono i seguenti: Mandelieu la Napoule, Saint Raphael, Saint Maximim la Sainte Baume, Aix en Provence, Salon de Provence, Arles, Saint Gilles, Vauvert, Montpellier, Saint Guilheme le desert, Toulouse, Auch, Oloron Saint Marie.

Cammino Aragonese / Cammino Francese / Cammino Fisterrano – 164 km, 38 tappe

Il cammino Aragonese misura 164 km dal Col du Somport a Puente la Reina, dove si inserisce nel Cammino Francese: dal passo a Santiago de Compostela siamo a 858 km. I siti di maggior interesse sono Jaca, Sanguesa, e Puente la Reina. Si continua sul cammino più famoso al mondo fino a Santiago de Compostela, toccando i maggiori siti di Burgos, Leon, Astorga, Villafranca del Bierzo. Arrivati a Santiago il cammino continua fino all’Oceano Atlantico: per arrivare a Finisterre o a Muxia sono 85 km per entrambi i percorsi. Dopo Hospital si trova il bivio che consente di scegliere quale cammino seguire (Fisterrano o Muxiano). Tra questi due paesi la distanza è 28 km.

Per maggiori informazioni e per avere le mappe GPS vi consigliamo di contattare:
Fb Group: amici della Via Postumia- Fb page: Amici della Via Postumia

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Cannabis terapeutica: il farmaco è ora gratuito anche in Sicilia

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La Sicilia si aggiunge all’elenco delle Regioni italiane che offrono cannabis terapeutica gratuita in caso di alcune patologie.

Ruggero Razza, assessore alla Sanità della Sicilia, ha firmato il decreto che stabilisce la possibilità di avere il rimborso delle spese sostenute da alcuni pazienti che ricorrono all’uso di cannabis terapeutica per gravi patologie.

E’ la conclusione che tutti si attendevano dopo un anno di lavoro da parte di un tavolo tecnico istituito proprio dallo stesso assessore e richiesto da alcune associazioni locali come Bister che si occupa della divulgazione delle proprietà mediche della Cannabis Terapeutica.

Il farmaco a base di cannabis diventa dunque gratuito per i pazienti che, in cura presso le strutture sanitarie pubbliche, soffrono di dolore cronico e neuropatico o per la spasticità dovuta alla presenza di sclerosi multipla.

Ma non tutti i medici potranno prescrivere la terapia, gli autorizzati sono solo quelli del Sistema Sanitario, specialisti di anestesia e di rianimazione, medici di neurologia e dei centri di terapia del dolore. I pazienti che ne hanno più bisogno potranno usufruire della cura per una durata massima di 6 mesi.

La cannabis terapeutica si potrà ritirare nelle farmacie ospedaliere. Al momento, però, tali farmacie non sono anche produttrici del farmaco e dunque è previsto che la Regione firmi delle convenzioni con farmacie private che forniranno il prodotto e che si trovano ad Agrigento, Catania, Palermo, Ragusa e Siracusa.

Così ha commentato Giuseppe Brancatelli di Bister:

“E’ un risultato importante, come associazioni continueremo la nostra azione affinché sia allargata la platea di patologie per la somministrazione gratuita del farmaco”.

La Sicilia si aggiunge dunque alle altre Regioni d’Italia che, già da tempo, prevedono che i farmaci a base di cannabis siano a carico del sistema sanitario nazionale.

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Designer crea il tubetto di dentifricio biodegradabile che riduce plastica ed elimina la scatola

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Nell’ambito della lotta ai rifiuti, cercare di ridurre gli imballaggi è sicuramente una priorità. Per molti prodotti alimentari e non, negli ultimi anni siamo riusciti a trovare alternative più sostenibili grazie all’impiego di materiali biodegradabili o all’eliminazione del packaging, come nel caso degli prodotti venduti sfusi tra cui troviamo alimenti e cosmetici solidi, ad esempio.

Le confezioni di dentifricio in pasta rimanevano uno scoglio difficile da superare. Sebbene si trovino in commercio dentifrici in crema venduti in barattoli di vetro, dentifrici solidi e dentifrici in pastiglie, fino a oggi non esisteva un’alternativa sostenibile al tubetto in plastica o alluminio cui siamo abituati.

Un progetto accademico portato avanti da Allan Gomes per l’Università Federale del Minas Gerais sembra però aver trovato finalmente una soluzione, sviluppando un imballaggio sostenibile del tutto simile al caro vecchio tubetto di dentifricio.

Gomes si è ispirato all’attuale confezione del noto dentifricio Colgate che ha ridisegnato in modo più moderno e soprattutto ecologico.

Il nuovo packaging, chiamato Coolpaste, non prevede la confezione esterna in cartone e si limita a un tubo prodotto con materiali riciclabili e biodegradabili capaci di garantire la conservazione del prodotto e di resistere durante il trasporto e lo stoccaggio del dentifricio.

I tubetti sono stati progettati per poter essere appesi anziché impilati, così da non rischiare che si schiaccino e si rovinino. Le nuove confezioni, inoltre, non prevedono l’uso di inchiostri chimici potenzialmente nocivi.

Grazie alle caratteristiche del nuovo tubetto, si potrebbero risolvere i problemi logistici e ambientali legati al packaging dei dentifrici che, fino a oggi, non avevano ancora trovato una soluzione.

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Copenaghen pianterà alberi da frutta in tutta la città dove raccogliere gratis mele, more e mirtilli

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Immaginate la bellezza di poter raccogliere della frutta da un albero o da un cespuglio mentre stiamo andando a lavoro o aspettiamo l’autobus. Questo diventerà presto realtà a Copenaghen dove verranno piantati alberi da frutto in tutta la città per offrire alla comunità spuntini sani e genuini.

Si tratta di alberi da frutto e cespugli dedicati alla comunità e di cui ognuno potrà beneficiare raccogliendo ad esempio mele ma anche more o mirtilli. Questi saranno piantati in aree pubbliche come parchi e campi da gioco e saranno utili a riconnettere le persone con la vegetazione locale.

Come sta avvenendo un po’ ovunque, infatti, anche le giovani generazioni danesi stanno perdendo la connessione con la natura e i sapori genuini che offre. La speranza dell’amministrazione di Copenaghen che ha votato per la realizzazione di questo progetto è che, piantando alberi da frutto e altra vegetazione, le persone abbiano l’opportunità di riconnettersi con i sapori naturali e scelgano di inserirli più spesso nella loro alimentazione quotidiana.

Fin dal Medioevo, la raccolta di frutta ed erbe è una tradizione in Danimarca e, non a caso, i danesi sono autorizzati a raccogliere cibo dalle terre pubbliche come desiderano. Sono anche autorizzati a prelevare colture dalle proprietà private, purché si trovino sui sentieri. Visti i precedenti, non sorprende quindi più di tanto la decisione del consiglio comunale di Copenaghen che praticamente si è limitato ad estendere la pratica secolare della raccolta di erbe spontanee e frutta anche alle aree urbane.

Per presentare la natura danese ai visitatori ma anche ai cittadini che non la conoscono ancora bene è stata sviluppata un’app chiamata Vild Mad ( “cibo selvaggio”). L’app istruisce le persone sulla raccolta di frutti, bacche ed erbe e può essere utilizzata come una vera e propria guida che fornisce anche gustose ricette da realizzare usando proprio  gli ingredienti selvatici raccolti, cibo fantastico e gratuito a disposizione di tutti!

Piantare alberi da frutto per l’intera comunità si rivelerà una situazione vantaggiosa da ogni punto di vista. Le persone potranno avere gratuitamente deliziosi frutti da sgranocchiare e, contemporaneamente, la città diventerà più verde.

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Big Stone River, lo spettacolare fiume di pietra immerso in una fitta foresta russa

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Di solito i fiumi sono fatti di acqua ma in Russia anche di pietra! Una meraviglia naturale davvero insolita, che prende il nome di Big Stone River, costituito da migliaia di grandi massi di pietra che si inoltrano in una fitta foresta di pini.

In realtà i fiumi di pietra esistono in tutto il mondo, dalla Bulgaria fino alle Isole Falkland, ma un fiume di dimensioni simili a quello situato nella regione russa di Chelyabinsk Oblast, con i suoi 6 km di lunghezza, è davvero unico nel suo genere.

Photo Credit: mountainsfoto.ru/

Photo Credit: kucha.d3.ru

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Il Big Stone River si sviluppa a partire da alcuni piccoli torrenti larghi circa 20 metri che man mano si uniscono formando il fiume di pietra dalla larghezza di 200 metri, e in alcuni punti di addirittura 700 metri. Uno spettacolo unico, nel Parco Taganai situato negli Urali, su cui abbondano leggende e storie.

Secondo gli scienziati il fiume si sarebbe formato da un ghiacciaio staccatosi dalle cime più alte del Taganai oltre 10.000 anni fa. Il ghiacciaio sarebbe poi confluito nelle valli e avrebbe lasciato dietro di sé una scia di avventurina, un tipo di quarzo.

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I massi che compongono il Big Stone River possono raggiungere anche le 10 tonnellate, e hanno una profondità compresa tra 4 e 6 metri, motivo per cui sul fiume non cresce la vegetazione, lasciandolo praticamente intatto.

Il fiume dista circa 12 km dall’ingresso del parco Taganai e può essere raggiunto da Zlatoust attraverso il sentiero inferiore (vecchia strada Kilaimskaya). Un luogo speciale da visitare almeno una volta nella vita.

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Case in vendita a 1 euro a Bisaccia: il borgo in provincia di Avellino si pubblicizza sulla CNN

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Case in vendita a un euro nella speranza di ripopolare il paese. Accade a Bisaccia, in provincia di Avellino, entroterra campano, dove l’amministrazione ha deciso di vendere immobili di sua proprietà a prezzi stracciatissimi, sulla falsariga di molti altri piccoli comuni italiani.

È infatti accaduto già a Zungoli e a Teora, nella stessa Irpinia, ma anche in Sicilia e in Sardegna: per tutti l’obiettivo è sempre stato quello di salvare le case antiche dalla rovina e ripopolare quartieri ormai disabitati.

E, pare strano, questa è una prospettiva davvero allettante per molti americani che vorrebbero abbandonare tutto e iniziare una nuova vita altrove. Dell’iniziativa di Bisaccia, che aveva lanciato il bando per una prima manifestazione di interesse già lo scorso agosto, ora ne parla anche la CNN.

In questi giorni, infatti, un’intervista del vicesindaco Francesco Tartaglia alla tv statunitense ha confermato, con un lungo reportage, il forte interesse a stelle e strisce per il borgo dell’Irpinia orientale. Le case messe in vendita sono collegate tra loro e in alcuni casi con accesso principale in comune. Per questo il vicesindaco esorta a un acquisto di tipo familiare.

Qui affrontiamo una situazione molto particolare – dice Tartaglia. La [zona] abbandonata si estende in tutta la parte più antica del villaggio. Le case abbandonate sono raggruppate insieme, una accanto all’altra lungo le stesse strade”.

Come di consueto, anche in questo caso gli acquirenti dovrebbero impegnarsi a rinnovare le proprietà, ma a differenza di altre città, non vi è alcun livello di investimento o periodo di tempo dichiarato per completare il lavoro. La risorsa vincente di Bisaccia è di fatto che le autorità locali posseggono tutte le case vuote abbandonate anni fa da residenti che sono fuggiti in cerca di un futuro più roseo.

Un tempo fiorente centro feudale noto per la produzione di lana e gli artigiani, Bisaccia fu duramente colpita dall’emigrazione. Una serie di gravi terremoti, in ultimo quello del 1980, hanno accelerato il declino della popolazione. Ora, l’Amministrazione comunale non si ferma ed è seriamente intenzionata a implementare ulteriormente il numero di vani in un prossimo bando.

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Prende a pugni un canguro indifeso dopo averlo investito e si fa filmare. Il video raccapricciante

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Su Snapchat è stato condiviso un video a dir poco raccapricciante dove un ragazzo picchia brutalmente un canguro indifeso colpendolo sul muso e un complice ridacchia in sottofondo. Il video è stato girato in Australia ed è diventato in breve tempo virale.

Secondo quanto riporta 7news, gli autori del terribile gesto sarebbero due adolescenti del Nuovo Galles del sud, che avrebbero colpito il canguro con la proprio auto spezzandogli la schiena. Dopodiché sarebbero scesi dal mezzo e avrebbero cominciato a percuoterlo filmando il tutto in un video.

Un portavoce della RSPCA nel Nuovo Galles del Sud ha confermato di aver ricevuto un rapporto sulla crudeltà verso gli animali nei confronti di un canguro in una città nel sud della regione.

Al momento non ci sono ulteriori informazioni sull’accaduto, la polizia sta indagando, ma RSPCA NSW consiglia a tutti i cittadini, qualora avessero info da condividere, di contattare il numero 1300 278 3589 o di inviare segnalazioni online tramite rspcansw.org/reportcruelty.

La polizia ha anche ricordato al pubblico di evitare denunce del crimine tramite i social, contattando direttamente le forze dell’ordine.

Davvero vergognoso questo gesto, considerata poi la strage di animali, inclusi canguri, avvenuta negli ultimi mesi in Australia a causa degli incendi.

Man filmed attacking helpless kangaroos in ‘putrid’ act of animal cruelty

WARNING: Graphic content.Do you know this man? Police are investigating after videos of a man, believed to be from New South Wales and appearing to attack a kangaroo were circulated on social media.Full story: 7news.link/3awrW8f#7NEWS

Pubblicato da 7NEWS Australia su Martedì 21 gennaio 2020

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Bloccata a Taranto la creazione del parco giochi dedicato alla figlia scomparsa di Niccolò Fabi

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Come forse saprete, Niccolò Fabi aveva una figlia, Olivia, morta nel 2010. Da allora per ricordarla e, in qualche modo, canalizzare il dolore trasformandolo in qualcosa di buono, il cantante si impegna in progetti sociali. Tra questi vi è la creazione di un parco giochi a Taranto.

Dopo la prematura scomparsa della piccola Olivia, Niccolò Fabi ha creato una fondazione, Parole di Lulù, con l’intento di portare avanti progetti importanti legati al mondo dell’infanzia a nome della figlia.

E’ dal 2016 che, tra i vari progetti, vi è la creazione di un parco giochi per bambini nel quartiere Tamburi di Taranto (non lontano dell’ex Ilva). Sono passati più di 3 anni e, considerando che le donazioni sono state fatte ormai 2 anni fa, ci si aspetterebbe di vedere già realizzato il progetto.

E invece, purtroppo, non è così. La realizzazione del parco non è neppure iniziata ed è lo stesso Fabi, deluso ed amareggiato, a raccontare che sono i problemi legati alla burocrazia tipica del nostro paese (ancor più accentuati a Taranto) a bloccare i lavori:

“Ci fu una presentazione in Comune, ma finora i lavori, a distanza di tre anni, non sono partiti (…) Quello di Taranto è l’unico progetto che non siamo riusciti a portare a termine in dieci anni. Forse è stato presuntuoso da parte mia entrare in un contesto così articolato, ma mi sentivo di farlo per una città così martoriata. Taranto è in un meccanismo complicatissimo, e i suoi cittadini si trovano al centro di un vortice che mi dà una pena infinita”.

In effetti Taranto, come è noto, ha seri problemi da affrontare legati alla presenza dell’Ilva che ha creato notevoli danni ambientali e alla salute dei cittadini.

Ma, tornando al parco, nonostante il progetto sia stato da tempo approvato, rinvii, verifiche, bonifiche dell’area e altri impedimenti di tipo burocratico sono all’ordine del giorno e non si fermano neppure di fronte ad una bimba scomparsa e alla realizzazione di opere, come un parco giochi, che potrebbero contribuire a ridare un po’ di respiro ad una città piena di problemi come Taranto.

Fabi si sente in difficoltà nei confronti di chi ha effettuato delle donazioni per realizzare il parco ma gli italiani sanno bene come vanno le cose e che, nonostante si faccia di tutto per accelerare i tempi, spesso i cittadini (anche se famosi) non riescono nell’intento.

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Peste suina: sequestrate 10 tonnellate di carne cinese a Padova

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La Guardia di Finanza di Padova ha sequestrato quasi 10 tonnellate di carne di maiale provenienti dalla Cina, per il rischio di contaminazione di peste suina.

Il blitz è avvenuto durante la scorsa notte in un magazzino di alimentari all’ingrosso, dove era appena arrivato dall’Olanda un carico di 9.420 kg di carne cinese, importata violando le normative sanitarie e doganali.

Il personale dell’Azienda sanitaria del Veneto ha ritenuto opportuno analizzare la carne che, dopo le analisi, è stata sequestrata e incenerita poiché potenzialmente molto pericolosa.

La decisione di incenerire la carne è stata presa in virtù della diffusione pandemica della peste suina in Asia, che ha portato all’uccisione di oltre 5 milioni di animali.

La peste suina africana (PSA) è una malattia virale molto contagiosa e spesso mortale per gli animali. Colpisce suini e cinghiali e, sebbene non venga trasmessa agli esseri umani, residui di carne infetti possono contagiare gli animali sani. Per questo, carni potenzialmente contaminate devono essere smaltite correttamente.

In Italia, casi di peste suina si sono registrati solo in Sardegna, ma nel 2014, in seguito a un’epidemia in alcuni paesi dell’Est Europa, la malattia si è diffusa e minaccia milioni di cinghiali e suini in tutta l’UE.

In seguito all’ispezione, oltre alla carne, è stata sottoposta a sequestro anche l’attività commerciale, per le gravi irregolarità riscontrate all’interno del magazzino.

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