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In Brianza si va a scuola di natura nella Libera Università del Bosco

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La Libera Università del Bosco (LUB) è una nuova proposta formativa che vuole insegnare competenze utili ristabilendo il giusto rapporto con il territorio, la natura e gli antichi saperi.

Sul Monte Brianza, grazie al lavoro della Cooperativa Sociale Liberi Sogni Onlus, è nata questa originale “università” aperta a tutti (bambini e famiglie, educatori, insegnanti, giovani e adulti che hanno abbandonato i più tradizionali percorsi di studio).

L’originale percorso formativo all’aria aperta permette di studiare in modo originale e al passo coi tempi, insegnando il rapporto tra uomo e bosco e favorendo lo scambio tra antichi saperi e pratiche moderne.

Tante persone oggi sentono il bisogno di ristabilire un rapporto con la natura e questa università favorisce proprio l’apprendimento, non nelle aule con l’utilizzo della tecnologia, ma attraverso l’esperienza nel bosco aiutando anche a maturare una maggiore consapevolezza ecologica.

Come si legge sul sito dell’iniziativa, i percorsi formativi proposti sono occasioni di incontro per:

  •  riscoprire i saperi e i mestieri relativi alla gestione e alla valorizzazione ecologica della risorsa bosco
  •  sviluppare percorsi di crescita personale e di consapevolezza ecologica e planetaria.

Il tutto viene fatto tramite corsi, laboratori, seminari ma anche itinerari tematici nel bosco, campus, eventi e momenti conviviali che aiutano a risvegliare i sensi e che insegnano a fare con le mani, quindi a re-imparare a fare cose concrete, competenze ai tempi d’oggi spesso dimenticate.

La LUB è dislocata tra i comuni di Valgreghentino, Airuno e Colle Brianza e si estende a tutta la provincia di Lecco. Durante tutto l’anno propone:

  • il percorso esperienziale “Natura Maestra di vita” (nove mesi di lezioni teorico-pratiche in natura)
  • vari corsi di ripristino di sentieri e torrenti,
  • attività di citizen science (siamo tutti scienziati)
  • laboratori esperienziali (cucina naturale, eco-printing…)
  • esperienze immersive alla scoperta dei suoi abitanti vegetali ed animali
  • sessioni di land art e di storytelling
  • percorsi di benessere e crescita personale improntati all’eco-psicologia
  • itinerari tematici
  • occasioni conviviali per fare comunità attorno ad un nuovo modo di vivere il bosco

Come hanno spiegato gli ideatori:

“Siamo stati suggestionati dalle idee alla base dell’università popolare e soprattutto da una visione intergenerazionale di percorsi formativi di questo genere, dopo aver realizzato, attraverso l’esperienza sul campo che abbiamo fatto in questi anni, che le persone che possono vivere esperienze di natura insieme ne traggono tutte beneficio a più livelli”

E chissà che questo genere di formazione non possa permettere poi ai partecipanti di aprire una propria attività eco-sostenibile.

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Francesca Biagioli

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Alzheimer: scoperto come ritardare i sintomi e la perdita di memoria con un anticoagulante

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Un farmaco anticoagulante potrebbe rallentare i sintomi dell’Alzheimer: è la scoperta che arriva da un gruppo di scienziati spagnoli, che hanno dimostrato come dopo un anno di trattamento con anticoagulanti non ci si verifichi perdita di memoria.

Loro sono i ricercatori del National Center for Cardiovascular Research (CNIC) che, in collaborazione con la Rockefeller University di New York, in uno studio hanno aperto una nuova strada nella prevenzione di questa malattia neurodegenerativa con l’uso di anticoagulanti orali.

Si apre una porta per attaccare l’Alzheimer in un modo diverso da quello che abbiamo provato finora”, afferma il cardiologo Valentín Fuster, anche CEO della CNIC.

La comunità scientifica ha da sempre sottolineato il ruolo di due proteine ​​nell’Alzheimer: la beta amiloide, che si accumula tra i neuroni, e la tau, che forma “grovigli” nel cervello. Tuttavia, lo studiosi ricorda che quando lo psichiatra tedesco Alois Alzheimer pubblicò il primo caso, nel 1906, definì la malattia come “vascolare, delle arterie che danno sangue al cervello”, ma questo sarebbe stato dimenticato.

Per Fuster, è tempo di tornare alle origini dell’indagine. È per questo che il team CNIC ha utilizzato dabigatran, un farmaco orale che provoca sanguinamenti meno indesiderati rispetto ad altri classici anticoagulanti. Negli esperimenti, il trattamento con 12 mesi di dabigatran ha ridotto l’infiammazione cerebrale del 30% e fino al 50% delle forme più tossiche di beta amiloide. Una delle ipotesi è che l’anticoagulante sia capace di migliorare la circolazione cerebrale evitando i microtrombi che ostacolano l’arrivo di ossigeno e sostanze nutritive nel cervello dei pazienti di Alzheimer.

Le malattie neurodegenerative sono profondamente legate alla patologia dei vasi cerebrali. Lo studio del nesso cervello-cuore nelle malattie neurodegenerative è la sfida del prossimo decennio”, afferma Fuster.

Tuttavia gli scienziati vanno con i piedi di piombo, dal momento che – essendo l’Alzheimer una malattia multifattoriale e che le persone colpite possono vivere 15 o 20 anni senza sintomi – quando compaiono quei deficit di memoria potrebbe essere già troppo tardi.

Eppure, ci tengono a precisare, “il lavoro si basa su un fatto precedentemente noto, ossia sull’esistenza di fattori di rischio comuni per le malattie cardiovascolari e le malattie neurodegenerative, come la demenza vascolare o il morbo di Alzheimer. È stato suggerito che, se ci sono fattori di rischio comuni, possono esistere terapie comuni”.

Gli esperti, in ogni caso, chiedono cautela: sono convinti che conoscere più a fondo questa sfaccettatura vascolare della malattia di Alzheimer, una malattia molto complessa e con molti attori che intervengono a lungo, consentirà nuove diagnosi di rischio, una prevenzione più accurata e possibili trattamenti che ne  rallentino la progressione. Attualmente si sta lavorando su un biomarcatore non invasivo (un elemento che consente di rilevare questo cattivo stato vascolare del cervello in un esame del sangue, ad esempio), ma la strada è ancora molto lunga.

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Germana Carillo

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Perde la figlia subito dopo il parto e dona più di 100 litri di latte materno ad altri neonati

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Alexis Marrino è una mamma che ha vissuto la peggiore delle tragedie quella di veder morire sua figlia subito dopo il parto per una grave malformazione. Questa mamma speciale, però, ha voluto fare un gesto estremamente generoso: ha donato oltre 100 litri del suo latte ad altri bambini.

All’inizio di quest’anno, Alexis Marrino si è sottoposta all’esame ecografico che avrebbe rivelato il sesso del suo bambino. Nel mezzo dell’ecografia, però, lo shock: il feto era anencefalico (cioè non aveva il cervello) e la sua aspettativa di vita era nulla.

La notizia distrusse tutti i piani della futura madre e la scosse psicologicamente. Nonostante tutto Alexis ha deciso di non abortire ma di dare alla luce sua figlia, Sweet McKinleigh Jade.

La piccola, nata il 29 luglio, è riuscita a vivere solo un’ora, un tempo davvero breve ma comunque prezioso per i genitori che quanto meno hanno potuto vederla e abbracciarla.

Ma la storia non finisce qui. Al contrario. Prima di conoscere le condizioni di sua figlia, Alexis aveva già deciso che l’avrebbe allattata al seno. E alla fine della sua gravidanza sapeva che comunque il suo corpo avrebbe ancora prodotto latte materno per qualche tempo.

La neomamma, dunque, ha iniziato a tirarsi il latte conservandolo in appositi contenitori che ha poi donato ai bambini le cui madri non potevano allattare.

“Sapevo che non potevo salvarle la vita ma almeno poteva aiutare a salvare la vita di altri bambini” ha dichiarato Alexis.

A meno di due mesi dalla nascita e dalla successiva morte di sua figlia, questa mamma aveva realizzato un’impresa davvero straordinaria: aveva raccolto oltre 1.130 contenitori con latte materno da donare per un totale di oltre 100 litri di latte!

Ovviamente il tutto per lei non è stato per niente facile:

“Ci sono stati giorni in cui ho pianto perché pensavo: è giusto farlo per il bambino di qualcun altro invece che per il mio? Ma nonostante tutto ho continuato! Volevo rendere orgogliosa Sweet e mi piace pensare di averlo fatto”

La vita di Sweet è durata molto poco ma la sua eredità no e tutto grazie alla generosità di sua madre!

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Francesca Biagioli

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Vittoria! La Campania mette al bando il circo con gli animali

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In Campania niente animali negli spettacoli dei circhi entro due anni! Il Consiglio Regionale ha finalmente approvato la mozione che chiedeva di accogliere sul territorio solo eventi circensi che non avessero come protagonisti tigri, leoni e quant’altro. Ora sarà realtà.

Era gennaio scorso quando il consigliere regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli, presentò la mozionePer un circo senza animali” in cui si chiedeva la rapida approvazione dei decreti attuativi previsti dall’art. 2 della Legge 175/2018, che punta alla revisione delle disposizioni nei settori delle attività circensi e degli spettacoli viaggianti finalizzata al superamento dell’utilizzo degli animali nel loro svolgimento.

Dunque ora è deciso: niente animali negli spettacoli entro due anni e quelli tuttora sfruttati dovranno essere ricollocati presso strutture ad hoc. Una vittoria per quanti si dimostrano sempre più sensibili al tema dello sfruttamento degli animali nei circhi, uno sfruttamento vero e proprio, dal momento che gli animali sono obbligati a vivere in spazi inadatti alla loro specie, spesso vengono incatenati e il loro addestramento è purtroppo più simile a una tortura.

La vita degli animali nel circo – dice Borrelli – è incompatibile con le loro caratteristiche etologiche. La detenzione, l’addestramento e l’esibizione in spettacoli circensi comporta il più delle volte sofferenze e maltrattamenti degli animali. Con la mozione approvata la Giunta Regionale della Campana spingerà il governo a prevedere una ricollocazione, entro due anni, degli animali detenuti nei circhi presso strutture idonee di cui si farà carico per il mantenimento”.

Il circo senza animali nel mondo esiste già ed è molto apprezzato grazie alla bravura di acrobati, trapezisti, illusionisti, clown e giocolieri. Nella maggioranza dei Paesi europei esistono già dei divieti parziali o totali sull’impiego degli animali nei circhi. In Grecia, a Cipro e a Malta sono completamente vietati. Alcuni divieti parziali, relativi agli animali selvatici, sono da poco presenti nei Paesi Bassi, in Norvegia e in Belgio. L’Italia e la Campania, ora, non sono da meno!

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Germana Carillo

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Orsi denutriti e affamati in Canada, a caccia di salmone selvatico che sta scomparendo

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A causa dell’aumento delle temperature, i salmoni stanno diminuendo provocando una severa denutrizione negli orsi che stanno per andare in letargo

In vista della stagione fredda in arrivo, gli orsi cercano di fare scorta di grasso per superare il lungo letargo.

In Canada, in questo periodo gli orsi si recano lungo la costa di Knight Inlet a caccia di salmoni e il fenomeno attira ogni anno un gran numero di turisti e fotografi che vogliono ammirare la natura selvatica.

Tra i tanti visitatori, Rolf Hicker, fotografo canadese, che ha immortalato una famiglia di orsi proprio sulla costa di Knight Inlet, in evidente stato di denutrizione.

Le immagini strazianti, condivise sui Social Network, hanno suscitato preoccupazione e polemiche e fanno luce su una delle conseguenze della crisi ambientale.

Worst Salmon run here in the Broughton in history I read today. I fully believe it. I have not seen a single salmon in a…

Pubblicato da Rolf Hicker – HickerPhoto su Lunedì 23 settembre 2019

I cambiamenti climatici stanno infatti alterando le condizioni di vita di migliaia di specie animali e vegetali in ogni angolo del pianeta. Una delle conseguenze dell’aumento delle temperature dei mari e dell’alterazione delle correnti marine sulla costa occidentale del Canada è la riduzione delle popolazioni di salmoni che si avvicinano alla costa.

Hicker ha spiegato su Facebook di non aver mai visto giovani esemplari di orsi così magri in quella zona e, avendo notato una significativa riduzione del numero di salmoni lungo le coste occidentali del Canada, ha dedotto che la denutrizione degli orsi dipendesse proprio dalla diminuzione dei pesci.

Le conclusioni del fotografo sono purtroppo vere: diverse associazioni e  organizzazioni stanno monitorando la situazione da tempo, registrando un preoccupante calo dei salmoni.

Secondo l’analisi State of Canadian Pacific Salmon: Responses to Changing Climate and Habitats, pubblicato quest’anno dal Dipartimento della pesca e degli oceani del Canada, l’aumento della temperatura dell’acqua e le ondate di calore stanno alterando in modo importante la catena alimentare, causando una significativa riduzione dei salmoni.

Gli esperti stimano che nel fiume Fraser, in questo periodo transiteranno solo 600.000 salmoni, rispetto alla media storica di 5 milioni di esemplari.

Oltre all’aumento delle temperature, un’altra causa della drastica riduzione dei salmoni è l’allevamento a rete aperta di questi pesci, che riversa nell’acqua sostanze inquinanti e virus.

A risentire maggiormente della diminuzione dei pesci sono proprio gli orsi, che in questo periodo visitano le coste del Canada in cerca di cibo.
Gli orsi si nutrono anche di bacche e piante, ma i salmoni sono la loro principale fonte di nutrimento, che consente loro di accumulare grasso a sufficienza per affrontare i circa 6 mesi di letargo.
Non trovando cibo, gli orsi sono costretti a percorrere lunghe distanze e questo causa loro un ulteriore dimagrimento.

Se gli orsi arrivano alle porte del letargo in pesante sottopeso, non è detto che riescano a superare l’inverno. Inoltre per le femmine, una severa denutrizione potrebbe influire sulla riproduzione.

I membri di diverse associazioni ambientaliste stanno cercando di rimediare al problema lasciando a disposizione degli orsi salmoni pescati in altre zone, ma evidentemente i loro sforzi non sono sufficienti.

Il Canada non è purtroppo l’unico paese a dover affrontare il problema del calo dei salmoni. A causa dell’ondata di caldo estremo, la scorsa estate sono morti centinaia di salmoni anche in Alaska.

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Tatiana Maselli

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Trovata al largo di Maiorca nave affondata 2000 anni fa piena di antico “ketchup romano”

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Al largo della costa di Maiorca è stato rinvenuto un relitto in perfette condizioni, con 100 anfore contenenti alimenti come il garum, il cosiddetto “ketchup romano“, destinati alla capitale dell’Impero.

Si tratta di un piccolo relitto, la cui missione principale era il trasporto di cibo dalla costa spagnola a Roma. Tuttavia, all’epoca, qualcosa è andato storto, la nave infatti è affondata con tutto il suo contenuto.

Duemila anni dopo, però, è stata recuperata in perfette condizioni e con le iscrizioni intatte grazie al lavoro dell’Instituto Balear de Estudios de Arqueología Marítima. Il contenuto del relitto è molto prezioso, sono state trovate 100 anfore perfettamente sigillate con cibo all’interno destinato a raggiungere la capitale dell’impero.

Cosa contenevano esattamente? Olio d’oliva, vino e garum, una salsa a base di pesce molto apprezzata a Roma e conosciuta oggi popolarmente tra gli storici come “ketchup romano”. Si trattava di una preparazione con cui condire il cibo, realizzata da budello di pesce messo in una grande ciotola e mescolato con una serie di spezie aromatiche e molto sale per poi lasciarlo asciugare per diversi mesi all’aperto .Quando la miscela fermentava, il liquido veniva filtrato e si utilizzava per gli stufati.

Segons les investigacions, el derelicte, datat de la segona meitat del segle III dC, transportava un carregament bastant heterogeni de productes com oli, vi i salses de peix. La nau hauria sortit d’algun port del sud de la península Ibèrica en direcció, molt probablement, a Roma pic.twitter.com/pjDIRVfTpy

— CulturaMallorca (@culturamallorca) September 26, 2019

Il garum trovato nelle anfore, rimasto per tutti questi secoli sul fondo del mare, è ovviamente cristallizzato ed è pertanto necessario eseguire un procedimento per riportarlo allo stato originario. Solo tra un paio di mesi gli esperti potranno vedere il contenuto così come si presentava all’epoca in cui la nave stava tentando di trasportare il cibo a Roma.

Le buone condizioni delle anfore, vasi tradizionali con due manici e un collo stretto, permetteranno loro di essere esposte nel museo della città, ma la loro rilevanza è maggiore considerando proprio che gli archeologici sono stati in grado di recuperare il loro contenuto intatto.

Gli esperti ritengono che la nave non sia affondata durante una tempesta ma a causa di una manovra sbagliata che avrebbe causato una perdita nello scafo. Questa teoria è la più plausibile dato l’ottimo grado di conservazione in cui è stato trovato il suo carico. In caso contrario, infatti, questo sarebbe stato disperso e spezzato in diverse parti.

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Francesca Biagioli

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Come riciclare i reggiseni e gli abiti usati

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Il vostro reggiseno è arrivato a fine vita e non potete più indossarlo? Invece di gettarlo avete mai pensato di recuperarlo?

Quello dei rifiuti tessili rappresenta effettivamente un problema crescente e trovare modi innovativi per riutilizzare gli indumenti, a partire anche dalla biancheria intima, rappresenta una sfida importante da affrontare.

A differenza di alcune categorie di rifiuti, di fatto, l’abbigliamento è particolarmente difficile da riscattare dalle discariche. Secondo un rapporto dell’Australian Bureau Statistics (ABS), il motivo sta nel fatto che i tessuti sono spesso considerati “troppo costosi o difficili da recuperare”.

Per questo motivo, il sempre più diffuso atteggiamento “usa e getta” nei confronti dell’abbigliamento è estremamente costoso per il nostro caro vecchio pianeta: ad oggi l’industria tessile rimane, infatti, uno dei maggiori produttori di gas serra sulla Terra e, allo stato attuale, l’ambiente semplicemente non può più sostenere la quantità di vestiti e altri tessuti che il mercato globale sta consumando.

Chiaro il problema? Per questo motivo, anche riutilizzare efficacemente i vecchi vestiti è un passo avanti verso uno stile di vita a zero emissioni e a basse emissioni di carbonio.

4 modi per riciclare i reggiseni e gli abiti usati in generale

Sapevate che fino al 95% degli indumenti può essere riutilizzato o riciclato, compresi i reggiseni? Ecco 6 idee per fare in modo che tutto torni a nuova vita:

Mercatini dell’usato

Tantissimi sono ormai i negozi che rivendono abiti e accessori usati e che accettano anche la biancheria intima. Se la vostra è ancora in buono stato, potreste approfittarne e ricavarne anche un piccolo guadagno.

Riparare!

Forse non c’è niente di sbagliato nel vostro reggiseno, ma vi ha semplicemente “annoiato”. O forse c’è qualche piccola cosa che va solo riparata. Non c’è limite nel dare un nuovo look a un reggiseno con ago, forbici e l’aiuto di qualche tutorial: online, infatti, è possibile trovare l’ispirazione giusta per dare una seconda vita alla biancheria intima.

Triumph per l’ambiente

Come? Donando a chi è più bisognoso i propri reggiseni. Moltissime donne al mondo, infatti, sono costrette a rinunciare a comprare banchiera intima nuova il cui costo è a volte decisamente alto. Rivolgersi a qualche associazione che si dedica alla donazione di indumenti potrà renderle felici.

A tal proposito, grazie alla sua campagna “TOGETHER We Recycle”, realizzata con Texaid, una delle principali organizzazioni leader in Europa nella raccolta, smistamento e riciclo dei tessuti usati, Triumph raccoglie i vestiti dismessi nei punti monomarca diretti, franchising e outlet e in più di 1.000 rivenditori multimarca, oltre a 4.000 punti vendita in tutta Europa.

L’iniziativa in Italia sarà attiva dal 1° settembre al 31 ottobre e il compito di noi consumatori sarà quello di portare indumenti puliti e asciutti, compresa anche la biancheria intima – reggiseni, slip, body e maglieria – oltre a costumi da bagno, abbigliamento da casa, abbigliamento sportivo, tutto di qualsiasi marca (non verranno accettati scarpe, cuscini, trapunte, biancheria da letto e capispalla).

Una volta raccolti gli indumenti, Texaid li smisterà come capi di seconda mano.

Come ringraziamento per il contributo a preservare le risorse naturali e ridurre i danni all’ambiente, i clienti riceveranno uno sconto di 10€ spendibili nell’acquisto di nuovi prodotti Triumph, a fronte di una spesa minima in prodotti Triumph di 60€.

Sacchetti profumati

Unendo con filo e ago le due coppe di un reggiseno e inserendo del potpourri oppure del riso con un olio essenziale o anche fiori secchi profumati, potreste riutilizzarlo come un vero e proprio sacchetto per profumare cassetti o armadi.

E allora, non gettate il vostro reggiseno e reinventate! Buon riciclo a tutte!
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Carne e pesce pieni di parassiti e uova con data di deposizione falsa. Maxi sequestro dei Nas tra Napoli, Viterbo e Torino

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L’ultimo maxi sequestro dei Nas riguarda carne e pesce. Quintali di questi prodotti sono, dai controlli, risultati in pessimo stato di conservazione e pieni di parassiti mentre le uova non erano a norma di legge.

L’orrido bottino dei Nas ottenuto da sequestri avvenuti a Torino ma anche a Napoli e Viterbo, riguarda quantitativi molto rilevanti di generi alimentari di largo consumo. Parliamo di 6 quintali tra carne e pesce per un valore complessivo di 30mila euro e 18mila uova.

Carne e pesce avariati e pieni di parassiti sono stati trovati, in seguito ad una verifica igienico-sanitaria, in un esercizio commerciale partenopeo (al solito vorremmo tanto sapere qualche specifica in più, tipo nome e cognome delle aziende incriminate, ma non sono state diramate!).

A Torino e Viterbo, invece, i Nas si sono concentrati in particolare sulle uova e hanno trovato un centro di imballaggi senza registrazione all’Autorità che commercializzava uova fresche (categoria A) a Torino.

Ma c’è di più la data di deposizione delle uova, dai controlli, è risultata diversa da quella effettiva. Tre persone per questo sono state denunciate e un gestore, questa volta a Viterbo, è stato segnalato per maltrattamento di animali.

Nel suo allevamento, le condizioni igieniche e di vita delle galline erano davvero disumane e portavano gli animali a morte precoce (i loro cadaveri, tra l’altro, rimanevano a contatto con le galline vive).

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Francesca Biagioli

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L’aspirina previene i danni causati dall’inquinamento atmosferico sui polmoni. Lo studio

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Un nuovo studio è il primo a segnalare la possibilità che i farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) come l’aspirina possano ridurre gli effetti negativi dell’esposizione all’inquinamento atmosferico sulla funzione polmonare.

A sostenere questo è un team di ricercatori della Columbia Mailman School of Public Health in collaborazione con la Harvard Chan School of Public Health e la Boston University School of Medicine che hanno visto pubblicati i risultati del loro studio sull’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine.

Per arrivare ad affermare che l’aspirina possa aiutare a ridurre i danni dell’inquinamento ambientale sui polmoni, i ricercatori hanno analizzato i dati relativi ad un campione di 2.280 uomini anziani (età media 73 anni) sottoposti a un test per determinare la loro funzione polmonare.

Gli esperti hanno esaminato la relazione tra i risultati del test, l’uso di FANS riferito dai partecipanti e il livello di particolato ambientale (PM) e carbonio nero nel mese precedente a quando era stato effettuato il test. Hanno poi tenuto conto di una varietà di fattori, tra cui lo stato di salute del soggetto e se era o meno un fumatore.

Hanno scoperto così che l’uso di qualsiasi FANS era associato ad un dimezzamento dell’effetto nocivo del PM sulla funzione polmonare.

Poiché la maggior parte delle persone, tra i vari FANS,  assumeva aspirina, i ricercatori hanno concluso che l’effetto osservato era principalmente dovuto a questo medicinale ma aggiungono che gli effetti dei FANS non aspirinici sono degni di ulteriori approfondimenti.

Ma come si spiega questo strano effetto benefico dell’aspirina? Il meccanismo è sconosciuto ma i ricercatori ipotizzano che i FANS riescano ad agire in qualche modo sull’infiammazione causata dall’inquinamento atmosferico.

 “I nostri risultati suggeriscono che l’aspirina e altri FANS possono proteggere i polmoni da picchi a breve termine dell’inquinamento atmosferico. Naturalmente è ancora importante ridurre al minimo la nostra esposizione all’inquinamento, che è collegato a una serie di effetti negativi sulla salute, dal cancro alle malattie cardiovascolari” ha dichiarato l’autore principale dello studio, Xu Gao, PhD.

Ovviamente lo studio non  conclude consigliando l’uso di aspirina per contrastare le infiammazioni polmonari dovute allo smog ma è comunque importante per conoscere alcuni aspetti nuovi di uno dei farmaci più noti e utilizzati.

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Francesca Biagioli      

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Seggiolini auto anti-abbandono: firmato il decreto, diventano obbligatori fino a 4 anni

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Dopo una lunga attesa fatta di ritardi e bocciature, è stata finalmente firmata la norma che rende obbligatori fino a 4 anni i seggiolini auto anti-abbandono.

La ministra dei Trasporti Paola De Micheli ha messo oggi la sua firma sul decreto attuativo dell’articolo 72 del Codice della Strada che prevede appunto l’obbligo di installare dispositivi anti-abbandono sui seggiolini per auto per i bambini fino a 4 anni.

L’obbligo non è immediatamente operativo ma ci vorrà qualche giorno affinché venga pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e da quel momento diventerà legge.

Come ha spiegato la nota del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture:

“Si tratta del passaggio conclusivo della Legge, dopo l’approvazione del Parlamento con il voto di tutti i gruppi politici, il parere favorevole acquisito dalla Commissione Europea e il via libera dei giorni scorsi del Consiglio di Stato”.

Il percorso è stato lungo ma ora sembra che il nostro paese abbia messo un punto a questa questione tanto discussa e troppo rimandata.

Nell’imminente futuro troveremo in commercio seggiolini per auto con dispositivo anti-abbandono incorporato ma ora, chi ha già dei seggiolini montati in macchina, potrà acquistare dei dispositivi indipendenti  che abbiano le caratteristiche considerate idonee per legge da associare per una maggiore sicurezza dei bambini ed evitare le sanzioni.

I dispositivi anti abbandono, per chi ancora non lo sapesse, permetteranno a chi guida l’auto di essere avvisato tramite apposito segnale, una volta spenta la vettura, in caso il bambino sia rimasto legato al seggiolino.

Data l’importanza di questi dispositivi, il ministero sta valutando diverse modalità di agevolazione fiscale che possano favorirne l’acquisto dei nuovi seggiolini anti-abbandono e dei dispositivi da parte delle famiglie.

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Francesca Biagioli

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Profumo dell’erba tagliata? Così le piante avvertirebbero le altre del pericolo

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Perché l’erba appena tagliata ha un odore caratteristico? Secondo gli autori di un recente studio, si tratta di un allarme lanciato dalle piante per avvisare altre specie di un pericolo che incombe.

Chiaramente una pianta non è felice di essere danneggiata e gli esseri vegetali hanno sviluppato metodi diversi per difendersi dall’attacco di insetti, bruchi o mammiferi.

Dovendo vivere immobili e non avendo altre armi per attaccare i predatori, le piante sfruttano la chimica per tutelarsi e per avvisare le altre piante dell’imminente minaccia.

Quando tagliamo il prato o quando la pianta viene attaccata da un predatore erbivoro, produce sostanze volatili per comunicare alle piante della stessa specie la necessità di difendersi.

Dopo essere state avvisate, le piante possono reagire, ad esempio sintetizzando sostanze tossiche capaci di avvelenare i predatori.

Questi meccanismi sono conosciuti da tempo ai ricercatori: è noto ad esempio che i fiori sono profumati grazie alla produzione di sostanze volatili da parte della pianta, per attirare gli impollinatori su lunghe distanze.

Oggi arriva un’ulteriore conferma che prova quanto le piante siano eccezionali nell’elaborare sistemi di adattamento e difesa che garantiscano loro la sopravvivenza.

I ricercatori dell’Università Cornell di Ithaca, negli Stati Uniti, insieme a quelli di altri istituti tra cui il Dipartimento di Biologia dell’Università di Turku, in Finlandia, hanno portato avanti i loro esperimenti sugli esemplari di Solidago altissima.

Gli scienziati hanno collocato le piante all’interno di vasi e le hanno isolate dagli altri esemplari, dopodiché hanno liberato dei coleotteri che sono partiti all’attacco delle foglie.

Dall’analisi dell’aria circostante è emersa la presenza di composti organici volatili prodotti dalle piante per comunicare con gli altri esemplari.

Dopo aver ricevuto l’allarme, le altre piante hanno iniziato a produrre sostanze chimiche repellenti o capaci di attirare i predatori dei coleotteri.

Particolarmente interessante è il fatto che il linguaggio usato dalle piante in caso di pericolo è sempre uguale e compreso anche da specie diverse.

Normalmente infatti, i segnali chimici lanciati dalle piante vengono compresi solo da individui della stessa specie o da esemplari che condividono un patrimonio genetico simile: in questo modo piante della stessa specie tendono ad aiutarsi per avere un vantaggio sulle altre.

In caso di pericolo invece, il linguaggio è universale e quando una pianta lancia un grido di allarme questo viene colto da tutti gli esemplari, anche di specie differenti. Questo aspetto è particolarmente importante perché potrebbe offrire nuovi strumenti ecocompatibili nella lotta ai parassiti in agricoltura.

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Tatiana Maselli

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“Il piccolo pescatore e lo scheletro” vince il Premio Rodari come miglior albo illustrato 2019

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Si parla di altruismo e di immortalità degli affetti in questo albo illustrato che, perlomeno in apparenza, fa molta paura. Una storia, quella de “Il piccolo pescatore e lo scheletro” di Chen Jiang Hong, per la prima volta pubblicata in Italia da Camelozampa, che ha conquistato tutti i giudici del Premio Rodari 2019 Città di Omegna, tanto da aggiudicarsi il titolo di miglior albo illustrato.

La premiazione è prevista per il 23 ottobre al Forum, durante il Festival della Letteratura per Ragazzi organizzato dall’Assessorato alla Cultura, che si svolge ogni anno, in questo mese, nella città di Omegna e che in questo 2019 vedrà anche la partecipazione di Loredana Lipperini.

L’albo racconta la storia del piccolo Tong che in un giorno buio e tempestoso pesca un orribile scheletro fuggendo via in preda al panico. Ma “le apparenze però nascondono misteri profondi come il mare”.

Un albo che mette paura e al tempo stesso consola, come ogni fiaba sa fare.

Chen Jiang Hong, l’autore, è anche pittore e illustratore e dal 1987 vive a Parigi. Ecco alcune pagine del suo meraviglioso libro.

Per chi fosse interessato al Festival, avrà inizio il 12 ottobre e continuerà fino al 24 ottobre. Tra gli eventi in programma oltre al famoso Premio, ci sono presentazioni di libri, mostre, spettacoli teatrali, animazioni e molto altro ancora.

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Laura De Rosa

 

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Storie della buonanotte per bambine ribelli censurato in Turchia. Influenzerebbe negativamente i giovani

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Storie della buonanotte per bambine ribelli” è un libro che racconta la storia di donne speciali, spesso fuori dagli schemi e che hanno dovuto lavorare tanto o addirittura lottare per arrivare dove sono arrivate. Tutto questo non è piaciuto alla Turchia che ha vietato il libro al pari di un porno in quanto potrebbe influenzare negativamente i giovani.

Un libro messo al bando, almeno per i minori, e in un paese non tanto lontano da noi, appunto la Turchia. “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, bestseller mondiale che ha venduto milioni di copie nel mondo, in questo stato è messo al bando per i minori come se fosse un porno. Non potrà quindi essere venduto a giovani o giovanissimi e neppure esposto sugli scaffali delle librerie o in vetrina.

Ma cosa avrebbe di tanto pericoloso per le nuove generazioni turche? Dal nostro punto di vista assolutamente nulla. Il libro, scritto da due autrici italiane, Elena Favilli e Francesca Cavallo, racconta ‘100 vite di donne straordinarie’ come Frida Kalho, Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Malala Yousafzai e Coco Chanel, tanto per citarne alcune ma secondo l’ente governativo per la protezione dei minori dalle pubblicazioni oscene.

“alcuni degli capitoli contenuti nel libro possono avere un’influenza dannosa sulle menti dei minori di 18 anni”

Francesca Cavallo, saputa la notizia ha dichiarato:

“Il problema è che la questione dell’uguaglianza di genere viene vissuta come una minaccia dai Paesi che vorrebbero le donne confinate a casa. Il nostro testo invita le bambine a prendere in mano la propria vita senza paura. È questo il problema”

Gli editori turchi la pensano allo stesso modo e hanno dichiarato per voce della loro associazione che questa decisione:

“rappresenta un pericolo per la libertà di espressione e di stampa, oltre che una minaccia ai principi della società democratica”

Non è la prima volta, in realtà, che questo libro viene censurato. In Russia, ad esempio, il libro è uscito ma epurato della storia di Coy Mathis, bambina transgender.

Ma cosa ci potrà essere di così tanto scandaloso e “pericoloso” in un libro che parla dei successi di un gruppo di donne straordinarie provenienti da ogni parte del mondo?

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Francesca Biagioli

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Ecco perché lo studio che scagiona la carne rossa andrebbe preso ‘con le pinze’

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Un recente studio ha analizzato l’impatto della carne rossa sulla salute umana, concludendo che i rischi legati al consumo di carne sono minimi e che ridurre il consumo di carne rossa non apporterebbe particolari benefici.

I media hanno accolto con entusiasmo la notizia, annunciando ciò che tutti gli onnivori volevano sentirsi dire: la carne non fa male, potete mangiarla senza sensi di colpa.

Le cose però non sono così semplici e i risultati della ricerca sono stati messi in discussione da buona parte della comunità scientifica che ritiene che lo studio non dovesse nemmeno essere pubblicato.

Lo studio che minimizza i rischi legati al consumo di carne

Una recente revisione sistematica di alcuni studi ha smentito anni di ricerche precedenti, affermando che l’associazione tra consumo di carne e problemi di salute è molto debole.

Ormai da tempo è noto che un’alimentazione a base di alimenti di origine animale aumenti il rischio di sviluppare numerose patologie tra cui il cancro, il diabete, l’obesità e le malattie cardiovascolari e che sostituire la carne con alimenti a base vegetale consente di vivere meglio e più a lungo.

Questa nuova revisione ha invece preso in esame diversi studi in cui non è stata trovata alcuna associazione significativa tra consumo di carne e rischio di diabete, cancro e malattie cardiache o nei quali la riduzione dei rischi per la salute che si ha diminuendo il consumo di carne rossa è minia.

Il nuovo studio ha dunque concluso che mangiare carne rossa non è poi così dannoso. Un risultato particolarmente insolito, tanto che un gruppo di ricercatori indipendenti ha cercato di fermane la pubblicazione, sostenendo che lo studio non fosse stato condotto in modo corretto e che le sue conclusioni avrebbero potuto avere conseguenze negative.

“Potrebbe mettere a rischio le persone suggerendo che possono mangiare tutta la carne rossa e trasformata che vogliono senza aumentare il rischio di cancro.
Il messaggio che la gente deve ascoltare è che dovremmo mangiare non più di tre porzioni di carne rossa a settimana ed evitare del tutto la carne trasformata. Sosteniamo la nostra rigorosa ricerca degli ultimi 30 anni e esortiamo il pubblico a seguire le attuali raccomandazioni sulla carne rossa e trasformata ” ha dichiarato Giota Mitrou, direttore delle relazioni esterne della scienza presso il World Cancer Fund.

È estremamente raro che i ricercatori chiedano che la pubblicazione di un articolo sia posticipata e rivista ulteriormente. In genere si attende la pubblicazione del documento prima di provare a confutarlo. Ma in questo caso, gli scienziati temevano che veicolare un messaggio del genere fosse troppo pericoloso.

Gli scienziati hanno inoltre riscontrato delle falle nella revisione. Le revisioni sono di per sé difficili, poiché mettono insieme dati diversi ottenuti con metodologie differenti, ricerche di qualità variabile e con parametri non uniformi. Riunire svariati studi non è un processo semplice e l’interpretazione che si dà dei risultati può non essere corretta.

In questo caso ad esempio sono stati considerati studi che valutavano un consumo di 2-4 porzioni di carne rossa a settimana, mentre gli americani mangiano carne rossa ogni giorno.

Gli scienziati hanno poi contestato la qualità degli studi considerati e il criterio con cui si è deciso di includere determinate ricerche ed escluderne altri, lasciando da parte tutti gli studi che provano come il passaggio da una dieta a base di carne a una dieta a base vegetale offra significativi benefici per la salute.

La comunità scientifica ha poi sottolineato che oltre ai rischi per la salute esistono anche altre preoccupazioni relative alla carne rossa, in particolare ambientali ed etiche, che non sono state prese in considerazione nello studio.

Infine, sono stati rilevati potenziali conflitti di interesse che hanno sollevato ancora più perplessità su questa revisione: l’analisi è stata infatti finanziata dall’International Life Sciences Institute, un gruppo commerciale industriale ampiamente supportato da aziende agroalimentari, alimentari e farmaceutiche e i cui membri includono McDonald’s, Coca-Cola, PepsiCo e Cargill, uno dei più grandi trasformatori di carne bovina del Nord America.

Possiamo mangiare tutta la carne che vogliamo?

Tutti noi cerchiamo risposte chiare e semplici, ma la scienza e soprattutto la nutrizione difficilmente riescono a offrire una verità certa.

Questa nuova revisione offre un punto di vista diverso rispetto agli studi precedenti e sicuramente sarà oggetto di discussione tra gli esperti, nonostante le perplessità sulla sua validità e sul metodo con cui è stata condotta.

La maggior parte della comunità scientifica concorda però sul fatto che esista una buona evidenza che mette in relazione il consumo di carne rossa e di carni trasformate con l’aumento di malattie cardiovascolari, con una maggiore incidenza di cancro e di svariate altre patologie, tra cui l’obesità e il diabete.

Inoltre, mangiare carne fa male all’ambiente, poiché la sua produzione causa l’emissione di sostanze inquinanti, oltre a consumare suolo e acqua.

Infine, l’industria della carne provoca il maltrattamento e l’uccisione di miliardi di animali ogni anno.

Alla luce di tutto ciò, scienziati e nutrizionisti consigliano di non eccedere nel consumo di carne e di continuare a fare affidamento alle linee guida, limitando la quantità e la frequenza di consumo di carne bianca e riducendo drasticamente quello di carni rosse e trasformate.

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Tatiana Maselli

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Naturelle nella bufera dopo il video shock che denuncia i maltrattamenti subiti dalle galline negli allevamenti

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Galline malate, prese a bastonate e gettate vive in montagne di cadaveri, lasciate agonizzanti per diversi minuti senza pietà. L’ennesima storia di maltrattamento sugli animali arriva dall’organizzazione Essere Animali, con un video shock realizzato da un investigatore sotto copertura in un allevamento intensivo.

Con una telecamera nascosta, l’attivista ha filmato le condizioni drammatiche in cui vengono detenute le 56mila galline ovaiole, le cui uova vengono commercializzate dal marchio Naturelle.

“La legge consente l’abbattimento d’emergenza di un animale malato e il colpo di percussione alla testa è un metodo ammesso per le specie avicole, ma deve essere effettuato da persone con un’adeguata formazione e in modo da non causare agli animali sofferenze evitabili. In questo allevamento il personale, dopo aver colpito le galline con metodi improvvisati, non ne controlla nemmeno l’avvenuto decesso. La morte di questi animali non è immediata, ma lenta e dolorosa”, ha dichiatato l’associazione.

Nel video si vedono anche gli operatori mentre spostano le galline scagliandole con violenza da una gabbia all’altra, senza curarsi della possibilità di causare loro fratture o addirittura la morte.

Inoltre dalle immagini il tipo di gabbie e il numero di animali stipato per gabbia non sembrano rispettare la normativa sulla protezione delle galline ovaiole.

“L’allevamento in gabbia è consentito, ma è brutale – ha sottolineato Essere Animali – Per legge ogni gallina dispone di soli 750 cmq, uno spazio poco più grande di un foglio da fotocopie in cui non riesce nemmeno a distendere le ali. La quasi totale immobilità, la mancanza di luce naturale e lo sfregamento continuo con il pavimento e le sbarre di ferro provocano agli animali problemi alle articolazioni, anemia e perdita delle piume. Le condizioni degli allevamenti in gabbia sono così anguste che le galline vengono mutilate del becco, per evitare che si uccidano fra loro per lo stress.”

Lo scorso anno in Italia sono state prodotte 12 miliardi di uova da quasi 40 milioni di galline. Circa la metà delle galline ovaiole viene allevato in gabbia.

Per sapere come vengono allevate le galline che si acquistano è possibile controllare il primo numero del codice stampato sul guscio dell’uovo: solo il numero zero e il numero 1 garantiscono che le galline non siano allevate all’interno di gabbie.

Oltre a verificare il codice presente sul guscio, Essere Animali invita a ridurre il consumo di uova:

“Il nostro invito è anche quello di ridurre i consumi. Ogni italiano mangia in media 200 uova l’anno, un numero che rende necessari allevamenti intensivi che, come documentato anche con altre indagini realizzate presso diversi produttori di uova, non possono garantire agli animali condizioni di vita dignitose. Come consumatori abbiamo il potere di influenzare il mercato, ma un segnale importante deve provenire anche dalle Istituzioni. Per questo abbiamo lanciato una petizione per esortare la politica a riformare le leggi sulla protezione degli animali negli allevamenti.”

Essere Animali ha denunciato la gravissima situazione riscontrata nell’allevamento ai Carabinieri Forestali di Verghereto (FC), luogo in cui si trova la struttura, e ha chiesto che venga riconosciuto il reato di maltrattamento di animali.

Un trattamento simile viola infatti le norme contenute nel D.Lgs 26 146/2001 sulla protezione degli animali negli allevamenti e che punisce chi provoca lesioni fisiche gravi agli animali con crudeltà e senza necessità.

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Tatiana Maselli

Photo credit: Essere Animali

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A Lisbona inaugurato il primo ristorante dove i camerieri sono tutti (ex) senzatetto

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Non un ristorante qualunque ma il primo, a Lisbona, dove i camerieri sono tutti (ex) senzatetto. L’iniziativa, voluta dall’associazione CRESCER, è nata infatti per offrire una seconda possibilità agli esclusi, assumendoli in quello che prende il nome di «É Um Restaurant», situato nell’ex Zé Varunca, numero 54, in Rua de Sao José.

Un locale che non ha nulla da invidiare ai concorrenti vicini, la qualità è altrettanto elevata, ma in più ha un valore sociale. L’obiettivo è infatti integrare gli ultimi nella società offrendo loro quel lavoro che spesso gli viene negato, rendendo vani i tentativi di ricominciare.

C’è anche una psicologa a dare una mano, si chiama Alexandra Evaristo, ed è lei ad aiutare la squadra ad aprirsi verso gli altri e ad avere fiducia nelle proprie capacità, come riporta Observador.

Tutto ebbe inizio nel 2016 quando l’idea era solo un seme che si è poi trasformato in un vero e proprio ristorante, dove fra l’altro lavora uno chef d’eccellenza, Nuno Bergonse, famoso in Portogallo per aver partecipato al Master Chef portoghese, e già coinvolto in altri progetti di Crescer.

Bergonse, secondo quanto dichiarato all’Observador, ha partecipato di persona alla selezione dei camerieri affermando di aver scoperto che i senzatetto non sono sempre persone con problemi di dipendenza, come si pensa solitamente, ma con storie complesse e diversificate:

“La verità è che ho parlato con persone che non hanno mai toccato una sigaretta, non hanno mai consumato nulla di rigoroso e sono venute in strada per ragioni completamente diverse: depressioni, separazioni o divorzi che hanno portato a rifiuti familiari … c’è di tutto.”

Nuno Bergonse, chefe consultor e embaixador do nosso Projecto É UM RESTAURANTE e Américo Nave, Director Executivo da…

Pubblicato da CRESCER su Venerdì 27 settembre 2019

L’iniziativa è stata finanziata e sostenuta dal Consiglio comunale di Lisbona, dall’Istituto per l’occupazione e la formazione professionale, l’Istituto di previdenza sociale, la Banca WiZink e la Fondazione Stavros Niarchos.

Crescer non è nuova a questo tipo di progetti, aveva già lanciato “É Uma Rua” (“È una strada”), “É Uma Casa” (“È una casa”) e “É Uma Vida” (“È una vita »), tutte iniziative volte a migliorare la vita quotidiana delle persone più vulnerabili.

Se fate un salto a Lisbona, vale davvero la pena raggiungere questo ristorante sia per l’ottima cucina che per il suo valore sociale.

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Laura De Rosa

Photo Credit: Crescer

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