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Celiachia in aumento: i sintomi insoliti dei “pazienti camaleonte”

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I casi salgono a un milione, di cui solo il 20% diagnosticato: servono sistemi di diagnosi efficaci per identificare la malattia nei pazienti camaleonte

Le persone celiache sono in netto aumento in Italia e ad oggi se ne contano circa un milione, il doppio rispetto a vent’anni fa.

Un incremento notevole di cui si è discusso lo scorso 27 settembre durante il convegno annuale The Future of Celiac Disease, organizzato dall’Associazione Italiana Celiachia.

Gli esperti hanno rilevato un aumento dei casi soprattutto nelle aree urbane e metropolitane, sottolineando come la celiachia oggi interessi quasi il 2% della popolazione.

Le cause potrebbero essere ambientali, anche se gli esperti non sono ancora in grado di individuarle e definirle con chiarezza.

“Fino a poco tempo fa ritenevamo che la prevalenza di celiachia fosse in aumento solo per la nostra migliore capacità diagnostica, ora un nuovo studio mostra un incremento sostanziale dei casi.
La rapidità dell’aumento fa pensare che a causarla siano fattori ambientali: sono al vaglio ipotesi come le infezioni virali, non solo intestinali, o l’uso dell’enzima transglutaminasi nei cibi pronti al consumo, oppure ancora l’uso di antibiotici nella prima infanzia, la quantità di glutine nello svezzamento o un microbioma che favorisca la patologia”,  ha spiegato Marco Silano, coordinatore board scientifico AIC e Direttore Unità Operativa Alimentazione, Nutrizione e Salute dell’Istituto Superiore Sanità.

Poiché la celiachia è una malattia che, se non curata, può portare a complicazioni gravi e dato che i casi diagnosticati rappresentano solo il 20% delle persone realmente malate, cresce la necessità di sistemi di diagnosi precoce poco invasivi che possano raggiungere i soggetti a rischio.

La diagnosi può arrivare anche dopo 6 anni dai primi sintomi di celiachia e questo è dovuto al fatto che i segni della malattia sono spesso insoliti.

A preoccupare gli esperti sono soprattutto proprio i cosiddetti pazienti camaleonte, cioè quelle persone in cui la celiachia non si presenta con i comuni sintomi come diarrea e coliche.

In molti casi i sintomi sono subdoli e non immediatamente riconducibili al morbo celiaco: la malattia può manifestarsi con segni che non riguardano l’intestino ma che invece includono:

  • anemia,
  • afte,
  • irregolarità nel ciclo mestruale
  • orticaria.

Come ha sottolineato Marco Silano:

“Stanno cambiando anche le modalità cliniche con cui si presenta: i pazienti con segni classici come la diarrea sono pochi, occorre perciò cambiare approccio e cercare i celiaci in tutte quelle categorie di pazienti che per esempio presentano sintomi di osteoporosi, anemia, turbe della fertilità, colon irritabile”.

Gli esperti propongono test del sangue mirati da effettuare nei reparti ospedalieri e guardano con interesse alla biopsia liquida, tecnica già utilizzata in oncologia e che potrebbe essere utile anche per diagnosticare la celiachia e valutare il danno alla mucosa intestinale.

La speranza è di poter riconoscere la celiachia nei pazienti camaleonte prima che una dieta inadeguata porti a conseguenze gravi per la salute.

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Tatiana Maselli

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Moria delle api, la Liguria chiede lo stato di calamità naturale

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Le api muoiono e rischiano letteralmente di scomparire dalla Liguria. Per questo la Regione si appresta a chiedere lo stato di calamità naturale.

La situazione degli insetti impollinatori è sempre più drammatica e non solo in paesi lontani come il Brasile, di cui abbiamo più volte parlato, ma anche in Italia.

La Liguria, ad esempio, segnala un problema molto serio: la crisi delle api (e di conseguenza quella del settore dell’apicoltura) a causa della presenza della vespa velutina, ma anche della crisi climatica. La Regione si appresta quindi a chiedere lo stato di calamità naturale.

Come ha dichiarato l’assessore regionale all’Agricoltura, Stefano Mai:

“Settimana prossima faremo partire la richiesta di Stato di calamità naturale per l’apicoltura ligure. Abbiamo ottenuto i dati dalle associazioni apistiche la settimana scorsa e procederemo affinché le nostre richieste possano essere approvate dal Governo”.

Comunemente chiamata Calabrone asiatico, la vespa velutina (o calabrone asiatico) è una pericolosa minaccia per l’apicoltura italiana. Questo insetto, infatti, è un predatore che si nutre proprio di api e che spesso va a caccia direttamente negli alveari.

Ma il problema non è solo quante api riesce ad uccidere direttamente ma lo stress che provoca negli alveari azzerando l’attività di volo e la deposizione delle uova e quindi di fatto portando alla morte di tutta la famiglia di api.

Questo insetto si è diffuso proprio in Liguria e, oltre a ciò, ci sono i danni causati agli insetti impollinatori dai cambiamenti climatici che hanno agito negativamente sui cicli naturali delle api. A contribuire in maniera pesante vi è probabilmente anche l’inquinamento, ormai riconosciuto a livello mondiale come dannoso per questi insetti.

Considerando tutto ciò, la Liguria ha reso nota la necessità di una mobilitazione istituzionale per salvare le api liguri e un intero settore che quest’anno si è trovato davvero in ginocchio. Il “parlamentino” ligure ha dunque votato all’unanimità la richiesta di calamità naturale che, come ha specificato l’assessore Mai, è pronta per essere presentata già la prossima settimana.

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Francesca Biagioli

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Se non riesci a smettere di perdere tempo, concentrati sui vantaggi della procrastinazione (che potrebbe essere geniale)

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Avete provato tutti i trucchi, letto guide su guide, consultato esperti di procrastinazione, ma niente da fare? Continuate imperterriti a rimandare al domani quello che potreste fare oggi? Ebbene, forse non è poi così atroce questa “cattiva” abitudine, anzi potrebbe essere addirittura geniale.

Secondo Adam Grant, docente di Management alla Wharton, autore del libro “Essere originali: come gli anticonformisti cambiano il mondo“, la procrastinazione è una caratteristica molto diffusa tra i pensatori più innovativi del Pianeta, inclusi due dei cofondatori di Apple, Steve Jobs e Steve Wozniak.

Nell’intervista rilasciata a Business Insider, Grant spiega che oggi la procrastinazione è associata alla pigrizia e all’apatia ma nell’antico Egitto la si considerava come un avvertimento: il momento giusto non è ancora arrivato. Vale a dire che chi procrastina, in fondo a se stesso, sa che quello non è il momento per procedere.

Se la procrastinazione, afferma Grant, è negativa parlando di produttività, è invece positiva per la creatività. Lo sapeva bene Steve Jobs che rimandava le cose per far nascere idee più alternative rispetto a quelle convenzionali.

Trattasi di procrastinazione strategica che tutti noi, a detta di Grant, possiamo testare nella vita quotidiana, semplicemente interrompendo qualsiasi attività creativa e rimandandola prima del termine, per consentire a idee più originali di emergere.

I vantaggi della procrastinazione

Genialità a parte, i vantaggi della procrastinazione non finiscono qui, eccone un elenco:

  1. ci permette di avere un quadro d’insieme più completo quando dobbiamo prendere una decisione;
  2. mentre rimandiamo un lavoro, abbiamo più tempo per perfezionarlo e individuare eventuali errori e sviste;
  3. ci permette di non perdere tempo in attività inutili o che semplicemente non fanno per noi;
  4. ci protegge dall’iper-produttività tipica di questi tempi;
  5. stimola e migliora la creatività alternativa;
  6. ci permette di capire cosa davvero fa per noi.

E tanto per concludere in bellezza, sappiate che un’altra ricerca, “The Structural and Functional Signature of Action Control”, ha dimostrato tramite risonanza magnetica che la causa della procrastinazione è un’amigdala mediamente più grande, nonché una bassa connessione funzionale tra quest’ultima a l’ACC dorsale.

L’amigdala è coinvolta, fra le altre cose, nella gestione delle emozioni e se è di dimensioni maggiori, causa maggiore ansia quando ci si appresta a svolgere un dato compito. A dimostrazione che la procrastinazione non dipende necessariamente dalla pigrizia!

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Laura De Rosa

Illustrazione: Laura De Rosa/Mirabilinto.com

 

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Candy Candy: il 1 ottobre 1976 la prima puntata del cartone che ha fatto piangere (e rovinato) un’intera generazione

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Era il primo ottobre 1976 quando il canale giapponese Asahi Tv mandò in onda il primo episodio di Candy Candy, cartone che poi 4 anni dopo è arrivato anche in Italia, diventando uno dei più amati e seguiti da un’intera generazione di bambini e adolescenti.

Per gli amanti di Candy e degli indimenticabili e bellissimi Anthony e soprattutto Terence (che ha fatto innamorare praticamente tutte le ragazzine dell’epoca), oggi è un giorno da celebrare. Sono passati infatti ben 43 anni dalla prima apparizione del cartone tanto amato negli anni ’80 che ha esordito proprio il primo ottobre quando, in Giappone, è andato in onda il primo dei 115 episodi di cui si compone.

I bambini italiani hanno dovuto però aspettare 4 anni prima di poter conoscere la storia dell’orfanella Candy che ha fatto piangere ed emozionare un’intera generazione.  A realizzare Candy Candy è stato Kyoko Mizuki ma la storia, come spesso accade in Giappone, è tratta da un manga.

Visto il successo ottenuto dal fumetto,  il popolarissimo studio Toei Animation decise di produrre un cartone animato che fu subito lanciato in Giappone e poi arrivò anche da noi, sia pur con un certo ritardo. La prima puntata in Italia è andata in onda il 2 marzo 1980 ottenendo un successo incredibile.

Candy ha saputo conquistare il giovane pubblico del nostro paese grazie alla sua storia spesso tragica e comunque sempre sentimentale. La protagonista è infatti una bambina senza genitori che cresce in un orfanotrofio e poi viene adottata dalla famiglia aristocratica dei Legan, in cui però si trova disagio. Da lì inizia la sua storia fatta di amori, il primo con Anthony (che però muore cadendo da cavallo) e poi con Terence, giovane anticonformista conosciuto a Londra.

Tante altre sono le peripezie e i drammi che deve superare Candy che, come tutti ricorderete, sceglie di diventare infermiera.

La sindrome della crocerossina

Ma Candy ha anche in un certo senso “rovinato” la generazione degli ’80. Perché? Proprio per il suo innato spirito da “crocerossina”, una sorta di bisogno innato di aiutare gli altri sempre e comunque, anche a scapito di se stessa.

Ci ha mostrato l’immagine di una donna protettiva che si dedica completamente a chi ama, spesso mettendo da parte le proprie esigenze e sacrificando tutto di fronte a uomini, come nel caso di Terence, decisamente ombrosi e problematici. Eh sì perché, ovviamente, la donna crocerossina non dedica le sue cure a chi sa apprezzarle ma a chi ne ha più bisogno e spesso sono proprio gli uomini più difficili.

C’è da dire che fortunatamente non tutte le bambine si sono lasciate influenzare da questo stereotipo!

 

C’è infine una cosa che forse non sapete… l’happy handing del cartone è una trovata solo italiana per accontentare i fan.

Nella storia originale, infatti, Terence rimane con la sua nuova fidanzata Susanna mentre nella versione arrivata in Italia, il ragazzo la lascia per tornare al suo vero e unico amore, ovviamente Candy.

E a noi, in fondo, piace così… romantica e sentimentale fino alla fine!

Se vi è venuta nostalgia dei tempi andati potete sempre riascoltare la sigla…

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Francesca Biagioli

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Lo scandaloso taglio del bosco autorizzato dalla regione Abruzzo che mette in pericolo anche gli orsi

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Per gli orsi è di vitale importanza avere aree boschive dove vivere e procacciarsi il cibo in tranquillità, peccato che nonostante le misure di tutela previste non tutti le rispettino, mettendo a rischio questo animale. È successo nel Comune di Cansano, in località “La Difesa”, dove è stato segnalato un taglio boschivo scandaloso.

Grazie al sopralluogo effettuato in loco dall’associazione di volontari “Salviamo l’Orso” si è potuto constatare che l’area interessata è stata praticamente devastata dai tagli, nonostante in passato il bosco di Cerro fosse stato convertito da ceduo a fustaia, affinché potesse riassumere un aspetto naturale e diventare habitat dell’orso marsicano, che qui infatti si rifugia spesso trovando anche risorse alimentari.

Negli ultimi anni, grazie a questi interventi, l’area ha cominciato a essere frequentata da diversi orsi, fra cui la famosa “orsa Peppina”, F1.99, accompagnata dai suoi 3 cuccioli. Si tratta pertanto di una zona protetta da specifiche regolamentazioni per l’attività venatoria, rispettate dai cacciatori dell’ATC di Sulmona e dal loro Presidente Marco Del Castello, che addirittura l’anno passato rinunciarono alla caccia in loco per garantire tranquillità alla nota orsa abruzzese.

Ma ora, nonostante ciò, la regione ha autorizzato la devastazione del bosco, trasformato nuovamente in un ceduo con tagli a raso e alberi più vecchi e grandi tutti eliminati, e quindi inadatto per gli orsi, che specialmente in questo periodo vi trovavano rifugio preparandosi al letargo invernale.

Un duro colpo per la popolazione degli orsi, purtroppo autorizzato, come sottolinea l’Associazione, dalla stessa Regione Abruzzo che si diceva favorevole alla salvaguardia di questo animale. Sarebbe bastato consultare perlomeno il Parco Nazionale della Majella, il più vicino all’area interessata, per capire se un intervento di tale portata potesse presentare qualche criticità.

Ora l’associazione Salviamo l’Orso chiede alla regione di bloccare il taglio e di raccordarsi con la Rete di Monitoraggio regionale ed il Parco Nazionale della Majella in modo da:

Rivedere modalità, dimensioni ed estensione dello stesso, per il bene dell’orso e per tener fede agli impegni che la Regione ha solennemente sottoscritto.

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Laura De Rosa

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L’Indonesia non chiuderà più l’isola di Komodo ai turisti: per accedere si pagherà 1000 euro

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Il governo indonesiano ha cambiato idea riguardo alla possibilità di vietare l’accesso ai turisti all’isola di Komodo. Lo scorso luglio, infatti, il governo aveva annunciato l’intenzione di chiudere l’isola per tutelare i draghi di Komodo, minacciati dalla massiccia presenza di visitatori

Nel Parco Nazionale di Komodo vivono circa 5mila esemplari di Varanus komodoensis, che ogni giorno vengono disturbati dall’afflusso di turisti.

Solo nel 2018 sono stati registrati 176mila accessi sull’isola: flussi così elevati di persone interferiscono con l’accoppiamento dei draghi e con la schiusa delle uova e modificano l’ambiente naturale, tanto da aver provocato nel tempo una diminuzione del numero di varani presenti sull’isola.

Il governo aveva dunque deciso di interdire l’accesso all’isola ai turisti a partire dal 2020 per un anno, così da poter ripristinare l’habitat dei draghi di komodo. Le auotorità non avevano poi escluso di estendere il divieto per un tempo maggiore o addirittura di trasformare l’isola in una riserva naturale.

La decisione ha però suscitato proteste tra i residenti di Komodo, preoccupati per il fatto di doversi trasferire e per le perdite economiche derivanti dalla chiusura dell’isola.

Il governo indonesiano ha quindi fatto marcia indietro: l’isola resterà aperta ai turisti. La motivazione ufficiale, data dal Ministero dell’Ambiente, è che il numero dei varani è rimasto sostanzialmente invariato dal 2002 al 2019, dunque i draghi non risultano minacciati dai visitatori.

Le autorità hanno però fatto sapere che per accedere all’isola si dovrà sottoscrivere un abbonamento: al momento per entrare a Komodo si paga un ingresso di 10 dollari, mentre con i nuovi piani si pagherà fino a 1000 dollari l’anno. Questa misura dovrebbe diminuire il flusso di turisti e tutelare almeno parzialmente i varani, senza obbligare i residenti a trasferirsi.

Inoltre verranno applicate restrizioni per la circolazione delle navi da crociera e saranno avviati programmi educativi per insegnare agli abitanti e ai visitatori a rispettare i draghi che vivono sull’isola. Sarà sufficiente?

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Tatiana Maselli

 

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Per colpa nostra il 58% degli alberi in Europa si sta estinguendo

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Più della metà degli alberi che crescono spontaneamente in Europa rischiano l’estinzione a causa delle attività umane, secondo una valutazione dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN).

La IUCN ha infatti pubblicato proprio in questi giorni la European Red List of Trees, la lista rossa degli alberi presenti in Europa, rendendo noto lo stato di conservazione delle specie arboree autocnone.

La situazione delle specie arboree europee non è per nulla rassicurante: su 454 varietà di alberi, 168 sono considerate minacciate, in via di estinzione o vulnerabili e per altre 57 si ha carenza di dati.

Tenendo conto del numero di specie per le quali non si hanno dati a sufficienza, la percentuale di specie minacciate potrebbe essere compresa tra il 37,1% e il 49,6%. Il valore medio, pari al 42,3% fornisce la migliore stima della proporzione di specie arboree minacciate in Europa, ma questa potrebbe essere anche superiore.
Se poi si considerano solo le specie endemiche, la percentuale di alberi a rischio estinzione sale ulteriormente fino al 58%: tra le piante più a rischio l’ippocastano e alcune varietà di Sorbus .

La più grande minaccia per gli alberi è rappresentata da specie alloctone importate, che spesso entrano in competizione con quelle autoctone e prendono il sopravvento, come è avvenuto ad esempio nel caso dell’ailanto.

A determinare la perdita di esemplari sono anche parassiti e malattie: gli esemplari di ippocastano sono stati decimati da un lepidottero, la Cameraria ohridella.

Tra le altre cause dell’estinzione delle piante ci sono poi i mutamenti climatici, poiché le variazioni di temperatura, pioggia e umidità rendono difficile la sopravvivenza di alcune specie poco adattabili.

In definitiva quindi la colpa del rischio di estinzione per il 58% delle specie arboree europea è principalmente attribuibile all’uomo, che con le sue azioni modifica pesantemente il clima e il territorio.

La scomparsa di varietà di alberi rappresenta un grave problema perché provoca cambiamenti a livello del territorio, modificando gli habitat naturali. Questo, a sua volta, può determinare l’estinzione di specie animali. Un effetto domino che partendo dalle piante trasforma nel tempo tutto l’ecosistema coinvolgendo suolo, mammiferi, uccelli, invertebrati e ovviamente anche l’uomo.

Gli alberi sono fondamentali per la nostra sopravvivenza e per quella degli altri animali poiché producono l’ossigeno che respiriamo, sottraggono CO2 dall’atmosfera, regolano la temperatura, mitigano gli effetti dei disastri naturali e forniscono cibo, legname, fibre tessili.

Preservare gli alberi è di fondamentale importanza e gli autori di questa nuova lista delle specie a rischio sottolineano la necessità per i governi e le amministrazioni locali di intervenire per la protezione delle specie arboree minacciate e i loro habitat.

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Tatiana Maselli

 

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L’imprenditore che pianta alberi nelle cave di marmo dismesse su suggerimento di DiCaprio

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Parlare di estrazione di marmo ed ecologia può sembrare contraddittorio considerato che lo sfruttamento delle cave, purtroppo, comporta gravi danni all’ambiente, ma secondo il famoso imprenditore del marmo Gualtiero Vanelli, un altro tipo di escavazione, più sostenibile, è possibile.

Lo ha affermato in un’intervista rilasciata a “Il Tirreno“, sottolineando quanto sia importante anche in questo ambito adottare una nuova prospettiva ecologica. Dal canto suo ci prova continuamente e su suggerimento di Leonardo Di Caprio, ha persino piantato alberi nelle cave dismesse.

Perché i tempi sono cambiati e con essi la sensibilità ambientale, di cui gli imprenditori come lui devono tenere conto.

E a proposito di Di Caprio, svela di conoscerlo da molti anni grazie a un amico comune di Los Angeles, e di aver contribuito alle sue campagne ambientaliste con numerose opere d’arte: dall’Orso al pianoforte in marmo tigrato fino alla famosa scultura in purissimo marmo di Carrara “Once upon a time”, concepita per la quarta edizione della serata di gala annuale a cura della Leonardo DiCaprio Foundation. Opere che vengono poi date all’asta per raccogliere denaro da destinare all’ambiente.

Fino alla geniale idea, pensata insieme, di piantare alberi nelle cave non più utilizzabili per l’estrazione. Impresa portata avanti dall’imprenditore per ben 2 anni, ora in standby per una serie di problemi di coltivazione, ma sicuramente destinata a riprendere presto.

E per quanto riguarda la chiusura completa delle cave, Vanelli afferma di essere contrario e di sostenere semmai un modo nuovo di estrarre il marmo, adottando un approccio meno predatorio e più sensibile nei confronti delle montagne, che non vanno considerate come semplici bacini estrattivi da sfruttare ma rispettate nella loro complessità.

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Laura De Rosa

Photo Credit: Il Tirreno

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L’obsolescenza programmata dei dispositivi elettronici provoca 4 milioni di tonnellate di CO2 all’anno

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L’obsolescenza programmata dei dispositivi elettronici, che non a caso durano poco, provoca 4 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.

Basterebbe prolungare la vita dei dispositivi elettronici di un solo anno per ottenere una riduzione delle emissioni pari a 4 milioni di tonnellate di C02 annuali, corrispondenti, tanto per farsi un’idea, a circa 2 milioni di auto in meno sulle strade.

Lo ha dichiarato un rapporto dell’European Environmental Bureau (EEB) che evidenzia le conseguenze della vendita di dispositivi elettronici di breve durata sul fronte ambientale. Dispositivi che sono appositamente concepiti dai grandi marchi per non durare a lungo, e il motivo è presto spiegato: se durano poco, si vende di più.

Le aziende creano infatti tablet, stampanti, elettrodomestici e in generale prodotti tecnologici pianificandone l’obsolescenza, ovvero la sua perdita di valore nel mercato e il suo funzionamento, periodo che si accorcia sempre di più per indurre i consumatori a fare nuovi acquisti.

In media laptop e smartphone durano fra i 3 e 4 anni, le lavatrici 11 anni, gli aspirapolveri 4 anni. E basterebbe prolungarne la vita di 1 solo anno per ottenere una riduzione di CO2 annuale pari a 4 milioni di tonnellate.

Ma il problema non è solo per le nostre tasche, anche l’ambiente ne risente perché stando ai dati riportati dall’EEB, ciò comporta un aumento del consumo di energia e di risorse necessari per soddisfare la domanda di prodotti tecnologici, ovvero per fabbricarli, e d’altra parte per eliminare i dispositivi obsoleti. Altro problema infatti è quello dei rifiuti dato che nella sola Europa, le cifre annuali variano tra le 10 e 12 tonnellate.

Come se non bastasse, a questo si aggiunge il design che incide a sua volta sull’obsolescenza del prodotto, perché un dispositivo fuori moda non piace a nessuno e di conseguenza viene scartato in favore di un altro più nuovo e di tendenza. Anche perché rispetto a un tempo conviene di più fare un nuovo acquisto che riparare un prodotto datato.

Insomma, un altro punto su cui intervenire al più presto, perché se i modelli di produzione e consumo non si adeguano a una nuova sensibilità ambientale, la situazione rischia di aggravarsi ulteriormente.

Per fortuna qualcuno muove già i primi passi in questa direzione: per esempio l’organizzazione Friends of the Earth ha promosso una campagna per combattere la morte programmata dei prodotti elettronici, intitolata Alargasciencia, attraverso la quale si chiedono misure legislative che pongano fine a questa pratica inquinante.

In Italia Samsung e Apple sono state stata multate pesantemente da AGCM per aver costretto i consumatori ad aggiornare i loro cellulari causando gravi inconvenienti e malfunzionamento degli apparecchi. Il tutto per abbreviare la vita dei prodotti. E per fortuna, nell’era del consumismo, nascono anche startup come Back Market che danno una seconda vita ai prodotti elettronici.

In Francia una legge che prevede addirittura la reclusione è stata varata negli anni scorsi e anche in Italia era stata proposta nel 2013, ma come tante altre finita nel dimenticatoio

Nel nostro piccolo quello che possiamo fare è rinunciare agli ultimi modelli di tendenza optando piuttosto per le riparazioni o acquistare dispositivi usati e rigenerati.

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Laura De Rosa

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Irruzione polare in arrivo, temperature giù di 10 gradi! (ovvero, siamo alle solite…)

BuoneNotizie.it -

“Arriva un’ondata di freddo. Temperature giù di 10 gradi” è uno dei titoli più condivisi oggi sulla home page di Repubblica.it. “Meteo, in arrivo l’irruzione polare” recita il titolo dell’articolo....

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Elezioni in Austria: i ‘veri vincitori’ sono i Verdi che difendono l’ambiente e lottano contro le emissioni di Co2

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Alle elezioni in Austria, i vincitori sono due. Da un lato, il capo dei popolari Sebastian Kurz e dall’altro i Verdi del leader Werner Kogler. Due anni fa la sconfitta, oggi si affermano con il 12,4% sintomo che il tema dell’ambiente e i Fridays for future hanno giocato un ruolo importante.

I Verdi conquistano 23 seggi, la la Övp 73 la Spö 41, la Fpö 32, i Neos 14. Sconfitti i sovranisti nazionalisti dell’Fpoe, l’ultradestra austriaca. Così con il 37,2% Kurz si appresta a governare con la possibilità di scegliere tra tre alleati: la Fpoe, i socialdemocratici e i Verdi. Secondo Werner Kogler, gli ambientalisti possono valutare di entrare in coalizione con Kurz solo se lui effettuerà un “cambiamento radicale” di direzione sulle questioni ambientali ma anche nella lotta contro la corruzione e povertà. Ma il rebus delle alleanze è tutto da risolvere e i negoziati potrebbero durare anche alcune settimane.

Tutti gli sguardi, dopo la lunga assenza, sono rivolti ai Verdi. Non a caso l’umore del leader del partito Werner Kogel è alle stelle. Il partito inizia a porre le proprie condizioni: l’Austria deve diventare “il Paese numero uno in quanto a difesa dell’ambiente e del clima” e chiede una tassa sulle emissioni di Co2.

Dal 2017, il partito ambientalista austriaco ha guadagnato nove punti percentuali in più, confermando quindi l’ondata verde diffusasi in Europa e che proprio in questi giorni ha avuto il suo picco nel Global Climate Strike, una serie di manifestazioni in cui giovani di tutto il mondo e non solo, sono scesi in piazza per chiedere ai potenti del mondo misure contro i cambiamenti climatici.

Dopo il trionfo dei Verdi in Germania, anche l’Austria sembra muoversi in questo senso: istanze ambientaliste, pianificazione dell’economia, lotta all’inquinamento e all’emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Questo risultato manda un chiaro messaggio: la lotta per il Pianeta è una battaglia che interessa tutti.

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Dominella Trunfio

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L’idea di una diciassettenne carioca: bio assorbenti lavabili, in cotone e cuciti a mano per le detenute in carcere

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Ha solo 17 anni e un progetto innovativo quanto utile, ovvero quello di avviare la produzione di “bio assorbenti” per le detenute del sistema carcerario brasiliano. Parliamo di Giullia Jaques Caldeira, una ragazza nata e cresciuta a Belford Roxo, nella Baixada Fluminense di Rio de Janeiro, attivista in movimenti sociali e giovanili.

Si stima che nelle carceri brasiliane ci siano 42mila detenute. La diciassettenne carioca sta portando avanti un progetto per queste donne che si trovano in stato di detenzione, con un’idea che non solo fa bene all’ambiente perché va a eliminare o quanto meno diminuire, l’uso dei comuni assorbenti, ma anche al portafogli dello Stato.

Tempo fa, vi avevamo raccontato di alcuni episodi legati al regolamento penitenziario, dove gli assorbenti vengono forniti dalla struttura e dove non è possibile farli arrivare dall’esterno. Molte si trovano così a fare i conti con il fatto di poter  avere solo un tot di assorbenti, che in tanti casi non risultano sufficienti. Una situazione comune in Brasile.

“ Dopo un progetto a Lima che andava in questa direzione, ho iniziato a chiedermi quali donne potessero stare male o soffrire per la mancanza di tamponi in Brasile. Allora ho pensato alle detenute e al fatto che servivano dei bioassorbenti per abbattere i costi”, spiega Giullia Jaques Caldeira.

Il progetto ABSORVED è stato realizzato in collaborazione con la società HERSELF e la Fondazione Santa Cabrini. La società, specializzata in assorbenti di tessuto lavabili dona i materiali di produzione di scarto, mentre la fondazione organizza dei corsi di cucito all’interno del carcere per la realizzazione.

“Questi assorbenti di stoffa possono essere lavati, poiché sono realizzati con tessuti di cotone, sono privi di sostanze chimiche che spesso causano reazioni allergiche. Questa composizione poi elimina i cattivi odori legati al ciclo mestruale”, continua la ragazza.

Questi bio assorbenti possono essere utilizzati per un massimo di 12 ore e durare in generale fino a 4 anni.

“Hanno la stessa forma degli assorbenti standard e possono essere di diverse dimensioni e con diverse quantità di cotone per adattarsi al flusso di ogni donna. L’uso è molto simile ai classici usa e getta, basta avvolgere le mutandine con le alette. Solo che questi bio assorbenti possono essere lavati, così da non avere più problemi di quantità”, dice ancora.

Parliamo quindi di comuni assorbenti lavabili che sempre più donne usano come valida alternativa all’usa e getta, ormai come la coppetta mestruale sono facilmente acquistabili anche online e alcuni prodotti aderiscono a progetti per supportare una migliore igiene mestruale per le ragazze e le donne che vivono nei Paesi poveri e che, durante il ciclo, sono costrette ad assentarsi da scuola o dal lavoro perché non hanno a disposizione delle protezioni adatte.

Il progetto in questione è stato presentato alla Corte di giustizia di Rio de Janeiro e inizialmente dovrebbe partire dall’Istituto penale di Talavera Bruce nel complesso del Gericino dove verrà fatto un corso alle detenute per realizzare personalmente i bio assorbenti.

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Dominella Trunfio

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Meteo: il caldo (anomalo) sta per finire, in arrivo piogge e temporali autunnali

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Sembra proprio che il freddo stia per arrivare in tutta la Penisola, anche in quelle regioni dove fino ad oggi, l’estate non accennava a finire. Come spiega il servizio meteo dell’Aeronautica militare, già da mercoledì 2 ottobre è previsto maltempo con piogge e temperature in diminuzione.

Il primo sprazzo di autunno si avrà a partire da mercoledì dove al Nord ci sarà maltempo diffuso con piogge e temporali intensi soprattutto sul Triveneto e la Liguria di levante, al centro e in Sardegna rovesci e temporali sparsi durante il mattino, con lievi miglioramenti in serata; ancora al Sud e Sicilia addensamenti compatti con lievi precipitazioni in serata. Le temperature in flessione con minime generalmente stazionarie. Al contrario dei mari da molto mossi ad agitati per il mar di Sardegna, mar Ligure e il Tirreno settentrionale.

Maltempo provocato da un vortice ciclonico proveniente dal Polo Nord che porterà temperature un po’ più basse rispetto alla media stagionale a causa della bora su Nord e fascia adriatica, del maestrale in Sardegna e della tramontana nell’alto Tirreno. Più stabile la situazione al Sud dove le temperature non diminuiranno bruscamente. Vediamo il meteo nei prossimi giorni.

GIOVEDI’ 3 ottobre

Continuerà il maltempo al Centro Sud con precipitazioni sparse a carattere di rovescio o temporale soprattutto in Campania e Molise, mentre più attenuate nel Lazio e Abruzzo. In nottata i fenomeni persisteranno solo nella fascia ionica.

VENERDI’ 4 ottobre

Il maltempo rimarrà in Calabria e in Sicilia con un graduale miglioramento nel pomeriggio; sulle restanti zone invece cielo sereno o nuvoloso con annuvolamenti compatti in Liguria, Emilia e settore alpino e prealpino.

SABATO 5 ottobre e DOMENICA 6 ottobre

Nel weekend addensamenti compatti su Liguria, Sardegna, Toscana, Lazio, Umbria, Emilia Romagna e Campania, mentre cielo nuvoloso o sereno altrove. Domenica intensificazione delle piogge che nel pomeriggio interesseranno anche il restante centro.

Tuttavia un nuovo ciclone arriverà dal 7 ottobre proveniente dal Nord Europa e questa volta, ad essere più colpito sarà il Centro Sud e in particolare Calabria e Sicilia a rischio alluvioni lampo e nubifragi. Il mese si concluderà con un regime debolmente ciclonico, che manterrà i valori di precipitazione all’interno della media del periodo su tutto il paese.

“Per quanto invece attiene i valori di temperatura si ritiene che tenderanno nuovamente ad aumentare anche se non in modo marcato, specie al centro-nord dove si riporteranno al di sopra della media stagionale, mentre continueranno a permanere in linea al sud”, scrive l’Aeronautica.

Insomma un autunno decisamente ballerino!

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Dominella Trunfio

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Monte Bianco: il ghiacciao Planpinceux sta per venire giù più velocemente del previsto: accelera di 60 cm al giorno

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Una parte del ghiacciaio Planpicieux, pari a circa 27mila metri cubi, ha accelerato la velocità di slittamento e scivola di 60 centimetri al giorno.

Si tratta della parte frontale del ghiacciaio, una porzione che corrisponde al 10% del totale del Planpicieux.

Secondo gli esperti cadrà in tempi molto brevi, anche durante i prossimi giorni, ma trattandosi di una porzione relativamente piccola di ghiacciaio, le conseguenze dovrebbero essere limitate e non interessare strade e abitazioni.

In tempo reale, vi trasmettiamo il bollettino relativo all'evoluzione odierna del Ghiacciaio di Planpinceux, redatto dai…

Pubblicato da Fondazione Montagna sicura su Lunedì 30 settembre 2019

“Dall’esperienza di monitoraggio, un settore con quella velocità e con quei volumi probabilmente cadrà nei prossimi giorni o settimane, ma sarà un evento limitato, che si arresta nel conoide immediatamente sotto il ghiacciaio e non avrà influenza sulle strade sottostanti.
Inoltre, la caduta del blocco più piccolo non allevia se non marginalmente il carico dei 250mila metri cubi che continuano a scendere a velocità costante”, ha spiegato Fabrizio Troilo della Fondazione Montagna sicura.

Il movimento della parte retrostante del ghiacciaio, che rappresenta la pare più consistente, rimane invece stabile a circa 35 centimetri al giorno.

La massa totale che dalla scorsa settimana è a rischio collasso è di circa 250 mila metri cubi di ghiaccio. A dare l’allarme sul pericolo del crollo del ghiacciao sono state la Regione Valle d’Aosta e della Fondazione Montagna sicura, dopo che è stata registrata un’accelerazione dello slittamento del ghiaccio.

Il ghiacciaio continua a essere monitorato da sistemi radar usati per il controllo delle frane e che riescono a percepire movimenti anche molto piccoli.

Nel momento in cui il Planpinceux dovesse crollare, Courmayeur e tutta la Val Ferret potrebbero subire conseguenze devastanti. Non potendo sapere con esattezza se e quando il ghiacciaio si staccherà, il Comune di Courmayeur ha deciso di chiudere al traffico la strada comunale della Val Ferret.

ORDINANZA DEL COMUNE DI COURMAYEUR: a partire dalle 19.30 di oggi, saranno chiuse la strada comunale della Val Ferret -…

Pubblicato da Fondazione Montagna sicura su Martedì 24 settembre 2019

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Tatiana Maselli

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Le balene valgono quanto 4 Amazzonie: assorbono il 40% della CO2 prodotta in tutto il mondo

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Le balene e tutto il loro ecosistema sarebbero in grado di assorbire anidride carbonica come 4 foreste amazzoniche. Sarebbero loro, infatti, la soluzione più naturale ed economica ai cambiamenti climatici: una strategia a lungo termine per proteggere le balene può limitare i gas a effetto serra e il riscaldamento globale.

Ad affermarlo è un nuovo studio del Fondo Monetario Internazionale che vede nelle balene la “strada low-tech” e una efficace tecnica di assorbimento della CO2. L’ecosistema delle balene, insomma, sarebbe in grado di assorbire il 40% di tutta l’anidride carbonica prodotta nel mondo: 37 miliardi di tonnellate. Quanto assorbono 1.700 miliardi di alberi, l’equivalente di quattro Amazzonie.

Già una ricerca del 2010 dell’Australian Antarctic Division aveva individuato nelle feci di questi cetacei un rimedio al riscaldamento globale: favoriscono la proliferazione di fitoplancton e mitigano in parte l’inquinamento degli oceani.

La ricerca scientifica ora indica più chiaramente che mai che la nostra impronta di carbonio – il rilascio di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera dove contribuisce al riscaldamento globale attraverso l’effetto serra –minaccia i nostri ecosistemi e il nostro stile di vita. Ma gli sforzi per mitigare i cambiamenti climatici devono affrontare due sfide significative: la prima è trovare modi efficaci per ridurre la quantità di anidride carbonica nell’aria o il suo impatto sulla temperatura globale media. La seconda è raccogliere fondi sufficienti per mettere in pratica queste tecnologie.

Molte soluzioni proposte per il riscaldamento globale, come catturare il carbonio direttamente dall’aria e seppellirlo in profondità nella terra, sono complesse, non testate e costose. E se ci fosse una soluzione a bassa tecnologia a questo problema che non solo è efficace ed economica, ma ha anche un modello di finanziamento di successo?

È da qui che viene l’idea di una strategia sorprendentemente semplice e “senza tecnologia” per catturare più carbonio dall’atmosfera: aumentare le popolazioni globali di balene. I biologi marini hanno recentemente scoperto che le balene, in particolare le grandi balene, svolgono un ruolo significativo nel catturare il carbonio dall’atmosfera, mentre molte organizzazioni internazionali hanno implementato programmi come Riduzione delle emissioni da degradazione e deforestazione (REDD) che finanziano la conservazione degli ecosistemi che catturano il carbonio.

Adattare queste iniziative a supporto degli sforzi internazionali per ripristinare le popolazioni di balene potrebbe portare a una svolta nella lotta ai cambiamenti climatici.

Perché le balene sono così importanti?

Il potenziale di cattura del carbonio delle balene è davvero sorprendente. Le balene accumulano carbonio nei loro corpi durante le loro lunghe vite. Quando muoiono, affondano sul fondo dell’oceano: ogni grande balena “sequestra” in media 33 tonnellate di CO2, togliendo quel carbonio dall’atmosfera per secoli. Un albero, nel frattempo, assorbe “solo” fino a cica 21 chili di anidride carbonica all’anno.

E non solo, anche secondo questo studio sono importanti gli escrementi della balena, particolarmente ricchi di ferro e azoto. Più in generale, salendo e scendendo, i cetacei portano in superficie minerali fermi in profondità (“The whale pump”, la chiama lo studio) e li muovono nei mari (“la balena come nastro trasportatore”).

E questi minerali sono cruciali per lo sviluppo del fitoplankton, il più efficiente nel risucchiare anidride carbonica: secondo i biologi, il plankton è tanto più abbondante, quante più balene ci sono nei dintorni.

La protezione delle balene potrebbe aumentare significativamente la cattura del carbonio perché l’attuale popolazione dei grandi crostacei è solo una piccola parte di ciò che era una volta. Purtroppo, dopo decenni di caccia alle balene anche illegale, i biologi stimano che le popolazioni globali di balene siano ormai meno di un quarto di quello che erano una volta. Alcune specie, come le balene blu, sono state ridotte al solo 3% della loro precedente popolazione. Pertanto, i benefici dei servizi ecosistemici delle balene per noi e per la nostra sopravvivenza sono molto inferiori a quelli che potrebbero essere.

Se si riuscisse a riportare il numero delle balene in circolazione, conclude lo studio, l’impatto sul cambiamento climatico potrebbe essere davvero massiccio.

Avere anche solo l’1 per cento in più di plankton nei mari significa assorbire centinaia di milioni di tonnellate di CO2 l’anno. Come se, ogni anno, apparissero di colpo  2 miliardi di alberi adulti“.

Ottime riflessioni e anche buoni propositi. Ma, rendiamoci conto che non è esattamente un gioco da ragazzi.

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Germana Carillo

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Queste foto sono composte da tanti pixel quanti sono gli animali ancora vivi di quella specie

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Sembrano fotografie di bassa qualità a causa dei pixel in evidenza, in realtà sono volutamente composte da tanti pixel quanti sono gli esemplari ancora vivi della specie animale immortalata. Quindi meno pixel ci sono, più l’animale si sta estinguendo.

Si tratta di una campagna intitolata “WWF Japan – Population by pixel”, creata dall’agenzia Hakuhodo C&D / Tokyo nel 2018, che negli ultimi tempi è riemersa e diventata virale.

A idearla furono i direttori creativi Nami Hoshino, Yoshiyuki Mikami e il designer Kazuhiro Mochizuki, al cui lavoro si è poi ispirato JJ Smooth 44, aggiungendo altri animali.

Davvero un’idea geniale rappresentare gli animali in via di estinzione, con tanto di numeri, in questo modo, perché il messaggio arriva forte e chiaro!

Photo Credit: Hakuhodo C & D Tokyo

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A Valencia nasce la prima associazione di avvocati per la difesa degli animali maltrattati

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Animali abusati? Potranno avere un avvocato. Gli amici a quattro zampe che sono stati abbandonati o che vengono maltrattati dai proprietari potranno essere protetti anche dal punto di vista giudiziario. Accade a Valencia, dove 9 avvocati e alcuni veterinari hanno dato vita a un’associazione, le prima nel suo genere, che ha dell’incredibile.

Si tratta della Abogados Valencianos en Defensa Animal (AVADA), nata per dare piena copertura legale alle denunce di abusi sugli animali, per chiedere l’indurimento delle sanzioni e la stesura di una legge ad hoc sulla protezione degli animali.

È in sostanza una società senza scopo di lucro creata con l’obiettivo di fornire assistenza e consulenza legale “in modo altruistico” agli enti di protezione degli animali e poter comparire nelle procedure di abuso, se necessario, includendo gratuitamente le relazioni di esperti veterinari.

Ci sono casi davvero cruenti che dovrebbero avere una pena di oltre due anni e l’ingresso diretto in prigione”, spiega la presidente di AVADA, Amparo Requena, che ha chiarito che di associazioni in difesa dell’animale ce ne sono molte in Spagna, ma la loro è “pioniera”, perché nessuna offre una copertura completamente “altruistica” a 360 gradi, orientata alle relazioni degli esperti e dei pubblici ministeri.

AVADA nasce dalla sezione di difesa degli animali dell’Ordine degli avvocati di Valencia (ICAIV), che ha avvertito che molti gravi crimini di abuso di animali “si verificano su animali abbandonati o quando il loro proprietario non può essere determinato”, il che li rende indifesi e fa in modo che molti crimini vengano “persi o non segnalati”.

Animali e non solo

Secondo la Requena, purtroppo, dietro a casi di abuso di animali sono in genere “tremendamente collegati” casi di violenza di genere o abuso su minori o anziani. In questo senso, ha raccontato il caso di un cane apparso bruciato da cicche di sigarette come conseguenza di  un ben più ampio abuso psicologico di un padre nei confronti dei suoi figli, che aveva minacciato di fare ciò che aveva fatto al cane.

Un bell’impegno, dunque, quello di questi avvocati, che sposano finalmente in pieno il diritto dei nostri compagni a quattro zampe di vivere un’esistenza dignitosa e libera da abusi.

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Germana Carillo

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I bambini non dovrebbero saper leggere e scrivere prima dei 6 anni. La prescolarizzazione può essere dannosa

GreenMe -

Se tuo figlio non sa leggere o scrivere all’età di 6 anni, non c’è niente di male, anzi meglio così! La prescolarizzazione, infatti, può essere dannosa per i bambini. A dirlo alcuni educatori infantili.

L’Asociacion Mundial de Educadores Infantiles sfata un po’ il luogo comune che, per facilitargli il compito, i bambini dovrebbero essere stimolati ad apprendere i primi rudimenti di alfabetizzazione già prima dei 6 anni (quindi non ancora arrivati alla scuola primaria).

Secondo gli educatori per l’infanzia AMEI-WAECE, al contrario, si stanno forzando un po’ troppo i bambini ad imparare a leggere e scrivere prima di quando dovrebbero. E questo potrebbe finire per influenzare negativamente lo sviluppo cognitivo e socio-emotivo dei piccoli.

Tra di loro, a spalleggiare questa tesi, vi è Juan Hortal, insegnante cileno di educazione della prima infanzia. La sua esperienza, ventennale e in diverse scuole, gli fa affermare con certezza che:

“I bambini non dovrebbero imparare a leggere e scrivere a quell’età, può essere dannoso. Gli asili vogliono che acquisiscano queste conoscenze prima di entrare nella scuola Primaria ma non dovrebbero farlo. Non voglio dire che non imparino nulla. Quello che credo è che i bambini non dovrebbero essere obbligati a sapere come leggere e scrivere all’età di sei anni”

Juan è sostanzialmente a favore del “rispetto dei ritmi” degli studenti, non tutti i bambini in effetti prima dei 6 anni sono pronti a recepire una prescolarizzazione, ad imparare vocali, consonanti e a metterle insieme. Trattarli tutti nello stesso modo, quando invece ognuno è un caso a sé, potrebbe essere dannoso. Il bambino che non raggiunge il livello dei suoi coetanei potrebbe ad esempio sentirsi “frustrato”.

Anche, secondo gli psicologi e pedagoghi di Ampsico:

“l’obbligo di imparare a leggere e scrivere (precocemente n.d.r) può portare a problemi successivi come la bassa autostima. Il bambino può credere di non avere la stessa capacità dei suoi coetanei, il che potrebbe danneggiarlo in futuro”.

Prima dei 6 anni, secondo Juan Hortal, il metodo di apprendimento dovrebbe essere un altro: bisognerebbe lavorare soprattutto sulle emozioni e sui sentimenti, ad esempio su come gestire la rabbia, accettare le regole, comunicare i compagni, ecc.

Una teoria per nulla folle che riguarda ad altri paesi è quella adottata ad esempio in Danimarca e Finlandia, dove i bambini non imparano a leggere fino a quando non hanno sette anni. Ciò non significa che non vengano in qualche modo invitati a farlo prima ma non sono comunque obbligati.

Che ne pensate? Voi quale teoria sposate?

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Francesca Biagioli

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