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Rischio cancerogeno, nuovo inchiostro per tatuaggi ritirato dal Ministero

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Nuovo inchiostro per tatuaggi richiamato e ritirato dal mercato dal Ministero della Salute per la presenza di sostanze cancerogene sopra i limiti consentiti.

In particolare il pigmento ritirato è quello LIME GREEN a marchio INTENZE , lotto SS274.

L’inchiostro è stato prodotto negli Stati Uniti e distribuito dalla ditta 151SRLS di Torino. Il campionamento in cui sono stati riscontrati valori sopra i limiti è stato effettuato dall’Arpa Piemonte in collaborazione con i servizi di igiene e sanità pubblica di alcune Asl Piemontesi. Il Campione è stato prelevato presso BUONA SORTE TATTOO Club di Torino.

Dalle analisi è emersa la presenza di :

  • ANISIDINA (CAS 90-04-0) pari a 3 mg/kg
  • TOLUIDINA (CAS 95-53-4) pari a 21 mg/kg

Queste ammine aromatiche non devono essere presenti per legge in quanto classificate con l’indicazione di pericolo H350 (ovvero cancerogene).

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Meteo, da domani torna il maltempo con nubifragi ed eventi estremi soprattutto in Liguria

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L’Autunno torna a bussare prepotentemente all porta della nostra Penisola dopo una settimana di sole e temperature praticamente estive. Da domani, martedì e nel week end sono previsti infatti nubifragi, temporali ed eventi estremi soprattutto al nord ovest. E’ allerta arancione in Liguria.

Dopo l’ottobrata e la parantesi di sole e caldo, l’autunno torna a riprendersi la scena. Da domani e in particolare nel prossimo week end, sono previsti, infatti, fenomeni temporaleschi anche di forte intensità, in particolare nel nord-ovest: in Liguria è scattata l’allerta arancione e in molti paesi in provincia di Genova e La Spezia è stata emessa l’ordinanza di scuole chiuse.

Colpa di due perturbazioni fredde provenienti dall’Atlantico che andrebbero a scalfire l’alta pressione che si era formata sull’Italia. Anche le temperature subiranno un calo, soprattutto nel fine settimana. Come riporta 3bmeteo.com, infatti, da domani peggiora al nord con piogge e rovesci temporaleschi sulla Liguria. Gli acquazzoni si sposteranno anche al centro , su Sardegna e regioni tirreniche, in particolar modo sulla Toscana e, in serata, su Lazio, Campania e Sicilia meridionale. Asciutto sulle Regioni Adriatiche e al Sud.

https://www.3bmeteo.com/giornale-meteo/meteo-italia—perturbazione-in-arrivo–prime-piogge-al-nordovest-e-toscana-274538

AVVISO #meteo #Sardegna
Rovesci e temporali in arrivo martedì, le zone più a rischio #maltempohttps://t.co/E7R8i8vyub

— 3B Meteo (@3BMeteo) October 14, 2019

Allerta meteo in Liguria

Nella Regione Liguria l’Arpal ha emanato un’allerta meteo per temporali già dalle 18:00 di oggi fino alle 18 di domani. Allerta che diventa arancione dalle 22 di questa sera.

[14/10 – 12h00] #AllertaMeteoLIG

Allerta meteo per temporali e piogge diffuse dalle 18 di oggi, lunedì 14 ottobre, su tutta la Regione

ZONA A
GIALLA dalle 18 di oggi alle 15 di domani sui bacini piccoli e medi

(1 di 3) pic.twitter.com/fiQJW2SytW

— Regione Liguria (@RegLiguria) October 14, 2019

[14/10-18h00] #AllertaMeteoLIG

Entra in vigore l'allerta GIALLA per temporali e piogge diffuse su tutti i bacini piccoli e medi della Liguria.
Alle 22 scatterà il livello ARANCIONE secondo il dettaglio pic.twitter.com/IZUGcXxaCV

— Regione Liguria (@RegLiguria) October 14, 2019

La perturbazione non riuscirà tuttavia a raggiugnere il resto del Paese che rimarrà soleggiato o poco nuvoloso con temperature ancora sopra la media, come riporta ilmeteo.it. Almeno fino al week end quando invece cambierà tutto sull’intera Penisola.

 

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Faraglioni di Capri candidati a Patrimonio Mondiale Unesco per preservarli dall’inquinamento e dall’incuria

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I Faraglioni di Capri potrebbero diventare Patrimonio Mondiale dell’Unesco, la proposta arriva dal presidente di Federalberghi Sergio Gargiulo, che spera così di preservarli dall’inquinamento, dall’incuria e dall’indisciplinato traffico marittimo, come riportato nel comunicato stampa condiviso sulla sua pagina facebook:

“Salvaguardare i Faraglioni dell’Isola di Capri e l’area marina circostante dall’incuria e dall’inquinamento ambientale causato dalla continua presenza ravvicinata di natanti che spesso transitano in prossimità anche a velocità elevate. E far si che questa diventi l’occasione per affrontare più in generale il problema del notevole ed indisciplinato traffico marittimo davanti alle coste dell’isola.”

COMUNICATO STAMPASERGIO GARGIULO (FEDERALBERGHI ISOLA DI CAPRI)CANDIDIAMO I FARAGLIONI AL PATRIMONIO MONDIALE…

Pubblicato da Sergio Gargiulo su Lunedì 14 ottobre 2019

Gargiulo spiega che le premesse per far riconoscere i Faraglioni come Patrimonio Unesco ci sono tutte, considerate le regole dettate dall’organizzazione internazionale che promuove il patrimonio artistico e culturale a livello mondiale, come spiega il comunicato stampa:

Riteniamo che i Faraglioni di Capri e forse anche qualche altro elemento naturale dell’isola, come ad esempio l’Arco Naturale, se non tutta l’isola stessa così come è accaduto per le Eolie, rispondano in pieno ai requisiti richiesti per l’iscrizione nelle Liste dell’UNESCO. Per bellezza, patrimonio e stile di vita Capri è riconosciuta a livello universale.”

E intende coinvolgere nel progetto di candidatura istituzioni locali, associazioni imprenditoriali e culturali, e tutti gli amici di Capri sparsi per il mondo.

Sarebbe davvero bello se la proposta venisse accolta visto che, fra le altre cose, potrebbe aiutare a salvaguardare meglio queste meraviglie naturali proteggendole dall’inquinamento e da chi non dimostra il dovuto rispetto.

I tre picchi rocciosi famosi in tutto il mondo, identificati come Faraglione di Terra, perché unito alla terraferma, Faraglione di Mezzo, con una splendida galleria naturale lunga 60 metri, e Faraglione di Fuori, con i suoi 104 metri di altezza, meritano sicuramente questo importante riconoscimento e tutta la nostra attenzione.

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Laura De Rosa

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La suggestiva Via dell’Amore nelle Cinque Terre riaprirà nel 2023

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La via dell’Amore, il percorso a picco sul mare più romantico delle Cinque Terre, riaprirà nel 2023. Il sentiero fu realizzato negli anni 20, durante la costruzione della ferrovia e collega per quasi un chilometro Riomaggiore e Manarola.
Il nome ufficiale è 592-1 (SVA2) ed è un tratto di passeggiata compresa nel più lungo sentiero Azzurro che parte dal borgo di Monterosso e termina a Manarola.

I sentieri che collegano le Cinque Terre sono un gioiello della Liguria: i cinque borghi sono infatti connessi da una rete di percorsi da fare a piedi, immersi nella natura e caratterizzati da panorami mozzafiato tra mare e montagna.

La via dell’Amore è un tratto piuttosto breve e semplice di questa rete di sentieri, ma davvero molto suggestivo poiché consente di passeggiare lungo la scogliera a picco sul mare, costeggiando la splendida vegetazione mediterranea, e di raggiungere il mare attraverso una scalinata ricavata nella roccia.

Dal 2012 la via è purtroppo inaccessibile, a causa di una frana che ha provocato il ferimento di quattro turiste australiane e reso il percorso inagibile.

Da allora solo i primi duecento metri del sentiero sono praticabili,partendo dalla stazione dei treni di Manarola, ma grazie agli interventi di messa in sicurezza, dal 2023 sarà nuovamente possibile percorrere questo suggestivo tratto di passeggiata.

È stato infatti presentato il progetto di fattibilità per la riapertura della via dell’Amore: un intervento che richiederà ventotto mesi di lavori e un investimento pari a 12 milioni di euro. Le opere saranno finanziate grazie a fondi regionali e al sostegno economico del Ministero dell’Ambiente e del Mibac.

I lavori di consolidamento prevedono la messa in sicurezza delle pareti rocciose poste sopra e sotto il sentiero, nonché l’ampliamento della galleria artificiale per altri 80 metri.

“La via dell’amore è un simbolo su cui vengono investiti soldi di tutti i liguri. È inaccettabile che uno dei simboli del territorio conosciuto in tutto il mondo non fosse più accessibile” ha commentato il governatore Giovanni Toti.

“Per noi è una sfida come lo è stata per questa regione quella del ponte Morandi, una riapertura attesa da tutto il mondo”, ha aggiunto Donatella Bianchi, presidentessa del parco delle Cinque Terre.

Noi, come tutti, aspettiamo con ansia la riapertura al pubblico della Via dell’Amore, una delle passeggiate più belle del nostro Paese.

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Tatiana Maselli

Photo credit: Cinque Terre

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Verdure fresche dalla confezione delle lattine di birra: l’idea di questo birrificio argentino per ‘piantarla’ con i rifiuti

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Cerveza Patagonia, il più grande birrificio artigianale argentino, ha trovato il modo di ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente del suo packaging. Cosa si è inventato? Una versione ecologica della sua confezione da sei unità realizzata con carta da piantare.

Il birrificio sud americano ha lanciato ufficialmente un packaging innovativo da piantare e non da buttare. Si tratta dell’Eco Pack che ha semi vivi nella sua composizione.

Una volta bevute le birre, al momento di dover smaltire la confezione, questa si può suddividere in più pezzi, piantare e annaffiare in modo tale da completare il suo ciclo naturale e permettendo così alle piantine di verdura di crescere.

Ovviamente l’imballaggio per essere piantabile, oltre che dotato all’interno di semi, deve essere  realizzato (come avviene in questo caso) con carta biodegradabile al 100% e stampato con inchiostro atossico e a base d’acqua. In questo modo la confezione non è nociva per l’ambiente e neppure per i semi che contiene.

Il materiale è il risultato di una partnership tra Cerveza Patagonia e Papel Semente, società specializzata nella produzione semi-artigianale di questo tipo di prodotto attraverso il riciclaggio della carta, con certificazione Green Seal da parte dell’Istituto Chico Mendes.

L’originale packaging fa parte di un impegno più grande del birrificio. Come ha dichiarato Richard Lee, responsabile della sostenibilità di Cervejaria Ambev (di cui Cerveza Patagonia fa parte):

“Ridurre gli imballaggi o smaltirli correttamente è una delle nostre principali preoccupazioni. Pertanto, abbiamo cercato di ridurre la quantità di imballaggi sul mercato concentrando i nostri sforzi sull’aumento della quantità di imballaggi a rendere e riciclati. Uno dei nostri obiettivi sociali e ambientali è che entro il 2025, il 100% dei nostri prodotti sarà in imballaggi a rendere o realizzati principalmente con materiale riciclato”

Per il momento la confezione in carta piantabile è disponibile solo presso i Refugios Patagonia, ossia i bar di marca ufficiali presenti in varie zone del Sud America. Con la speranza che il Bio pack venga adottato da sempre più marchi di bionda.

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Francesca Biagioli

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Come le compagnie petrolifere stanno martoriando le terre degli indigeni Mapuche in Patagonia

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Le compagnie petrolifere stanno portando via terre, salute e identità agli indigeni della Patagonia ma negano di avere responsabilità

La spettacolare vista panoramica data dalle formazioni rocciose nella Patagonia argentina è rovinata dai numerosi pozzi di estrazione di petrolio e gas del giacimento di Vaca muerta, fonte di inquinamento e di problemi di salute grave per le popolazioni indigene che vivono in quelle terre.

A Vaca muerta 20 aziende possiedono un totale di 36 concessioni su un’area di circa 8.500 chilometri quadrati. La compagnia petrolifera argentina YPF guida il gruppo con 23 aree, di cui 16 operative, in collaborazione con la società americana Chevron.

Un mese fa, uno dei pozzi presenti nella provincia di Neuquén è esploso e ha continuato a bruciare per ben 24 giorni: il violento incendio è stato spento solo lo scorso lunedì.

Incendio en Loma La Lata: buscan colocar una válvula para "ahogar" el pozo y apagar el fuego https://t.co/8Fw0MfmSzT pic.twitter.com/LV0CqZrmBJ

— Vaca Muerta News (@VacaMuertaNews) October 7, 2019

Incidenti di questo tipo si verificano regolarmente a Vaca Muerta, uno dei maggiori serbatoi di petrolio e gas del Pianeta, dove dal 2011 sono sorti quasi 2000 pozzi di perforazione. Solo nel 2018 si sono verificati 934 incidenti in 95 pozzi: esplosioni, incendi e fuoriuscite di gas e petrolio provocano inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria che sta peggiorando drammaticamente le condizioni di salute delle popolazioni indigene e del bestiame.

I problemi che gli indigeni si trovano ad affrontare vengono ignorati dai governi, che vedono nel giacimento la salvezza economica del Paese, in grado di trasformare l’Argentina in una potenza mondiale, ma secondo l’ambientalista Maristella Svampa, la promessa che Vaca Muerta trasformi l’Argentina in una nuova Arabia Saudita è un mito, come quella di El Dorado:

“È l’illusione magica di una ricchezza improvvisa”, ha detto Svampa.

Per la comunità di Campo Maripe, che comprende circa 140 indigeni Mapuche, Vaca Muerta non ha portato loro ricchezza, ma solo discriminazione, espropriazione delle terre e problemi di salute per loro e per gli animali.

“Le compagnie petrolifere sono entrate nella nostra terra senza il nostro permesso” – afferma Mabel Campo Maripe, indigena 52enne – “Hanno perforato circa 400 pozzi contaminando tutto. Hanno scavato buche vicino ai pozzi dove hanno scaricato i rifiuti senza alcun trattamento e hanno gettato rocce su di essi per coprirli. Abbiamo perso la nostra terra migliore. “

Le compagnie petrolifere hanno infatti costruito centinaia di pozzi negli ultimi sette anni sull’altopiano di Loma Campana, dove per un secolo la comunità indigena ha abitato, coltivato e portato il bestiame a pascolare.
La zona ora è priva di alberi a fare ombra in una terra che d’estate raggiunge i 40°C e non c’è più erba per la sussistenza degli animali.
Le attività estrattive hanno anche determinato gravi problemi di salute per gli animali e per le persone.

“Abbiamo avuto capre nate senza mascelle, senza bocca.” ha raccontato Mabel.”Una delle nostre sorelle e suo marito sono morti di cancro nel 2017. Il fracking ha colpito le nostre ossa, che vengono decalcificate. Ho un impianto in titanio nella colonna vertebrale e anche una mia sorella ne ha bisogno. Mio fratello Albino ha subito un’operazione al braccio a causa della perdita ossea.
L’anno scorso, il nipote di un’altra sorella è nato con l’intestino fuori dal corpo. Lo hanno dovuto operare”

Poi ci sono i mal di testa permanenti e l’odore di benzina che nei giorni caldi e ventosi invade i campi.

Nel 2014, gli indigeni iniziato a bloccare la strada di accesso utilizzata dai camion delle compagnie petrolifere per raggiungere l’altopiano di Loma Campana.

“Prima abbiamo bloccato la strada per due settimane, poi per 48 giorni e poi ancora per altri 48 giorni”, ricorda Mabel.

Gli indigeni sono arrivati a occupare anche gli uffici di YPF a Neuquén e questo ha portato al raggiungimento di un accordo con il quale è stato istituito un comitato speciale di esperti per determinare l’esistenza dei diritti della comunità su 17mila ettari di terreno a Loma Campana.

“Siamo stati in grado di determinare che la comunità di Campo Maripe ha occupato la terra continuamente almeno dal 1927, quando hanno iniziato a pagare i diritti dei pascoli al governo nazionale”, ha detto Jorgelina Villarreal, un’antropologa che fa parte del comitato. “Abbiamo trovato documenti governativi, persino una mappa dell’esercito, che mostrano che sono stati i primi coloni registrati di Loma Campana.”

Nel 2015 le autorità hanno rifiutato le conclusioni del comitato: l’allora presidente Jorge Sapag dichiarò che il rapporto non era riuscito a dimostrare che la comunità vivesse lì nel 17°, 18° e 19° secolo, dunque le rivendicazioni degli indigeni sull’altopiano non erano valide.

Forte delle dichiarazioni di Sapag, la YPF nega i diritti dei Mapuche su Loma Campana:

“Campo Maripe non ha mai abitato l’ampia terra per la quale rivendicano” – ha affermato un portavoce della YPF – “ Le loro case e le attività culturali o produttive sono a diversi chilometri da YPF e dalle operazioni di Chevron.
Tuttavia, la comunità afferma ancora che dovrebbero avere dei diritti sulle terre in cui operano YPF e Chevron. “

Le compagnie petrolifere negano poi che il loro lavoro contamini l’acqua perché l’estrazione avviene a 3000 metri sotto terra, mentre le falde acquifere sono a una profondità di soli 200 metri.

Per quanto riguarda i problemi di salute e i casi di cancro, disturbi respiratori e lesioni cutanee denunciati dagli indigeni, YPF non vede alcuna correlazione con la propria attività e ha dichiarato che:

“In YPF ci impegniamo a operare con i più alti standard. L’eccellenza operativa è fondamentale e lavoriamo in modo permanente per migliorare e implementare soluzioni che minimizzino i potenziali impatti che la nostra attività potrebbe generare.
“Nel caso speciale di Loma Campana, l’area che gestiamo in collaborazione con Chevron, nessun incidente di alcun tipo è stato registrato dall’inizio delle operazioni nel 2013”

Non la pensano così le associazioni ambientaliste, tra cui Greenpeace, preccupate per le fuoriscite di gas e petrolio nel terreno e per le particelle volatili che si disperdono nell’aria dalle montagne di migliaia di metri cubi di rifiuti prodotti dalle compagnie petrolifere.

Vaca Muerta deve ancora dimostrare la sua redditività economica: il paese ha speso finora migliaia di dollari per attirare investitori e per il momento le attività di estrazione rappresentano una perdita economica per l’Argentina.

Oltre ai costi in denaro, a pagare il prezzo più alto sono i Mapuche:

“Come Mapuches, non stiamo combattendo solo per noi stessi o per la nostra comunità”, afferma Albino Campo Maripe. “Vogliamo che i nostri figli e nipoti sappiano che abbiamo combattuto per qualcosa che appartiene a tutti. L’acqua è vita. Ogni pianta è vita. L’avidità dei governi sta uccidendo il mondo. Il mondo non finirà. Stiamo per estinguerci, perché ci stiamo uccidendo “.

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Tatiana Maselli

Photo credit: Vaca muerta news

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La California vieta la vendita di tutti i prodotti in pelliccia e dice stop agli animali nei circhi

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Dopo il divieto di catturare e allevare a scopo commerciale animali destinati a diventare pellicce, ora la California firma la #AB44, una delle leggi più stringenti a difesa dei diritti degli animali.

E grazie a questo passo in avanti, nel paese, dal primo gennaio 2023, non si potranno più vendere, distribuire, donare né produrre prodotti nuovi in pelliccia mentre nei circhi sarà vietato l’impiego di tigri, elefanti e altri animali.

È il primo stato degli USA a farlo e ad annunciare la svolta è stato il governatore Gavin Newsom:

“Ho appena firmato la #AB44, una delle leggi più stringenti a difesa dei diritti degli animali rendendo la California il primo stato a vietare le vendite di nuove pellicce. Ho anche firmato un pacchetto di norme importanti per mettere fine al crudele destino di molti animali”.

I just signed #AB44 — one of the strongest animal rights laws in US History — making California the first state in the nation to ban new fur sales.

Also signed a package of important bills that will bring an end to the cruel treatment of many animals across our state. https://t.co/xvHfBt3Jz5

— Gavin Newsom (@GavinNewsom) October 12, 2019

Il disegno di legge, redatto da Laura Friedman, si applica a tutti i nuovi capi di abbigliamento, e anche a borse, scarpe, portachiavi, cappelli e altri oggetti realizzati in pelliccia, e prevede elevate sanzioni per chi lo viola. Sono invece escluse la pelle bovina e il montone nonché pellicce utilizzate a fini religiosi e dalle tribù dei nativi americani.

La Friedman ha commentato la #AB44 con queste parole:

“Oggi CA ha fatto la storia – # AB44 è stato firmato per legge! Dopo decenni di sforzi da parte dei sostenitori del benessere degli animali, siamo ora il primo stato nella nazione a vietare la pelliccia. CA non ha spazio per il trattamento disumano e insostenibile degli animali. Ora che altri stati seguano il nostro esempio.”

Today CA made history – #AB44 was signed into law! After decades of efforts from animal welfare advocates, we are now the first state in the nation to ban fur. CA has no place for the inhumane & unsustainable treatment of animals. Now for other states to follow in our legacy. pic.twitter.com/1WVtz517ig

— Laura Friedman (@laurafriedman43) October 12, 2019

Non solo, Newsom ha firmato anche altre norme volte a salvaguardare la vita degli animali:

  • la SB 313 per vietare l’uso di orsi, tigri, elefanti, scimmie e altri animali selvatici nei circhi;
  • la AB 1254 per proibire la caccia, la cattura o l’uccisione di gatti selvatici in California fino al 2025, data dopo la quale sarà possibile rilasciare licenze limitate;
  • la AB 128 per proteggere i cavalli selvaggi e domestici della California dal massacro;
  • la AB 1260 che aggiunge altri tipi di animali, come iguana, scinco, caimano, ippopotamo e tre tipi di lucertole, al divieto di importazione e commercio di animali morti e parti di animali morti.

Insomma, un’ottima svolta che speriamo sia di esempio ad altri stati.

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Laura De Rosa

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Il ponte di Da Vinci mai costruito: una rivoluzione architettonica mancata

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Leonardo da Vinci ha anticipato i tempi in qualsiasi settore, dall’arte all’anatomia all’ingegneria e le sue opere destano stupore ancora oggi dopo cinque secoli dalla loro pubblicazione.

L’ennesima conferma al genio di da Vinci arriva dai giovani ricercatori del MIT che hanno riprodotto in 3d uno dei progetti di Leonardo, dimostrando come l’opera avrebbe potuto rappresentare una rivoluzione architettonica, se fosse stata costruita.

Si tratta di un ponte, un lavoro che era stato commissionato dal sultano dell’Impero ottomano Baiazid II. Il ponte avrebbe dovuto collegare Istanbul, allora Costantinopoli, con la vicina città di Galata: sarebbe stato il ponte più lungo del mondo, ben 218 metri, e dal design innovativo.

All’epoca i ponti in muratura erano generalmente lunghi dieci volte meno ed erano composti da numerosi archi. Un ponte lungo più di 200 metri avrebbe richiesto circa dieci campate, mentre quello progettato da da Vinci sarebbe stato costruito a campata unica.

Leonardo non ha indicato quale materiale usare, ma secondo i ricercatori del MIT il ponte avrebbe dovuto essere in pietra e si sarebbe sostenuto solo grazie alla forza di gravità, senza malta o cerniere, come i ponti romani.

La struttura sarebbe risultata stabile grazie a un gioco di incastri e agli ampi appoggi a “Y” e avrebbe resistito anche ai terremoti, frequenti in quella zona.

Un progetto davvero ambizioso dell’epoca che però il sultano respinse, preferendo una soluzione convenzionale.

Da Vinci non ha dunque ottenuto il lavoro, ma un gruppo di studenti del MIT ha deciso di capire se il ponte avrebbe potuto funzionare o meno.

Per testare il progetto, i ricercatori del MIT hanno stampato 126 blocchi in 3D e assemblato un modello in scala 1 a 500, lungo circa 80 centimetri.

Tolti i supporti necessari alla costruzione, non solo il ponte è rimasto in piedi “faciendo di sé spalle a sé medesimo”, come voleva Leonardo, ma ha resistito anche alle simulazioni d un evento sismico, confermando la validità del progetto.

Oggi il design di Leonardo non sarebbe utile, poiché i materiali che usiamo sono diversi, ma se il progetto fosse stato approvato all’epoca avrebbe rappresentato una vera e propria rivoluzione. Non sappiamo se Leonardo fosse consapevole della grandiosità del suo progetto, ma per avere un ponte fisso che collegasse le due sponde di Istanbul sul Corno d’oro, si è dovuto aspettare oltre tre secoli, a dimostrazione di quanto le idee di da Vinci fossero troppo avanti per il periodo.

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Tatiana Maselli

Photo cretit: MIT News

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I ghiacciai del Monte Bianco oggi e 100 anni fa. Il confronto è impressionante

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Ecco come sono cambiati i ghiacciai del Monte Bianco in un secolo. L’impressionante confronto tra vecchie e nuove immagini

Alcune fotografie aeree scattate a distanza di un secolo ci mostrano i cambiamenti che hanno subito i ghiacciai del Monte Bianco. Il confronto tra vecchie e nuove immagini è davvero impressionante.

Vi abbiamo da poco parlato della situazione del ghiacciaio Planpincieux (sempre sul Monte Bianco), adesso due ricercatrici dell’Università di Dundee in Scozia, Kieran Baxter e Alice Watterson, hanno scattato alcune foto ai 3 ghiacciai presenti sul versante francese della montagna più alta d’Europa. Esattamente le stesse che, 100 anni prima (nel 1919), aveva realizzato il pilota e fotografo svizzero, Walter Mittelholzer,  sorvolando la vetta a bordo di un biplano.

Le foto del prima e del dopo sono state messe a confronto per vedere quali modifiche hanno subito i ghiacciai in questo lasso di tempo. Come potete vedere, la situazione non è certo rosea.

Le ricercatrici scozzesi hanno realizzato gli scatti sorvolando il Monte Bianco nell’agosto scorso . Ma l’impresa non è stata per niente facile, per ottenere le immagini del ghiacciaio dei Bossons, la Mer de Glace e il ghiacciaio d’Argentiere sul versante francese, hanno dovuto infatti utilizzare una particolare tecnica, (monoplotting), per arrivare a triangolare con precisione la posizione della fotocamera nello spazio aereo.

Anche a vista le esperte si sono rese conto della perdita di ghiaccio rispetto al passato ma questa è state decisamente più chiara una volta confrontate le immagini nuove con quelle di un secolo fa.

Come ha dichiarato la dottoressa Baxter:

“La portata della perdita di ghiaccio è stata subito evidente quando siamo arrivati in quota ma è solo mettendo le foto una accanto all’altra che i cambiamenti degli ultimi cento anni sono diventati visibili. E’ un’esperienza che toglie il fiato e spezza il cuore, soprattutto sapendo che lo scioglimento ha accelerato in maniera massiccia negli ultimi decenni”.

In seguito a questa esperienza il commento amaro delle ricercatrici è stato il seguente:

“A meno che non riduciamo drasticamente la nostra dipendenza dai combustibili fossili, rimarrà poco ghiaccio da fotografare tra altri cento anni”

Come sappiamo i ghiacciai si stanno sciogliendo in maniera molto veloce in tutto il mondo: vi abbiamo parlato della Groenlandia, del Monte Rosa, dell’Alaska e anche del cosiddetto Terzo Polo. Insomma, una situazione davvero critica e uno scenario molto preoccupante per tutti noi!

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Francesca Biagioli

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La pista ciclabile luminescente più lunga del mondo è italiana e si trova in Campania

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L’oasi naturale dei Laghi Nabi è già di per sé un luogo bellissimo in cui godere del contatto con la natura. Adesso c’è un motivo in più per visitarla, qui si trova la pista ciclabile luminescente più lunga del mondo.

Immaginate di pedalare immersi nella natura sotto un cielo stellato e sopra pietre luminose che vi fanno sentire come se foste all’interno di un quadro impressionista. E’ questa più o meno la sensazione di chi percorre la pista ciclabile luminescente che si trova presso i Laghi Nabi, in provincia di Caserta.

L’ingegnosa opera è frutto del lavoro di una azienda italiana produttrice di applicazioni fotoluminescenti, Lucedentro, che ha puntato tutto su ecosostenibilità e risparmio energetico fornendo l’innovativo materiale utile a realizzare questa pista luminescente lunga 1,5 chilometri.

Si tratta di sassolini di vetro borosilicato di recupero, uniti a fosfori evoluti con l’aggiunta di terre rare (europio e disprosio). Cosa ha di speciale? Questo materiale è in grado di raccogliere la luce del sole durante la giornata utilizzandola poi dopo il tramonto e trasformandola, per circa 8 ore, in un percorso luccicante verde e azzurro. Un modo ecologico ma davvero spettacolare di illuminare la pista che in questo modo ha un bassissimo impatto ambientale su flora e fauna dell’oasi.

400.000 piccoli sassi (del diametro di 8-15 millimetri) luminescenti sono incastonati lungo tutto il percorso e creano giochi di luce davvero suggestivi.

La pista si trova perfettamente integrata all’interno di un’oasi tutta pensata a livello architettonico e paesaggistico per essere ecosostenibile ma allo stesso tempo chic e ricercata.

Questa è stata realizzata nelle ex cave di sabbia del Litorale Domizio ed è parte un’opera di recupero e valorizzazione del territorio che, tra le altre cose, ha previsto la creazione di strutture ricettive che si sposano bene con l’ambiente. Sono state realizzate quindi tende e lodge rimovibili che compongono il primo glamping del Sud Italia.

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Francesca Biagioli

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Quali sono i cibi più pericolosi che importiamo in Italia? La black list di Coldiretti

GreenMe -

Dall’inizio dell’anno a oggi in Italia è stato segnalato un allarme alimentare al giorno e la maggior parte dei cibi pericolosi per la nostra salute provengono dall’estero.

Secondo i dati diffusi da Coldiretti al Forum Internazionale dell’agroalimentare a Cernobbio, nel 2019 sono state presentate 281 notifiche all’Unione Europea; di queste, l’84% hanno riguardato prodotti alimentari importati da altri paesi comunitari ed extracomunitari.

Tra i cibi importati più rischiosi per la salute troviamo il tonno e il pescespada spagnoli che contengono mercurio, ma anche lo sgombro francese, responsabile di infestazioni da Anisakis, un pericoloso parassita.

Dalla Cina abbiamo poi importato diversi alimenti contaminati da metalli pesanti, come nichel, manganese e cromo e da altre sostanza pericolose per la salute, tra cui la formaldeide: si tratta di composti ceduti da utensili e materiali che vengono in contatto con gli alimenti.

Nella classifica dei cibi più pericolosi anche la frutta a guscio e la frutta secca importate da Turchia, Egitto e Stati Uniti da cui abbiamo acquistato pistacchi, arachidi e mandorle contaminati da aflatossine.
Nel corso degli ultimi nove mesi le allerte alimentari hanno riguardato anche carni e molluschi contaminati da agenti patogeni e provenienti da Spagna, Polonia e Ungheria.

Di seguito, la classifica completa dei prodotti alimentari più pericolosi importati in Italia, frutto dell’elaborazione dei dati provenienti dal sistema di allerta Rapido (Rassf) effettuata da Coldiretti:

  1. Pesce dalla Spagna soprattutto per presenza di mercurio
  2. Pesce dalla Francia principalmente per Anisakis
  3. Alimenti importati dalla Cina per presenza metalli ceduti da materiali a contatto con il cibo
  4. Pistacchi dalla Turchia per presenza di aflatossine
  5. Arachidi dall’Egitto per presenza di aflatossine (9)
  6. Cozze dalla Spagna principalmente per contaminazione da Escherichia coli
  7. Carni avicole dalla Polonia contaminate da Salmonella
  8. Pistacchi dagli USA per presenza di aflatossine
  9. Carni avicole dall’Ungheria contaminate da Salmonella
  10. Mandorle dagli USA per presenza di aflatossine

Sempre secondo i dati Rassf, i dieci paesi principali da cui abbiamo acquistato alimenti pericolosi sono la Spagna, con 54 casi segnalati, seguita dalla Cina con 28 notifiche e poi da Turchia (22), Francia (21), Stati Uniti (13), Polonia (11), Egitto (9), Argentina (7), Brasile (6) e Ungheria (6).

Secondo Coldiretti da questi risultati emerge una maggiore garanzia di sicurezza dei prodotti nazionali, con una più alta incidenza di rischi rilevati negli alimenti importati.

“Sugli alimenti importati è stata individuata una presenza irregolare di residui chimici più che doppia rispetto a quelli Made in Italy con i pericoli che si moltiplicano per gli ortaggi stranieri venduti in Italia che sono quasi cinque volte piu’ pericolosi di quelli nazionali, secondo l’ultimo report del ministero della Salute sul “Controllo ufficiale sui residui di prodotti fitosanitari negli alimenti” pubblicato in agosto 2019. Su circa 11.500 i campioni di alimenti (ortofrutta, cereali, olio, vino, baby food e altri prodotti) analizzati per verificare la presenza di residui di prodotti fitosanitari appena lo 0,9% dei campioni di origine nazionale è risultato irregolare ma la percentuale sale al 2% se si considerano solo gli alimenti di importazioni e tra questi il record negativo è fatto segnare dagli ortaggi dall’estero con il 5,9%” sottolinea Coldiretti.

“Una preoccupazione viene anche per l’elevato numero di allarmi alimentari che riguardano Paesi come l’Argentina ed il Brasile che fanno parte del gruppo dei MERCOSUR con i quali l’Unione Europea ha siglato accordi di libero scambio per agevolare proprio le importazioni di riso, agrumi e carne” ha aggiunto Ettore Prandini, presidente della Coldiretti, sottolineando che anche per queste ragioni l’Italia non dovrebbe ratificare l’accordo commerciale.

Dai risultati di questa analisi, secondo Coldiretti emerge l’importanza di una corretta informazione riguardo ai prodotti alimentari in commercio: le etichette dovrebbero riportare obbligatoriamente le indicazioni relative alla provenienza del cibo che acquistiamo, così che i consumatori possano sapere da dove arriva il cibo che intendono comprare e indirizzare le loro scelte su prodotti italiani, che offrono maggiori garanzie di sicurezza.

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Tatiana Maselli

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Non chiamatelo Alto Adige! Ora per legge va definito Südtirol o Provincia autonoma di Bolzano

GreenMe -

L’Alto Adige non esiste più o, per meglio dire, non potrà più essere definito in questo modo. Una decisione del Consiglio provinciale di Bolzano ha messo infatti fuori legge le dizioni “Alto Adige” e “altoatesino”.

Questi termini sono stati cancellati dal disegno di legge n.30/19-XVI e il divieto di utilizzarli diventerà operativo dal giorno successivo alla pubblicazione della nuova norma sul Bollettino Ufficiale della Regione.

Come va chiamato allora il territorio più a Nord dell’Italia? Provincia autonoma di Bolzano, o se preferite il tedesco (e gli abitanti del luogo lo preferiscono), Südtirol.

A decretare questo è stato il Consiglio provinciale di Bolzano con 24 sì ma il passaggio alle nuove terminologie potrebbe non essere così facile, considerando tra l’altro che questa decisione sembra andare contro l’articolo 116 della Costituzione della Repubblica Italiana nel quale si legge:

“La Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol è costituita dalle Province autonome di Trento e di Bolzano”.

In realtà si tratta di un emendamento limitato alla legge omnibus, che dunque non ha alcun effetto generale e si limita ai documenti ufficiali europei.

Come ha spiegato il presidente della Provincia autonoma di Bolzano, Arno Kompatscher:

“La denominazione Alto Adige non è stata abolita. Va ricordato che non sarebbe neanche possibile, visto che la denominazione della Region Trentino Alto Adige Südtirol è sancita dalla Costituzione. L’emendamento riguardava semplicemente un comma della legge omnibus, nel quale la denominazione Alto Adige è stata sostituita con quella di Provincia di Bolzano. Il dibattito riguarda il fatto che la dizione tedesca Südtirol non è stata modificata. Giustamente, va detto, è stato evidenziato che di conseguenza anche in tedesco andrebbe scritto Provinz Bozen. Così però non è stato fatto (…) per il futuro si deve procedere unitamente. La questione della toponomastica comunque può essere trattata in dialogo e comune accordo, tenendo conto delle sensibilità di tutti i gruppi linguistici presenti sul nostro territorio”

Per questi motivi, Kompatscher è convinto che nessuno “oserà” impugnare la loro decisione. A proposito ha dichiarato che:

“Credo che il Governo italiano non si permetterà di impugnare questa legge, l’impugnazione sarebbe un grave affronto, e comunque non ci sarebbero problemi davanti alla Corte costituzionale”

Ma non la pensano così diversi esponenti politici del nostro paese che minacciano invece proprio di impugnare la legge considerata un’offesa all’Italia e alla sua Costituzione.

Quella che potrebbe sembrare solo una piccola modifica alla terminologia di un territorio, come potete immaginare, porta in realtà dietro di sé dei retroscena che durano da decenni in Südtirol, dove la maggior parte della popolazione si sente decisamente più vicina, come cultura e modi di essere, all’Austria piuttosto che all’Italia.

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Francesca Biagioli

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Fallito il progetto dell’auto elettrica a emissioni zero: secondo Dyson ‘la produzione non è sostenibile’

GreenMe -

James Dyson si tira indietro, l’auto elettrica in cui aveva tanto creduto non è sostenibile a causa di costi di progettazione e produzione eccessivi. Era già stata presentata nel 2018 e per il 2021 si prevedeva l’uscita sul mercato, dopo quattro anni di lavori dietro le quinte e 400 specialisti coinvolti nel progetto, prima a Malmesbury, nel sud-ovest dell’Inghilterra, poi a Singapore.

L’auto elettrica che aveva in mente Dyson era davvero futuristica, dotata di accumulatori agli ioni di litio e allo stato solido, di un design avveniristico ed inedite batterie, insomma avrebbe di sicuro fatto concorrenza alla Tesla.

Peccato che il progetto, nonostante gli investimenti milionari, sia fallito, come ha annunciato lo stesso Dyson sia su Twitter che sul proprio sito:

“Il team di Dyson Automotive ha sviluppato un’auto fantastica; sono stati ingegnosi nel loro approccio pur rimanendo fedeli alle nostre filosofie. Tuttavia, anche se abbiamo fatto grandi sforzi durante il processo di sviluppo, semplicemente non possiamo renderlo commercialmente fattibile.”

We are sad to announce a proposal to end our automotive project. The Dyson automotive team has developed a fantastic electric car, but unfortunately it is not commercially viable. Read more here.

— Dyson (@Dyson) October 10, 2019

Dyson fa anche riferimento alla mancanza di un acquirente adeguato per il progetto:

Abbiamo intrapreso un percorso serio per trovare un acquirente per il progetto che, sfortunatamente, finora non ha avuto successo”.

Cosa significa tutto questo? Non che l’auto elettrica di per sé non si possa realizzare, ma che sia molto difficile guadagnarci qualcosa, a meno che non si decida di quotare le aziende che le producono.

In ogni caso Dyson non si arrende dichiarando che le tecnologie identificate in questi anni di duro lavoro saranno sfruttate per nuove opportunità, facendo riferimento alle batterie a stato solido, a tecnologie di rilevamento, sistemi di visione e robotica.

Peccato che la sostenibilità ambientale, in alcuni casi, non possa prescindere dalla sostenibilità economica.

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Laura De Rosa

Photo Credit: twitter

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Cosa vuol dire compensare la CO₂: la linea Ecogreen di San Benedetto

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Le emissioni di CO2 nell’atmosfera? Da quando l’uomo ha cominciato a produrre servendosi di petrolio, carbone, pet coke e oli combustibili, sono rapidamente aumentate. Ciò ha avuto e sta avendo un fortissimo impatto ambientale, ma attenzione: non tutto è così perduto come sembra.

Dai tempi della rivoluzione industriale, la proporzione dei gas serra in atmosfera è aumentata di oltre un terzo.

Gli osservatori oceanografici Scripps e Noaa a Mauna Loa (nell’Oceano Pacifico) nei primi anni ’50 hanno rilevato misurazioni di anidride carbonica costanti e pari a 310 ppm. Nel 2013 erano a quota 400. Ciò vuol dire che si è registrato un aumento velocissimo di CO2 e ciò è dovuto soprattutto ai combustibili fossili.

Nella fattispecie, le emissioni globali di anidride carbonica nel 1990 erano di 21,4 miliardi di tonnellate, nel 2015 a quota 36 miliardi di tonnellate. E quello che non tutti sanno è che deve passare anche un certo lasso di tempo tra le emissioni di gas a effetto serra e il loro vero e proprio effetto: le conseguenze meteorologiche delle emissioni di oggi, cioè, le vedremo solo nei prossimi decenni.

Su più fronti si moltiplicano gli sforzi volti sia a ridurre le stesse emissioni di gas serra sia a trovare modelli di produzione industriale che non rilascino nell’ambiente una quantità di CO2 superiore a quella naturale. Quali sono allora le proposte per limitare l’anidride carbonica e le nuove tecnologie per non produrre “emissioni extra”?

In primo luogo, lascia ben sperare il fatto che, attraverso quella che viene chiamata “Carbon Footprint” (la misura che esprime in CO2 equivalente il totale delle emissioni di gas a effetto serra), è possibile conoscere la quantità esatta di emissioni durante tutte le fasi del ciclo di vita di un prodotto (creazione, trasformazione, produzione, trasporto e consumo). È esattamente partendo da questa misura che un’azienda è in grado di delineare un programma per la riduzione della sua “impronta” e del numero complessivo di emissioni di CO2.

E nel momento in cui si raggiunge la soglia fisiologica al di sotto della quale non è più possibile ridurre, si può far proprio il concetto di “compensazione”: in questo caso, un’impresa può diventare “Carbon Neutral” e neutralizzare nel vero senso della parola le emissioni residue che inevitabilmente non riesce a ridurre. Come è possibile compensare le emissioni di CO2?

Sostenendo un progetto che rilasci “crediti positivi di CO2 equivalente”: in questo modo, è possibile neutralizzare una tonnellata di CO2 equivalente emessa da un prodotto. Ma lo si può fare anche finanziando programmi che utilizzino energie rinnovabili o favoriscano la piantumazione di alberi.

Si tratta di crediti di risparmio delle CO2 eq che vengono poi conteggiati, certificati e immessi sul mercato e che le aziende possono utilizzare per compensare i loro “debiti” di CO2 eq derivanti dal loro prodotto: in questo modo, le emissioni che non possono essere evitate vengono ridotte o assorbite in un altro luogo della Terra.

Best practices: il caso San Benedetto

A calcolare regolarmente la quantità di gas effetto serra generata durante l’intero ciclo di vita dei prodotti della propria Linea Ecogreen è, in Italia, il gruppo San Benedetto, che da anni riduce e compensa le emissioni di CO2 eq in atmosfera e propone sul mercato formati dedicati a chi ama la natura, sostenendo nel contempo progetti green nel mondo.

La linea Ecogreen di San Benedetto

La linea Ecogreen è la generazione di bottiglie d’acqua minerale appositamente studiata per contribuire a preservare le risorse del nostro pianeta ed è stata la prima in Italia a ricevere dal Ministero dell’Ambiente la certificazione del Programma per la validazione dell’impronta ambientale.

L’Acqua Minerale San Benedetto Ecogreen – che comprende, oltre alla bottiglia 1L “Easy”, anche i formati da 2L, 1,5L e 0,5L –utilizza dal 10% al 50% di R-PET (PET Riciclato), il massimo previsto dalla normativa italiana vigente.

Dal 2013 al 2018, il Gruppo Veneto ha ridotto le emissioni di gas effetto serra del 18,7% su tutta la linea Ecogreen, pari alla CO2 assorbita in un anno da 140.767 piante; pari all’emissione generata dal consumo di 65.146 lampadine a LED da 11,5 W sempre accese 24h su 24 per un anno e pari anche all’emissione generata da un camion di 40 tonnellate che percorre una distanza pari a 1.227.616 trasportando una tonnellata di prodotto.

Inoltre, San Benedetto ha registrato, sempre dal 2013 al 2018, una riduzione del peso delle bottiglie della linea Ecogreen da 0,5L, 1L Easy, 1,5L e 2L rispettivamente del -5%, -18%, -18% e -10%.

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#Bionest la nuova campagna Germinal Bio che mostra il dietro le quinte del biologico

GreenMe -

Cosa c’è dietro al cibo che acquistiamo? Il biologico che compriamo è autentico o solo di facciata?  Come nascono i prodotti che portiamo in tavola? Come vengono prodotte le merendine che diamo ai nostri bambini?
Attraverso la campagna #Bionest, Germinal Bio risponde alle nostre domande più frequenti sull’alimentazione e sul cibo che scegliamo, portandoci a toccare con mano ciò che avviene ogni giorno in azienda.

Dalla scelta degli ingredienti al confezionamento: la filiera corta e trasparente di Germinal Bio

Il biologico in Italia è in continua crescita sia per quanto riguarda la produzione agricola sia per quanto concerne i consumi. Sono infatti sempre di più gli italiani che decidono di portare a tavola cibi biologici, considerati più sani e più sostenibili dal punto di vista ambientale.

L’aumento della domanda dei consumatori ha spinto diverse aziende a offrire un maggior numero di prodotti biologici, ma questa scelta a volte è derivata più da interessi economici che da un’attenzione autentica per la salute dei propri clienti e dal rispetto per l’ambiente.

Altre aziende invece lavorano da anni nel settore del biologico, da prima che questo diventasse una “moda”. Un esempio è Germinal Bio, marchio italiano che da 40 anni offre alimenti biologici di qualità nel pieno rispetto dell’uomo e dell’ambiente.

Germinal Bio si impegna infatti da sempre a garantire prodotti biologici sani, gustosi e rispettosi dell’ambiente a cominciare dalla scelta delle materie prime accuratamente selezionate e provenienti da fornitori italiani e certificati, con una tracciabilità completa della filiera: gli ingredienti utilizzati da Germinal Bio rispettano i cicli naturali e stagionali e sono caratterizzati da un percorso breve che li porta dal campo direttamente alla tavola.

Le materie prime vengono poi lavorate con attenzione e passione in un processo produttivo che avviene utilizzando energia da fonti rinnovabili grazie a un impianto a pannelli fotovoltaici che consente un risparmio di emissioni di CO2.

Crostatine, crackers, plumcake, biscotti e gli atri prodotti Germinal giungono poi sugli scaffali dopo essere stati confezionati in imballaggi totalmente riciclabili, usando in alcuni prodotti anche i nuovi sacchetti compostabili e biodegradabili.

Tutto il processo produttivo si compie dunque rispettando l’ambiente oltre che la salute dei consumatori e da oggi è possibile seguirne tutte le fasi, dalla scelta delle materie prime alla distribuzione, grazie alla campagna #Bionest.

#Bionest: il biologico incontra l’onestà

#Bionest è lo strumento scelto da Germinal per rispondere alle domande più frequenti dei consumatori più attenti, che vogliono saperne di più rispetto ai prodotti che portano sulle loro tavole: “cosa c’è dietro al cibo che acquisto? Come nascono i miei biscotti preferiti? Come viene prodotta la crostatina che mangia mio figlio per merenda?” L’azienda da cui acquisto offre un biologico solo di facciata?

Con la campagna #Bionest Germinal Bio ha scelto di aprire le porte della propria azienda ai suoi clienti e mostrare loro con onestà e trasparenza da dove arrivano le materie prime, come vengono lavorate, come avviene il confezionamento e la distribuzione del prodotto finito.

In questo modo è possibile toccare con mano la realtà Germinal, conoscere nel dettaglio ciò che accade in azienda ogni giorno, saperne di più sugli ingredienti e sui prodotti e sull’attenzione quotidiana che questo marchio pone nei confronti della salute e dell’ambiente che ci circonda.

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Leggere ad alta voce ai bambini fa bene. Migliora apprendimento e capacità cognitive ma aiuta anche ad affrontare meglio le sfide della vita

GreenMe -

Leggere fa bene, sempre e comunque, in ogni modo e in tutte le circostanze. Sembra però che ad essere ancor più benefica per i bambini sia la lettura ad alta voce.

A dirlo è uno studio condotto su 1500 bambini di età compresa tra i 6 gli 11 anni, tutti iscritti alle scuole elementari di Torino, Modena e Legge. A questi giovanissimi studenti è stato proposto l’ascolto di storie come quella di Pinocchio del Grande Gigante Gentile o della Fabbrica di Cioccolato, lette dalla propria insegnante per un’ora al giorno per 100 giorni.

La lettura doveva essere un momento di perfetto piacere e relax non era dunque associata né ad interrogazioni né ad esercizi o compiti di alcun genere.

I risultati della ricerca, opera di Giunti Scuola e Giunti Editori con la collaborazione dell’Università di Perugia, hanno rilevato l’importanza di questa semplice pratica e i benefici che ne traggono i bambini.

In sostanza si è visto che la lettura ad alta voce è in grado di incidere dal 10% al 20% su aspetti cruciali dell’apprendimento: migliora la capacità di comprensione del testo, le abilità cognitive, l’interesse verso temi e discussioni, la proprietà di linguaggio e il tutto ovviamente ha ripercussioni positive anche sul rendimento scolastico.

E, cosa bella, tutti questi vantaggi sono stati riscontrati sia nei bambini più “bravi” che in quelli con un rendimento più basso.

Ma i benefici si misurano anche rispetto al cosiddetto problem solving, ossia la capacità di risolvere situazioni difficili anche nella vita di tutti i giorni e non solo rispetto al proprio percorso di studi.

Federico Batini, professore di pedagogia sperimentale dell’Università di Perugia ha spiegato come si è svolta la ricerca:

“Abbiamo utilizzato strumenti di rilevazione come le prove Mt e le prove Invalsi applicate sia al gruppo sperimentale (quello in cui avveniva la lettura ad alta voce) sia al gruppo di controllo (quello che non aveva modificato le proprie abitudini). Parliamo, in totale, di oltre 12 mila ore per raccogliere e analizzare le risposte dei bambini”.

In base ai vantaggi riscontrati l’esperto si mostra convinto che:

“La lettura ad alta voce può essere considerata uno strumento di ‘educazione democratica’ e andrebbe inserita in modo stabile nelle scuole di ogni ordine e grado come palestra per la vita, come esercizio in grado di allenare la mente. Non ha costi ulteriori per la scuola, perché somministrata dai docenti della classe stessa, che anzi, sono ancora più motivati e creativi nell’inventare set e riti speciali per segnalare l’ora di lettura ai bambini. Ma soprattutto, è per tutti. Così potremmo raggiungere una vera democrazia dell’apprendimento: leggere ad alta voce a scuola tutti i giorni, per un tempo congruo, riuscirebbe a ridurre il notevole impatto che la provenienza socio-culturale ha sulle probabilità di successo formativo e sulla vita futura delle persone”.

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Francesca Biagioli

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Il Tifone Hagibis è arrivato in Giappone (insieme a un terremoto). Avviso di evacuazione per 7 milioni di persone

GreenMe -

Il tifone Hagibis, la più grande tempesta degli ultimi 60 anni, sta seminando panico e distruzione in Giappone. Nel frattempo sul paese del Sol Levante si è abbattuta anche una forte scossa di terremoto.

Pioggia torrenziale e venti simili a tornado si stanno abbattendo sul Giappone in queste ore. E’ arrivato infatti poco prima delle 19:00 ora locale (circa le 12:00 nel nostro paese) nella penisola di Izu, a sud-ovest di Tokyo, il tanto atteso e temuto tifone Hagibis che ora si sta spostando sulla costa orientale, con una velocità del vento di 225 km/h.

Secondo la BBC, sette milioni di persone sono state invitate a lasciare le loro case per il rischio di alluvioni e frane ma solo poco più 50.000, secondo l’agenzia di stampa AFP, hanno effettivamente seguito il consiglio ufficiale di recarsi nei rifugi.

La popolazione ha comunque preso molto sul serio l’allarme lanciato nei giorni scorsi riguardo a questo tifone e si è rifornita di provviste alimentari, lasciando i supermercati con gli scaffali vuoti.

I servizi ferroviari sono stati interrotti e oltre un migliaio di voli sono stati annullati.

Ci sarebbero anche due vittime accertate: un uomo è rimasto ucciso a Chiba, a est di Tokyo, quando i venti forti hanno sbalzato via la sua auto e una seconda persona è deceduta travolta da una slavina a Tomioka-shi, nella prefettura di Gunma, nel Giappone centrale. Diversi anche i  feriti e qualche disperso.

Due partite di Coppa del Mondo di rugby in programma per oggi erano già state precedentemente annullate e dichiarate come pareggi: Inghilterra-Francia e Nuova Zelanda-Italia. Anche la Formula 1 ha annullato le gare di qualificazione per il Gran Premio del Giappone.

L’agenzia meteorologica giapponese (JMA) ha avvertito che mezzo metro di pioggia potrebbe cadere nell’area di Tokyo tra sabato e domenica. E, come se non bastasse, nel paese si è verificata nelle ultime ore anche una scossa di terremoto:

M5.5 #earthquake strikes 143 km SE of #Yokohama-shi (#Japan) 13 min ago. Effects reported by eyewitnesses: pic.twitter.com/fCUgDAcOMG

— EMSC (@LastQuake) October 12, 2019

Solo il mese scorso il tifone Faxai aveva provocato il caos in alcune parti del Giappone, danneggiando 30.000 case, molte delle quali non sono state ancora riparate. Ma questo tifone rischia di fare danni ancora più seri!

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Francesca Biagioli

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La California vieta il set di cortesia in plastica nei bagni degli hotel

GreenMe -

Avete presente quel set di cortesia composto da bagnoschiuma e shampoo monouso che viene fornito dagli hotel ai propri ospiti? La California ha deciso di eliminarlo con l’obiettivo di ridurre la plastica che viene gettata via ogni giorno nelle strutture ricettive del suo territorio.

Il Governatore della California, Gavin Newsom, ha firmato un disegno di legge che proibisce agli hotel di fornire shampoo e bagnoschiuma in plastica. Questo sarà operativo a partire dal 2023 e si applicherà inizialmente alle strutture ricettive con più di 50 camere. Per tutte le altre, l’appuntamento con la messa al bando dei flaconcini in plastica con i prodotti per l’igiene personale sarà per il 2024.

Il provvedimento non riguarderà però ospedali, prigioni, case di riposo e rifugi per persone senza fissa dimora.

Gli hotel che non rispetteranno il divieto incorreranno in una multa di 500 dollari per ogni giorno in cui non hanno rispettato la norma. Se riprese anche successivamente, potrebbero veder crescere la multa fino a 2000 dollari.

In questo modo la California è convinta di ridurre in maniera molto significativa la quantità di rifiuti in plastica che viene prodotta ogni giorno dagli hotel.

La legislazione arriva in un momento in cui molte città e aziende, un po’ in tutto il mondo, si stanno muovendo per vietare la plastica monouso anche sotto altre forme: bottigliette  per l’acqua, sacchetti per la spesa, stoviglie usa e getta, contenitori, ecc.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la California è in prima linea nella lotta contro la plastica monouso, è stato infatti il primo stato Usa a vietare i sacchetti di plastica nel 2014. Anche lo stato di New York ora si è mosso in questo senso e sta cercando di vietare la plastica monouso dei kit da bagno degli hotel con un nuovo disegno di legge.

Alcune catene alberghiere, come la Marriott International, hanno già annunciato l’intenzione di sostituire le confezioni monouso in plastica di sapone, shampoo e balsamo con dispenser o flaconi più grandi. Un programma che prevede di far risparmiare 800 tonnellate di plastica ogni anno.

Stavolta possiamo dire con orgoglio che l’Italia non è da meno. Quasi 30mila hotel italiani hanno già detto no alla plastica monouso e a quella non necessaria grazie ad un protocollo d’intesa tra Ministero dell’ambiente e Federalberghi.

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Francesca Biagioli

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Un diamante nel diamante: scoperto in Russia il “diamante matrioska”

GreenMe -

Lo chiamano già “diamante matrioska” il prezioso minerale estratto in Yakutia, nella Siberia orientale, dalla Yakutsk Diamond Trade Enterprise, che lo ha segnalato alla compagnia mineraria Alrosa. Potrebbe avere più di 800 milioni di anni ed è il primo del suo genere nella storia delle estrazioni di diamante.

Nonostante la sua struttura complessa, il minerale pesa solo 0,62 carati (0,124 grammi) e ha dimensioni massime di 4,8 x 4,9 x 2,8 mm. La caratterizzazione, avvenuta tramite spettroscopia Raman e altre a infrarossi, e con microtomografia a raggi X, ha permesso di formulare un’ipotesi su come si è formato il cristallo. Secondo gli scienziati della Alrosa, in particolare, all’inizio esisteva solo il diamante interno, sul quale poi è “cresciuto” quello esterno.

I diamanti si formano nelle profondità del nostro pianeta, in condizioni talmente particolari da risultare estremamente rari, e quindi molto preziosi. La loro chimica non è molto complessa, infatti sono costituiti esclusivamente di carbonio, ma la struttura microscopica (la distribuzione degli atomi di carbonio nello spazio) è talmente perfetta da essere raggiunta solo a pressioni e temperature elevatissime, presenti nel sottosuolo (tra 150 e 200 km sotto la crosta terrestre).

Ricercatissimi per la loro bellezza ma anche per le esclusive proprietà di resistenza meccanica e durezza che li rendono “indistruttibili”, i minerali, come spiega l’Accademia delle Scienze, includono relativamente spesso altri minerali (e in questo caso perdono di valore economico). Ma mai prima d’ora si erano trovati altri diamanti all’interno.

E, come l’inclusione di altri minerali è di estremo interesse per la scienza perché il processo è legato alla formazione del nostro mantello terrestre, così questa scoperta potrebbe aprire nuove porte sullo studio dell’origine del nostro Pianeta.

“La cosa più interessante per noi è stata scoprire come si è formato lo spazio aereo tra i diamanti interni ed esterni – spiega  Oleg Kovalchuk, Vicedirettore per l’Innovazione presso Alrosa – Abbiamo due ipotesi principali: secondo la prima versione, un minerale nel mantello ha catturato un diamante durante la sua crescita, e in seguito è stato dissolto nella superficie terrestre. Secondo la seconda versione, all’interno del diamante si formò uno strato di sostanza porosa di diamante policristallino a causa della crescita ultra rapida, quindi i processi di mantello più aggressivi lo hanno dissolto e, a causa della presenza della zona dissolta, il primo diamante ha iniziato a muoversi liberamente all’interno dell’altro con il principio della matrioska”.

Una scoperta davvero unica, che però ci auguriamo alimenti solo le indagini scientifiche e non mercati di discutibile etica che costano la vita a milioni di minatori e che sfruttano il lavoro dei bambini, considerati manodopera a basso costo.

Una bellezza, dunque, che non vorremmo vedere, ancora una volta, macchiata di sangue.

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Roberta De Carolis

Foto: Alrosa

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