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Latte in polvere: pieno di idrocarburi e sostanze inquinanti. I migliori e i peggiori secondo un test tedesco

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Un test ha analizzato e confrontato alcuni tra i più noti prodotti destinati alla prima infanzia. Parliamo del latte in polvere che alcune mamme, che non possono o vogliono allattare al seno, utilizzano in sostituzione del latte materno.

E’ ancora una volta il mensile tedesco Öko-Test a svelarci le migliori marche di latte in polvere e i prodotti peggiori. I tecnici di laboratorio della rivista hanno preso a campione 16 polveri da reidratare per ottenere latte utile ai neonati. Si tratta in tutti i casi di prodotti ricavati da una base di latte vaccino, alcuni dei quali sono venduti anche in Italia.

Una premessa doverosa è comunque da fare e anche Öko-Test non dimentica questo aspetto. Allattare al seno è, quando possibile, la scelta migliore. Il contenuto del latte materno, infatti, protegge i neonati da infezioni e infiammazioni oltre che da allergie e asma e cambia nel corso dell’allattamento in base alle esigenze del bambino. Non c’è nessun latte in polvere che può essere paragonabile al latte di mamma. Detto questo, in diverse situazioni potrebbe non essere possibile allattare. Ecco allora che è necessario nutrire il bambino i primi mesi con latte in polvere.

Ma come scegliere un prodotto di qualità?

Per aiutare i neogenitori, Öko-Test ha analizzato e messo a confronto 16 differenti prodotti, andando alla ricerca di possibili inquinanti, residui di oli minerali e di disinfettanti clorurati, tutte sostanze che sicuramente non è consigliabile far assumere ad un neonato.

I risultati del test

Secondo i risultati del test, quasi tutte le polveri contengono tracce di sostanze derivate da oli minerali o altri inquinanti che possono essere rilasciati dai rivestimenti in plastica. Parliamo nello specifico di idrocarburi saturi (MOSH / POSH) e sostanze simili. Come specifica Öko-Test, in alcuni casi le quantità superano il limite oltre il quale non parliamo più di tracce.

Il MOSH, ricordiamo, si accumula nel tessuto adiposo umano e nel fegato mentre il POSH comporta rischi comparabili ma tutte le conseguenze di questa sostanza sulla salute umana non sono ancora del tutto chiarite. I POSH si dissolvono dalla plastica, come quella che riveste la parte interna della polvere di latte.

Sono state poi trovate sostanze inquinanti (soprattutto cancerogeni o sospetti cancerogeni) derivate dai grassi, come il 3-MCPD ed esteri glicidilici. Queste sostanze possono generarsi durante la raffinazione degli oli vegetali contenuti nel latte.

Nel complesso, però, rispetto a test precedenti, la purezza rispetto agli inquinanti grassi è migliorata e ora, le polveri testate, non superano più l’assunzione giornaliera tollerabile di 3-MCPD (questa è stata stabilita dalla massima autorità in fatto di sicurezza alimentare dell’Ue, l’EFSA).

Vi è poi una mancanza in alcune formule per bambini. Gli esperti hanno evidenziato la carenza di acido docosaesaenoico (DHA) e acido arachidonico (AHA) in 7 prodotti. Questi acidi grassi sono contenuti nel latte materno e sono importanti per lo sviluppo delle cellule cerebrali e nervose. Dal 2020, l’aggiunta di queste sostanze sarà obbligatoria per legge ma ovviamente anche adesso è consigliabile che queste sostanze siano presenti nella formula.

Considerando tutte queste caratteristiche, gli esperti hanno dato un punteggio “buono” solo a 5 prodotti (3 sono biologici), 4 invece sono risultati “scarsi” e uno insufficiente.

I migliori latte in polvere sono risultati:

  • Hipp Bio Pre
  • Löwenzahn Organics Bio
  • Töpfer Lactana Bio
  • Aptamil Profutura
  • Humana Pre

Un altro latte di Hipp, il Combiotik, ha ottenuto un punteggio soddisfacente mentre per quanto riguarda Aptamil, il Pronutra è risultato scarso così come il Nestlé Beba.

Il latte in polvere peggiore secondo il test è il Babydream Initial Milk Pre di Rossmann nel quale è stato individuato il contenuto in estere glicidilico più elevato.

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Francesca Biagioli

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Sprechi alimentari: gli imballaggi di plastica non risolvono il problema

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Lo spreco alimentare rappresenta un grave problema in Europa, dove ogni anno si stima finiscano in spazzatura una media di 180 kg di cibo per persona.

La situazione non è diversa nel resto del mondo: a livello globale, oltre un miliardo di alimenti vengono buttati, pari a circa un terzo di quelli prodotti.

Gli sprechi alimentari avvengono lungo tutta la filiera del cibo, dalla raccolta sul campo alla produzione, dalla conservazione nei magazzini e nei supermercati al consumo domestico.

Poiché circa un quarto del cibo prodotto viene buttato a causa di alterazioni da microrganismi che ne determinano il deterioramento e poiché la contaminazione del cibo ad opera di microrganismi rappresenta un grave rischio per la salute dei consumatori, il settore delle tecnologie alimentari si occupa di trovare soluzioni efficaci per conservare il cibo meglio e più a lungo.

Una di queste soluzioni è rappresentata dagli imballaggi di plastica, molto utilizzati per confezionare alimenti freschi e non solo. Gli imballaggi di plastica, infatti, evitano il contatto del cibo con l’ossigeno e limitano l’esposizione a microrganismi i due principali fattori che causano il deterioramento degli alimenti.

Per questo motivo, sebbene la plastica sia considerata ormai un inquinante pericoloso e di cui dovremmo fare a meno, questo materiale continua a essere utilizzato per confezionare gli alimenti in attesa di soluzioni sostenibili dal punto di vista ambientale e ugualmente efficaci ed economiche.

Fino ad ora quindi l’uso della plastica per imballare gli alimenti è sempre stato visto come indispensabile per mantenere il cibo fresco più a lungo e per evitare di conseguenza gli sprechi alimentari.

Oggi però un rapporto intitolato Unwrapped: How Throwaway Plastic is Failing to Solve Europe’s Food Waste Problem ha evidenziato come gli imballaggi di plastica non abbiano fatto diminuire gli sprechi alimentari nei Paesi dell’Unione Europea.

I ricercatori hanno infatti analizzato i dati disponibili nel decennio compreso tra il 2004 e il 2014 scoprendo che i rifiuti alimentari procapite sono raddoppiati nonostante la quantità di imballaggi di plastica usata per prodotti alimentari sia aumentata del 50%.

“Gli imballaggi in plastica sono spesso descritti come mezzo per evitare gli sprechi alimentari, ma non hanno offerto una soluzione al problema”, hanno spiegato gli autori dello studio.
“L’uso di imballaggi in plastica è aumentato parallelamente alla crescita degli sprechi alimentari, con una domanda totale di plastica in Europa che sale a 49 milioni di tonnellate all’anno, di cui il 40% è utilizzato per gli imballaggi”.

Una possibile risposta al fallimento degli imballaggi di plastica nella riduzione degli sprechi alimentari è che, sebbene le confezioni di plastica possano effettivamente mantenere il cibo fresco più a lungo, stimolino anche comportamenti dannosi per l’ambiente, attirando le persone a fare scorta di più alimenti, molti dei quali alla fine vengono sprecati.

L’uso degli imballaggi di plastica dunque, non solo inquina l’ambiente, ma non offre nemmeno una soluzione efficace nella lotta agli sprechi di cibo.

Inoltre, sempre secondo gli autori dello studio:

“Molti imballaggi usati dall’industria alimentare e dai rivenditori sono usati per supportare l’efficienza economica e gli obiettivi di marketing piuttosto che per preservare il cibo.”

Considerando il fatto che molti imballaggi sono difficili da riciclare – finendo dunque nelle discarica o abbandonati nell’ambiente – e che il problema è destinato a peggiorare anziché migliorare, occorre trovare soluzioni efficaci al più presto.

Non esiste purtroppo un unico soluzione facile e immediato, ma possono essere prese una serie di misure. Si potrebbe partire ad esempio con l’eliminare gli imballaggi quando non servono, ridurre la quantità di imballaggi monouso, rendere le confezioni facilmente riciclabili, trovare alternative alla plastica e offrire la possibilità ai consumatori di riconsegnare gli imballaggi nel punto vendita per lo smaltimento.

Tanti piccoli accorgimenti che potrebbero far diminuire drasticamente l’uso della plastica usata per gli alimenti, senza rischi per i consumatori e migliorando la salute dell’ambiente.

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Tatiana Maselli

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Avremo presto filmati in tempo reale dei buchi neri, parola degli scienziati

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Un video dei buchi neri? Manca poco secondo gli scienziati. Di questi straordinari oggetti celesti iniziamo ad avere molto: i suoni alla nascita, dati sulle loro proprietà e pochi mesi fa la prima immagine. Il team dell’Event Horizon Telescope (EHT) che ha ottenuto la foto ha già registrato le osservazioni necessarie e sta elaborando montagne di dati per produrre il primo filmato nel 2020.

E i dati, decisamente, non mancano. Gli scienziati avevano infatti ottenuto l’impressionante immagine usando otto radiotelescopi ad alta risoluzione posizionati strategicamente in tutto il mondo, in particolare in Antartide, Cile, Messico, Hawaii, Arizona e Spagna, mettendo in piedi una collaborazione globale di scienziati di 60 istituzioni che operano in 20 paesi e regioni del globo.

Sincronizzando ogni telescopio con una rete di orologi atomici (che determinano il tempo con la frequenza di risonanza di un atomo), il team era riuscito a creare una sorta di “telescopio virtuale” grande come la Terra, con un potere risolutivo mai raggiunto prima, centrando l’enorme buco nero al centro della galassia di Messier 87, la cui massa è equivalente a 6,5 ​​miliardi di soli.

Dalle foto ai video? Il rilascio di un primo filmato, probabilmente un po’ a scatti, è previsto nel 2020, costruito montando le immagini ottenute. Ma non finisce qui, perché secondo gli scienziati non siamo lontani dal poter registrare un vero e proprio film in tempo reale.

“Prevedo che entro la fine del prossimo decennio realizzeremo filmati di alta qualità in tempo reale di buchi neri che rivelano non solo il loro aspetto, ma anche il loro comportamento sul palcoscenico cosmico” ha dichiarato infatti Shep Doeleman, direttore del progetto.

Nel frattempo l’incredibile foto, che ritrae per la prima volta nella storia un buco nero, è stata insignita del prestigioso premio ‘Breakthrough Prize in Fundamental Physics’, noto anche come ‘Oscar della scienza’. Gli autori del lavoro hanno per questo ricevuto 3 milioni di dollari complessivi.

“Ci sto lavorando da 20 anni. Quindi mia moglie si è finalmente convinta che quello che faccio vale un po’ di più” ha commentato scherzosamente lo scienziato, ora 52-enne e padre di un bimbo di due.

Il futuro? Realizzare il video, certo, ma anche inquadrare qualche altro buco nero. In particolare le osservazioni si stanno concentrando ora su uno al centro della nostra Via Lattea, il Sagittarius-A*, che però appare molto più turbolento e quindi più difficile da osservare.

In realtà sarebbero necessari più telescopi per aumentare la risoluzione, soprattutto in vista del progetto filmato in tempo reale, ma Doeleman si è mostrato ottimista sulla prospettiva di finanziamenti futuri, sia da parte dei governi che dei privati.

“L’EHT ha prodotto più valore di qualsiasi altro progetto scientifico a cui possa pensare nella storia – ha concluso – Ci vediamo come esploratori, abbiamo fatto un viaggio nelle nostre menti, siamo strumenti ai confini dei buchi neri. E ora stiamo tornando per riferire ciò che abbiamo trovato”.

“Stay tuned” diceva qualcun altro…

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Roberta De Carolis

Cover: Event Horizon Telescope Collaboration

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Nube tossica ad Avellino: i dati della qualità dell’aria dopo l’incendio

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L’incendio che si è sviluppato nel primo pomeriggio di ieri in due fabbriche di Pianodardine è stato completamente spento dai Vigili del Fuoco questa mattina all’alba.

A causa della nube tossica prodotta dal rogo, dal pomeriggio di ieri è stato dichiarato lo stato di emergenza e il Prefetto ha invitato la popolazione a tenere chiuse le finestre e a non uscire di casa se non in caso di estrema necessità per evitare l’esposizione ai fumi in attesa delle analisi sulla qualità dell’aria.

SI CHIEDE DI CONDIVIDERE [12.09-16:10] #Pianodardine #Avellino #INCENDIO INDUSTRIALE – Prefettura di Avellino: ELENCO COMUNI IN CUI PRENDERE PRECAUZIONI pic.twitter.com/FNEzOl2x7l

— Emergenza24 (@Emergenza24) September 13, 2019

A scopo precauzionale, questa mattina le scuole sono rimaste chiuse e non si sono svolti né il mercato né altre manifestazioni pubbliche.

I dati sul monitoraggio dell’aria rilevati dalle centraline dell’Arpa Campania sono stati divulgati nella mattinata odierna e, per il momento, risultano nella norma i livelli di Biossido di Zolfo, Benzene, Ozono, Monossido di Carbonio e Biossido di Azoto.

Secondo Franco Mazza, Presidente del comitato “Salviamo la Valle del Sabato”, se i limiti di questi composti rientrano nella norma è merito del vento:

“Dobbiamo ringraziare le condizioni climatiche. Il vento di ieri ha creato un corridoio di aria che ha portato via la nube dal capoluogo. Perciò le centraline fisse della città non rilevano sforamenti importanti”, ha spiegato Mazza.

Restano da verificare i valori delle polveri sottili e della diossina, nonché l’eventuale contaminazione del suolo: per revocare o confermare lo stato di emergenza occorrerà attendere ancora fino a domani.

Al momento non si conoscono ancora le cause dell’incendio che ha interessato due fabbriche adiacenti, la Irpinia Calcestruzzi e la Ics in sui si producono batterie per auto.

Tatiana Maselli

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Profughi ambientali: nel 2019 record di sfollati a causa del clima estremo

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Ammontano a 7 milioni le persone sfollate dalle loro abitazioni a causa degli oltre 950 eventi meteorologici estremi che si sono verificati nel mondo durante i primi sei mesi del 2019.

Il numero record proviene da un rapporto dell’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC) ed è una delle tante conseguenze della crisi climatica in atto.

L’IDMC ha raccolto i dati forniti da governi, Nazioni Unite e agenzie umanitarie, scoprendo che il numero dei profughi ambientali da gennaio a giugno 2019 è il più alto mai registrato, pari al doppio di quello censito nello stesso periodo dello scorso anno.

Gli sfollati causati dal ciclone Vayu che si è verificato in India nel mese di giugno sono stati ad esempio 289mila, mentre quelli provocati dalle inondazioni ammontano a 405mila nelle Filippine, 190 mila in Etiopia e 75 mila in Bolivia.

There were 7M new displacements associated with more than 950 disaster events in the first half of 2019. #CycloneFani, #CycloneIdai and #CycloneVayu triggered the majority. More on displacement by #disasters in the first half of 2019 here: https://t.co/K1cF4fz9GI pic.twitter.com/tANWp0xW5r

— IDMC (@IDMC_Geneva) September 12, 2019

Cifre impressionanti che sono purtroppo destinate a salire, poiché i maggiori disastri si verificano statisticamente tra giugno e settembre, quando le tempeste inondano i tropici: il censimento non considera ad esempio il numero di sfollati causati dall’uragano Dorian che ha colpito le Bahamas la scorsa settimana e secondo L’IDMC entro la fine dell’anno le persone sfollate potrebbero essere 22 milioni.

Based on past trends and the fact that the majority of weather-related hazards occur in the latter half of the year, IDMC estimates that the number of new displacements by disasters will more than triple by the end of the year to around 22M. More here: https://t.co/K1cF4fQL5i pic.twitter.com/gU15AevYBG

— IDMC (@IDMC_Geneva) September 12, 2019

Secondo la direttrice dell’IDMC, Alexandra Bilak, a causa dei cambiamenti climatici, in futuro saranno sempre più frequenti eventi meteorologici fino ad ora considerati straordinari.

I governi e la comunità internazionale devono imparare a fare i conti con le conseguenze di tali eventi e non possono continuare a ignorare il problema.

Di fronte a milioni di persone coinvolte ogni anno da disastri ambientali servono azioni concrete: è necessario investire nello sviluppo sostenibile e in soluzioni che consentano di adattarsi ai cambiamenti climatici in atto.

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Tatiana Maselli

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Il vombato fa la cacca quadrata e sappiamo perché: la ricerca vince il premio Ignobel 2019 per la fisica

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Lo sapevamo già: il vombato, piccolo marsupiale originario dell’Australia, fa la cacca quadrata, o meglio, a cubo, e sapevamo pure perché. Ma chi lo avrebbe detto che questa curiosa quanto improbabile ricerca avrebbe vinto il Premio Ignobel per la Fisica 2019? Così invece è stato, dando al lavoro un lustro che, forse, non ci si aspettava.

I ricercatori avevano scoperto a novembre 2018 che questi deliziosi abitanti del continente oceanico hanno una “tecnica” con la quale comprimono le loro feci, modellandole a forma di cubo poco prima di espellerle. E quello che sembra ancora più assurdo, ma reale, è che tale forma si mantiene anche nel corso del passaggio attraverso l’ano, notoriamente di forma rotonda.

Il vombato è l’unico essere vivente attualmente conosciuto a compiere questa “prodezza”. Le strutture cubiche sono infatti rare in biologia perché le superfici piatte e gli angoli acuti richiedono molta energia extra. La sfera è molto più “comoda” perché molto meno dispendiosa e la natura, si sa, mira a risparmiare.

Ma nessun biologo era riuscito prima a dare una spiegazione convincente di tutto ciò. Ci hanno pensato invece i fisici esperti di dinamica dei fluidi del Georgia Institute of Technology (USA) guidati da Patricia Yang, secondo i quali le pareti intestinali del vombato, che mostrano variazioni di elasticità, modellerebbero le insolite strutture.

In altre parole poiché l’intestino del marsupiale non è omogeneo, non sono omogenei nemmeno i suoi “prodotti”, cosicché i tratti meno elastici e più rigidi sono responsabili degli spigoli. Essendo poi i vombati erbivori e vivendo in zone molto aride, producono feci secche e compatte, rimanendo tali anche dopo l’espulsione.

Una ricerca improbabile, vero, ma che potrebbe essere utile sia per la biologia che per l’ingegneria meccanica, e che, molto improbabilmente, viene da fisici che si sono impegnati in campo biologico. Tutto questo è valso il prestigioso riconoscimento Ignobel per la Fisica 2019, assegnato, tra l’altro, per una pubblicazione presentata come atto di un convegno e non contributo su rivista.

Altra curiosità: Patricia Yang e David Hu, due degli autori del lavoro, avevano già vinto un Ignobel, sempre per la fisica, nel 2015, per aver dimostrato che quasi tutti i mammiferi svuotano la loro vescica in circa 21 secondi.

Fisici prestati alla biologia, e con grande successo. Complimenti!

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Roberta De Carolis

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Gli scienziati “ascoltano” per la prima volta tutti i suoni di un buco nero appena nato

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Un buco nero appena nato produce un suono trasmesso dalle onde gravitazionali, in grado di predire la sua massa e la sua rotazione. Oggi un gruppo di ricerca del MIT è riuscito ad “ascoltarlo” completamente, tracciando un modello che ha permesso di calcolare le proprietà dell’oggetto cosmico.

Quando un buco nero nasce dalla collisione di altri enormi buchi neri “risuona”, producendo onde gravitazionali proprio come una campana percossa riverbera le onde sonore. È quanto predetto nella teoria della relatività generale di Einstein, che predisse anche come il tono e il decadimento di tali onde dovessero costituire una firma diretta della massa e della rotazione del neonato.

Ora sappiamo che il grande fisico tedesco aveva ragione un’altra volta: il modello di questo suono sviluppato dal MIT predice, in effetti, la massa e la rotazione del buco nero. Se l’”ascolto” non è una musica vera e propria, lo è alle orecchie degli scienziati, che per la prima volta sono riusciti a consegnare alla comunità un’altra prova sperimentale della teoria della relatività generale, segnando un altro punto nel cammino verso la conoscenza dell’origine dell’Universo.

Ma c’è di più: la scoperta fornisce anche una dimostrazione del teorema ‘no-hair’ sui buchi neri, letteralmente ‘senza-capelli’ (attribuita al fisico statunitense John Archibald Wheeler), in base alla quale questi straordinari quanto ancora misteriosi oggetti cosmici hanno solo tre caratteristiche accessibili: massa, spin (ovvero rotazione) e carica elettrica, perché le altre vengono “inghiottite” dall’orizzonte degli eventi.

Le onde gravitazionali, quelle increspature infinitesime nello spazio-tempo provenienti da fenomeni cosmici lontani e violenti, sono state osservate sperimentalmente per la prima volta il 14 settembre 2015 dal Laser Interferometer Gravitational-wave Observatory (LIGO), identificando una sorta di “cinguettio” come suono associato e dimostrando che questo era innescato dalla rapida collisione di due enormi buchi neri.

Il picco del segnale, ovvero la parte più forte del cinguettio, era direttamente collegata al momento stesso in cui i buchi neri si scontravano, confondendosi in un unico nuovo buco nero. Tuttavia, mentre questo buco nero infantile emanava le sue onde gravitazionali, il suo caratteristico squillo, supponevano i fisici, sarebbe stato troppo debole da decifrare in mezzo al clamore della collisione iniziale. Per questo tracce di questo squillo sono state identificate solo qualche tempo dopo il picco, ma il segnale era troppo debole per essere studiato in dettaglio.

Ora tutto appare cambiato, perché la nuova ricerca del MIT è stata in grado di rilevare proprio il picco, dimostrando che è possibile isolare con successo un modello di suoneria specifico per un buco nero appena nato e identificando in particolare due toni distinti, perfettamente misurati.

“Rileviamo un segnale d’onda gravitazionale complessivo composto da più frequenze che si attenuano a velocità diverse, come i diversi toni che formano un suono – spiega Maximiliano Isi, primo autore del lavoro – Ogni frequenza o tono corrisponde a una frequenza vibrazionale del nuovo buco nero.

A questo punto i ricercatori hanno usato le equazioni della relatività generale per calcolare la massa e la rotazione del buco nero appena formato usando i dati di ​​tono e decadimento appena rilevati e hanno confrontato i risultati con i calcoli effettuati in precedenza con altre tecniche, dimostrandone la coerenza.

Le prospettive sono enormi, perché la tecnica potrebbe essere usata anche su oggetti diversi dai buchi neri.

“In futuro avremo rilevatori migliori sulla Terra e nello spazio e saremo in grado di vedere non solo due, ma decine di modalità e definire con precisione le loro proprietà – sostiene a questo proposito Isi – Se questi non sono buchi neri come prevede Einstein, ma oggetti più esotici come wormhole o stelle di bosone, potrebbero non suonare allo stesso modo e avremo la possibilità di vederli”.

Il lavoro è stato parzialmente finanziato dalla NASA, dalla Sherman Fairchild Foundation, dalla Simons Foundation e dalla National Science Foundation, ed è stato pubblicato su Physical Review Letters.

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Roberta De Carolis

Cover: MIT News

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Il commovente video della mamma cane che scava tra le macerie per salvare i suoi cuccioli

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I suoi cuccioli sono rimasti intrappolati sotto le macerie, in seguito al crollo della casa diroccata in cui lei, mamma cane, aveva scelto di darli alla luce.

La mamma è disperata e i suoi latrati attirano l’attenzione degli abitanti del paese indiano, che avvisano i volontari di Animal aid.

Arrivati sul posto, i soccorritori dell’associazione animalista trovano la cagnolina agitata e iniziano ad aiutarla a rimuovere i mattoni, mentre lei non si arrende e continua a scavare con le zampe e con il muso per liberare i suoi piccoli.

Il video del salvataggio è davvero commovente e mostra la determinazione, l’amore e l’impazienza della mamma cane, che non ha smesso per un attimo di cercare di salvare la vita ai suoi neonati.

Quando finalmente il volontario riesce a localizzare i cagnolini, non è ancora possibile vederli ma si sentono bene i pianti strazianti dei piccoli, che urlano disperati.

Il ragazzo scava ancora ed estrae prima un cucciolo, poi un altro: sono davvero nati da pochissimi giorni e i loro corpicini sono coperti di polvere. La mamma inizia ad annusarli e leccarli, poi non perde tempo e offre subito loro il suo latte.

I volontari hanno poi spostato la mamma e i suoi cuccioli in un luogo più sicuro per evitare di mettere nuovamente a rischio la vita dei piccoli. Lei, visibilmente felice nel suo nuovo giaciglio, non smette di allattare i suoi neonati.

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Tatiana Maselli

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Arriva il nuovo colorante che fa cambiare colore agli oggetti per favorirne il riuso

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Oggetti come camaleonti grazie ai nuovi coloranti del MIT, che fanno cambiare colore a tutto quello su cui vengono spruzzati. Un gruppo di ricerca del Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory è riuscito a sintetizzare un inchiostro riprogrammabile che con la luce cambia aspetto, donando “vite nuove” e quindi incoraggiando il riuso.

Il MIT ha permesso a tutto di diventare un camaleonte, per questo ribattezzato ‘PhotoChromeleon’ che cambia colore per mimetizzarsi in modo naturale. Il nuovo sistema sviluppato sfrutta un colorante sensibile ai raggi ultravioletti (UV) e alle fonti di luce visibile.

L’inchiostro è chimicamente un mix di coloranti fotocromatici che possono essere spruzzati o verniciati sulla superficie di qualsiasi oggetto per cambiarne il colore, un processo completamente reversibile che può essere ripetuto all’infinito.

PhotoChromeleon può essere utilizzato per personalizzare qualsiasi cosa, dalla custodia del telefono a un’auto, a scarpe che necessitano di un aggiornamento. E il colore rimane, anche se utilizzato in ambienti naturali.

Solo un vezzo? In realtà gli obiettivi sono molto più profondi: far cambiare colore agli oggetti, pur non avendo impatto sulla loro usura complessiva, li fa diventare per certi aspetti “nuovi”, spingendo ad un rinnovamento senza produrre rifiuti (anche se con consumo di inchiostro).

“Questo tipo speciale di colorante potrebbe consentire un’intera miriade di opzioni di personalizzazione che potrebbero migliorare l’efficienza di produzione e ridurre gli sprechi complessivi – spiega a questo proposito Yuail Jin, primo autore del lavoro – Gli utenti possono cambiare le loro cose e il loro aspetto su base giornaliera, senza la necessità di acquistare lo stesso oggetto più volte in diversi colori e stili”.

Tecnicamente PhotoChromeleon sfrutta un precedente sistema sviluppato dallo stesso gruppo di ricerca, ‘ColorMod’, che utilizza una stampante 3D per fabbricare oggetti che possono cambiare il loro colore. I limiti di questo progetto (piccola combinazione di colori e risultati a bassa risoluzione), hanno spinto il team a indagare su potenziali aggiornamenti.

Foto: MIT

A differenza del “progenitore” con il quale ogni pixel su un oggetto doveva essere stampato, comportando spesso tinture sgranate e poco variabili, PhotoChromeleon permette una fantasia decisamente più ampia: si possono creare motivi zebrati, paesaggi a fiamme di fuoco multicolori, con una gamma decisamente più ampia di colori.

E anche dal punto di vista pratico i progressi sono enormi, perché, invece di stampare ogni pixel, la nuova soluzione è uno spray, ottenuto mescolando i coloranti fotocromatici ciano, magenta e giallo in un’unica soluzione. Poiché poi ogni colorante interagisce con diverse lunghezze d’onda che vengono dall’esterno, il team è stato in grado di controllare ciascun “percorso di colore”, attivando e disattivando con le corrispondenti sorgenti luminose, in modo da modulare il risultato voluto.

Basta dunque spruzzare l’inchiostro sull’oggetto e posizionare questo in una scatola con un proiettore e una luce UV: il primo “elimina” i colori indesiderati e la seconda “potenzia” quelli di interesse, facendo apparire il nuovo motivo. E se si è soddisfatti, si può cambiare tutto a piacimento.

E per chi non è esperto di design, è pronta anche un’interfaccia utente per elaborare automaticamente disegni e modelli che vanno sugli elementi desiderati. A questo punto il programma genera la mappatura sull’oggetto prima che la luce faccia il suo lavoro.

Il team ha testato il sistema su un modello di auto, una custodia per telefono, una scarpa e un camaleonte giocattolo. A seconda della forma e dell’orientamento dell’oggetto, il processo ha richiesto da 15 a 40 minuti e tutti i motivi hanno mostrato risoluzioni elevate, con possibilità di cancellazione rapida e precisa.

“Dando agli utenti l’autonomia di personalizzare i propri articoli, si potrebbero risparmiare innumerevoli risorse e le opportunità di cambiare in modo creativo i propri beni preferiti sono illimitate” conclude Stefanie Mueller del MIT.

Applicazioni industriali futuribili? No, anzi. Il team ha collaborato con la Ford Motor Co. ha fornito supporto finanziario e che punta a utilizzare il sistema sui propri veicoli, con l’obiettivo di ridurre il numero di passaggi necessari a produrre parti multicolori  e di migliorare la resistenza delle tinture agli agenti atmosferici, limitando in modo particolare il degrado indotto dalle radiazioni UV.

Avremo presto tanti oggetti nuovi senza ricomprarli?

Il lavoro è stato pubblicato sugli atti del convegno ACM Symposium on User Interface Software and Technology (UIST) 2019, ottenendo il premio di miglior articolo.

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Roberta De Carolis

Cover: MIT News

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Giappone: il nuovo ministro dell’ambiente vuole abolire il nucleare

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Il nuovo ministro giapponese per l’ambiente, Shinjiro Koizumi, ha dichiarato di voler demolire i reattori nucleari del paese per evitare che si ripetano disastri come quello di Fukushima.

Le parole del ministro arrivano poche ore dopo la sua nomina, avvenuta lo scorso mercoledì in seguito a una ristrutturazione del gabinetto del Primo Ministro giapponese Shinzo Abe.
Koizumi ha sostituito Yoshiaki Harada, che ha fatto notizia pochi giorni fa dichiarando di voler riversare nell’Oceano Pacifico l’acqua radioattiva in giacenza nella centrale di Fukushima.

Prima del disastro di Fukushima il nucleare forniva circa il 30% dell’energia totale utilizzata in Giappone. Dopo il terremoto e il conseguente tsunami avvenuti a marzo 2011 i 54 reattori del paese sono stati chiusi e, oggi, solo nove sono tornati in funzione dopo aver superato severi controlli di sicurezza.

Il Primo ministro del Giappone, Shinzo Abe, ha però intenzione di riavviare gradualmente tutti i reattori poiché è convinto che l’energia nucleare possa aiutare il Giappone a ridurre le emissioni di anidride carbonica e la sua dipendenza da altri paesi per l’importazione di gas e petrolio.
L’obiettivo del governo giapponese è quello di coprire il circa il 20% del fabbisogno energetico del paese attraverso il nucleare entro il 2030, anno in cui dovrebbe riuscire a riaprire 30 reattori.

Di tutt’altra idea il neo ministro dell’ambiente:

“Vorrei studiare come li elimineremo, non come tenerli” ha detto Koizumi riferendosi ai reattori.
“Saremo condannati se permettiamo che si verifichi un altro incidente nucleare. Non sappiamo quando si verificherà un terremoto” ha concluso il ministro.

Secondo il nuovo ministro del commercio, Isshu Sugawara, sebbene esistano rischi e paure legati al nucleare, liberare il Giappone dai reattori è “irrealistico”.

Sembra quindi che Koizumi dovrà affrontare l’opposizione del governo per poter eliminare il nucleare dal Paese oltre a dover risolvere la controversia sul futuro dell’acqua contaminata immagazzinata nella centrale di Fukushima.

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Tatiana Maselli

Photo credit: The Japan Times

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Riscaldamento degli oceani: la camera iperbarica che fa sopravvivere i pesci

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Il riscaldamento globale causa, tra le altre cose, l’innalzamento della temperatura degli oceani mettendo in difficoltà gli animali marini.

Un aumento della temperatura determina infatti in pesci, granchi, stelle marine e in altri esemplari che vivono nell’ambiente marino un maggior consumo di ossigeno per sostenere il metabolismo accelerato dal calore.

Nelle acque più calde, però, l’ossigeno tende a essere meno solubile e dunque la sua disponibilità è minore.
Come possono sopravvivere quindi gli animali marini in queste condizioni? La risposta arriva da un recente studio svolto dai ricercatori dell’Università di Padova in collaborazione con l’Università delle Scienze e delle Tecnologie dell’Arabia Saudita.

Gli scienziati hanno monitorato per dodici mesi le acque del Mar Rosso, registrando temperatura e concentrazione di ossigeno a intervalli regolari.
Le misurazioni sono state effettuate in tre diverse aree costiere in cui erano presenti rispettivamente una barriera corallina, praterie di fanerogame marine e foreste di mangrovie.

I ricercatori hanno scoperto che nelle ore più calde del giorno, l’ossigeno disciolto nell’acqua aumenta, raggiungendo l’iper-ossigenazione proprio quando la temperatura è più elevata.

Questo è reso possibile dalla presenza di vegetazione, che non solo garantisce l’ossigeno necessario agli animali marini, ma produce un eccesso di ossigeno fino 2,5 volte più della concentrazione di saturazione.

“I nostri dati mostrano che i livelli di ossigeno disciolto fluttuano fortemente nell’acqua del Mar Rosso, raggiungendo l’iper-ossigenazione durante le ore più calde del giorno. L’ossigeno disciolto può anche essere pari al 200-250% della concentrazione di saturazione, un valore enorme.
Questo eccesso di ossigeno è prodotto dagli organismi foto-sintetizzatori e trasforma l’acqua nell’equivalente di una camera iperbarica nelle ore più calde», ha spiegato  Alberto Barausse, uno dei ricercatori coinvolti nello studio.

Gli organismi fotosintetizzanti creano quindi una sorta di camera iperbarica e grazie all’ossigeno da essi prodotto, gli animali che vivono nelle acque aumentano la propria tolleranza al calore.

I ricercatori hanno dunque ricreato le condizioni incontrate nel Mar Rosso e hanno confrontato l’effetto dei cambiamenti di temperatura su granchi, stelle marine, pesci, bivalvi e cetrioli di mare in acquari diversi, con e senza piante acquatiche.
L’esperimento in laboratorio ha confermato l’ipotesi iniziale: in presenza di organismi fotosintetici gli animali rispondono meglio agli stress termici e grazie all’aumento di ossigeno riescono a sopravvivere ad aumenti di temperature oltre i 4°C.

Questo chiaramente non significa che il riscaldamento delle acque non sia un problema e non ci esime dal cercare soluzioni rapide ed efficaci per ridurre il riscaldamento globale.

I risultati dello studio sottolineano quanto sia importante tutelare e ripristinare organismi fotosintetici minacciati da inquinamento e attività umane come le barriere coralline, le foreste di mangrovie e le praterie di fanerogame marine.

Proteggere queste specie fa sì che gli altri organismi marini riescano a sopravvivere al riscaldamento delle acque, fermo restando che occorre trovare soluzioni concrete per fermare l’innalzamento della temperatura.

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Tatiana Maselli

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La città colombiana che dice no alla miniera: tuteliamo ambiente e salute

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I cittadini di una piccola città colombiana hanno respinto il progetto per la costruzione di una miniera d’oro, preoccupati per la salute delle persone e dell’ambiente.

Una società sudafricana, la AngloGold Ashanti, mirava a realizzare “La Colosa”, la più grande miniera d’oro del Sud America a Cajamarca in una piccola cittadina nella Colombia centrale.

Il 98% dei residenti di Cajamarca ha però votato no al referendum che li ha visti esprimere il loro parere sul progetto.
I cittadini hanno preferito tutelare l’ambiente e preservare le acque e il suolo dall’inquinamento che la miniera avrebbe causato.

Great day for Cajamarca, Colombia! take a vote on their future, decided No to the Colosa mine #CajamarcaVotaNo #NoALaColosa https://t.co/Dvu6EAyCZM

— Ximena Warnaars (@XimenaWarnaars) March 27, 2017

Una giovane studentessa ha spiegato le ragioni del suo no, mentre le votazioni erano ancora in corso:

“Ho votato no per le generazioni future. Ho due nipoti di sette e tre anni. Anche se non vivono a Cajamarca, voglio che si godano il poco che ho potuto godere io finora. Se vincessimo … mostreremmo al mondo intero che Cajamarca è in grado di sconfiggere un’enorme impresa multinazionale, un mostro minerario come AngloGold Ashanti”.

Il governo colombiano, favorevole al progetto, ora dovrà fare i conti con il parere negativo dei cittadini, ma non è certo che blocchi la costruzione della miniera.

Una volta appresi i risultati, il Ministro per l’Energia colombiano German Arce ha infatti dichiarato che gli elettori sono stati ingannati dagli attivisti ambientalisti e che spetterà ai tribunali o al Congresso l’ultima parola sull’approvazione del progetto.

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Tatiana Maselli

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Il racconto buddista che insegna l’importanza di prendersi cura di sé (prima che degli altri)

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Negli ultimi anni si parla molto dell’importanza di prendersi cura di se stessi che non va confusa con l’individualismo esasperato, sicuramente nocivo, ma che rappresenta piuttosto la capacità di volersi bene.

Cosa di cui ci parla anche il buddismo con questa storia che si dice sia stata raccontata dal Buddha in persona, poi tramandata oralmente dai suoi seguaci.

Il racconto narra che in un tempo lontano due acrobati si esibivano ogni giorno per strada per guadagnare da vivere. L’insegnante era un povero vedovo e la studentessa di nome Medakathalika, una ragazzina decisamente saggia.

La loro esibizione comportava parecchi rischi perché l’insegnante doveva tenere in equilibrio sulla propria testa un alto palo di bambù mentre Medakathalika vi si arrampicava sopra.

Per evitare cadute e lesioni durante la performance, i due acrobati dovevano fare molta attenzione e un giorno l’insegnante, credendo di aiutare la studentessa, le consigliò di guardarlo mentre lui avrebbe fatto lo stesso con lei, in modo da aiutarsi a vicenda per mantenere la concentrazione e l’equilibrio, e guadagnare così abbastanza denaro per mangiare.

Ma la piccola Medakathalika, che era molto saggia, gli rispose che era meglio che ognuno di loro guardasse se stesso perché prendersi cura di sé significa prendersi cura di entrambi. In questo modo avrebbero sicuramente evitato incidenti e ottenuto abbastanza soldi per mangiare, aggiunse Meda.

Cosa insegna la storia dei due acrobati

Questa storia insegna che è molto importante nutrire la propria mente e il proprio corpo prendendosi cura di se stessi, prima ancora che degli altri.

Quando infatti stiamo bene con noi stessi, non dal punto di vista materiale ma spirituale, e quando abbiamo consapevolezza di noi, è più facile provare compassione per gli altri e trattarli, quindi, con maggiore amore e gentilezza.

Se invece siamo poco consapevoli di noi stessi e ci maltrattiamo, per esempio facendo vite che non ci somigliano e che ci rendono tristi e sconfortati, è più difficile maturare un atteggiamento compassionevole e di reale supporto verso il mondo circostante, con cui tenderemo a essere più che altro arrabbiati.

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Laura De Rosa

 

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A Rovereto scatta il divieto di portare i bambini a scuola in auto. Sanzioni per i trasgressori

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A Rovereto i bambini si portano a scuola a piedi, in bus o in bici, ma non in auto, come si legge sul sito del Comune.

Fu nel 2012 che per la prima volta si provò a sperimentare il divieto nelle aree relative ai siti scolastici di Gandhi del Brione, Filzi di Sacco e Halbherr di Lizzana, e dopo anni di test con ottimi risultati, il Comune ha deciso di applicare la chiusura temporanea del traffico per un massimo di 30 minuti alle strade che danno sugli istituti comprensivi.

E così dal 12 settembre al 10 giugno 2020 le strade posizionate davanti a diverse scuole primarie e medie della città rimarranno chiuse al traffico per mezz’ora, al mattino e al pomeriggio quando i ragazzi escono dalle aule, in tutti i giorni lavorativi. Gli unici ad avere diritto di passaggio saranno residenti e il trasporto pubblico. E scatteranno multe e sanzioni per chi non rispetterà il divieto.

I tratti di strada interessati, con relativi orari, sono riportati sul sito del Comune:

L’amministrazione comunale con ordinanza n. 197/2019 dispone l’istituzione del divieto di transito, eccetto trasporto pubblico, a Rovereto nel tratto di via Puccini tra le intersezioni con via Perosi e con le vie Salvetti e Tiella dalle ore 7.55 alle ore 8.20 e dalle ore 16.10 alle 16.35 nei giorni lavorativi del periodo intercorrente dal giorno 12 settembre 2019 al giorno 10 giugno 2020; l’istituzione del divieto di transito, eccetto residenti, a Borgo Sacco in via Monte Nero dalle ore 7.50 alle ore 8.05 e e dalle 15.50 alle 16.10 nei giorni lavorativi del periodo.

Una richiesta che è arrivata dalla scuola e dalle circoscrizioni, e che è piaciuta molto a tutti.

Il divieto, che verrà fatto rispettare anche con l’installazione di apposita segnaletica, è nato dalla necessità di evitare ingorghi, garantire la sicurezza ai pedoni dato che spesso le auto venivano parcheggiate in seconda e terza fila, e al tempo stesso incentivare l’utilizzo di mezzi alternativi all’auto, decisamente più eco-sostenibili. Complimenti per la saggia decisione!

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Laura De Rosa

 

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Questo bambino malato di cancro realizza portachiavi per pagarsi le cure mediche

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Questo piccolo grande guerriero si chiama Gian Carlos. Affetto da cancro non si scoraggia e, pur di riuscire a pagare le costose cure mediche, ha deciso di realizzare e vendere dei portachiavi creati a partire dai suoi disegni.

Tre anni fa, al piccolo Gian Carlos Gomez, che vive a Monterrey in Messico, è stato diagnosticato un cancro, che comporta la necessità di sottoporsi ad alcuni trattamenti costosi. I suoi genitori pagano una parte di quanto serve, ma non è abbastanza. Il bambino pensa allora a come aiutarli sfruttando al meglio la sua creatività e il suo impegno.

A partire dai suoi disegni Gian Carlos ha iniziato a creare dei bellissimi portachiavi colorati che ha messo in vendita. Il suo lavoro è diventato in breve tempo virale grazie al fatto che la sua famiglia condivide tutto quello che riguarda il piccolo, compresi i progressi nella sua lotta contro la malattia, tramite una pagina Facebook dedicata.

E’ proprio da lì che sono arrivati tanti gesti di solidarietà in favore del piccolo guerriero. Molte persone hanno acquistato i suoi portachiavi e fatto donazioni per aiutarlo a fronteggiare i costi delle cure.

Anche un’altra pagina Facebook, Donartex, ha contribuito regalando a Gian Carlos portachiavi di diversi personaggi famosi da vendere e lo ha invitato in un laboratorio con la sua famiglia per perfezionare la produzione di portachiavi.

Un giocatore della squadra di calcio messicana dei Tigres gli ha poi regalato una maglietta autografata da mettere all’asta per guadagnare ulteriori soldi.

Speriamo che l’impegno e la forza di questo bambino, uniti a tutta la solidarietà che sta ricevendo, faccia concludere questa storia nel migliore dei modi. Non possiamo che augurare a Gian Carlos di vincere presto la sua battaglia!

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Francesca Biagioli

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Le vitamine e i nutrienti che dovresti assumere più spesso se hai già compiuto 40 anni

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Vitamine, sali minerali e acidi grassi sono sostanze fondamentali per il nostro benessere a tutte le età. La necessità dei singoli nutrienti cambia però nel corso del tempo e, superati i 40 anni, bisogna fare maggiore attenzione ad eventuali carenze.

Se prima ci siamo un po’ trascurati, mangiando male e dimenticando le buone regole di uno stile di vita corretto, arrivati ai 40 è bene riprendere in mano la propria salute e dedicarsi di più a se stessi per evitare di ritrovarsi alle prese con disturbi di vario genere o con un invecchiamento più rapido del normale.

Tendenzialmente, superati i 40 anni, bisogna fare maggiore attenzione ad assumere ogni giorno le seguenti sostanze:

Calcio

Come è noto, il calcio è fondamentale per il benessere delle ossa e delle articolazioni che contribuisce a tenere in salute e rafforzare. Con il passare del tempo, l’usura tende a creare problemi, in particolare alle donne, che possono perdere densità ossea. Ecco perché è bene avere sempre ottimi livelli di calcio nel proprio organismo.

Vitamina D

Collegata al benessere delle ossa e quindi al calcio, ma in realtà utile anche a molto altro, è la vitamina D. Tra le sue funzioni vi è tra l’altro quella di favorire un migliore assorbimento di nutrienti essenziali. Con l’avanzare dell’età si rischia di andare incontro ad una carenza (non a caso gli anziani spesso risultano deficitari di questa vitamina). Ricordiamo che, nella maggior parte dei casi, basta esporsi regolarmente al sole per un determinato lasso di tempo (circa 20 minuti d’estate e un’ora o due in inverno) con alcune parti del corpo esposte (braccia, viso, collo) per produrne a sufficienza.

B12

Questa vitamina migliora la circolazione sanguigna e previene l’anemia. Averne a sufficienza significa di conseguenza avere una buona dose energetica nel corso della giornata. Spesso erroneamente si crede che seguire un’alimentazione onnivora scongiuri dalla carenza di B12, in realtà non è sempre così dato che ci possono essere diversi fattori, come ad esempio una cattiva assimilazione, a procurare problemi anche a chi mangia carne. Dopo i 40 anni la diminuzione di acido cloridrico nello stomaco ne limita l’assorbimento è necessario quindi valutare un’integrazione.

Omega 3

Anche gli acidi grassi Omega 3, sempre fondamentali per il nostro benessere, lo sono ancora di più con l’avanzare dell’età. Regolano infatti i livelli di colesterolo nel sangue e tengono a bada la pressione (problemi che diventano comuni con l’avanzare dell’età), ritardano poi l’invecchiamento cellulare contrastando i radicali liberi. Inoltre sono molto utili per il cervello e aiutano a mantenere in buona salute la memoria. Infine stimolano il metabolismo e di conseguenza contribuiscono a mantenere il peso forma.

Magnesio

Il magnesio è fondamentale sempre ma spesso, per diverse ragioni, ne siamo carenti. E’ benefico per la pressione del sangue, previene le malattie cardiovascolari e aiuta a contrastare le infiammazioni presenti nel corpo. Fondamentale anche per l’assorbimento di calcio, importante quindi la sua assunzione per non trovarsi carenti di questo minerale che abbiamo già visto essere fondamentale per la salute delle ossa.

Probiotici

Queste sostanze, benefiche per l’intestino, aiutano a tenere in buona salute il sistema digerente evitando gonfiori e aumento di peso. Dato che proprio nell’intestino vi sono alcune importanti difese del nostro organismo, tenere quest’organo in salute, tramite l’assunzione di cibi che contengono probiotici o integratori specifici, consente di avere difese immunitarie alte.

Nonostante il fabbisogno aumentato di tali sostanze, non è affatto detto che sia necessario assumere integratori per sopperire ad eventuali carenze. Valutare tale aspetto, con apposite analisi, è comunque di stretta competenza medica, chiedete dunque al vostro dottore di fiducia in caso di dubbi.

Nel frattempo potete tranquillamente “aggiustare” la vostra alimentazione incrementando quei cibi che contengono maggiormente le vitamine, i sali minerali e le altre sostanze sopraindicate.

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Francesca Biagioli

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Incendio Avellino, violenta esplosione di una fabbrica di batterie. Evacuata la zona per la grossa nube nera

GreenMe -

Un enorme incendio si è sviluppato in due fabbriche a Pianodardine, in provincia di Avellino.

Si sarebbero verificate una serie di esplosioni in seguito alle quali due aziende hanno preso fuoco: si tratta della Irpinia Calcestruzzi e della Ics in sui si producono batterie per auto.

Al momento non si hanno notizie di persone rimaste coinvolte nell’incidente, ma dalle fiamme si è alzata una pericolosa nube nera e densa visibile a chilometri di distanza. I fumi sono tossici e si stanno espandendo nelle aree circostanti.

C’è grande preoccupazione per il distributore di benzina e per lo snodo del gas metano che si trovano pericolosamente vicini al terribile incendio, oltre alla paura che possano verificarsi altre esplosioni.

I cinque squadre dei vigili del fuoco sono al lavoro per domare le fiamme, la protezione civile sta evacuando tutta la zona.

#Avellino #13settembre, sotto controllo l'#incendio nell'azienda produttrice di componenti per batterie d'auto: sul posto anche due squadre dei #vigilidelfuoco provenienti da #Napoli e #Salerno. Aggiornamento ore 16:00 pic.twitter.com/mxqPSpTHil

— Vigili del Fuoco (@emergenzavvf) September 13, 2019

Maria Tirone, Il prefetto di Avellino, ha dichiarato lo stato di emergenza 

Tatiana Maselli

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Finlandia: ora puoi dormire in vero igloo per ammirare meglio l’aurora boreale

GreenMe -

Avete sempre sognato di dormire sotto l’aurora boreale? Questa potrebbe essere l’occasione giusta, a patto che riusciate a sopportare un po’ di freddo. In Lapponia, un igloo è stato trasformato in un appartamento sui generis da noleggiare su Airbnb a circa 150 euro a notte.

Siamo Pelkosenniemi, uno dei punti più a nord della Finlandia e circondati dal paesaggio surreale della taiga e della tundra artica, a due passi dal lago Pyhäjärvi e dal Parco Nazionale Pyhä-Luosto.

Dentro, dei letti veri e una “bella atmosfera con luci a LED e pareti bianche” creeranno un insolito soggiorno nell’attesa che la splendida aurora boreale si faccia vedere.

All’interno dell’igloo ci sono sempre meno gradi”, si legge nella descrizione, aggiungendo che viene comunque fornito un sacco a pelo caldo. In ogni caso si raccomandano strati termici, un cappello caldo, calze e guanti, oltre a un faro o una torcia.

Ma se fa troppo freddo, non temete! A disposizione c’è una “casa calda”, una “warm house”, con servizi igienici, una doccia, un soggiorno e una piccola cucina che gli ospiti sono liberi di usare in qualsiasi momento del giorno (o della notte), mentre viene fornita anche una leggera colazione self-service.

L’igloo è prenotabile da qui. Cosa aspettate? Provate, no?

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Germana Carillo

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