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Pulire e igienizzare troppo la casa elimina i batteri ma favorisce la proliferazione dei funghi. Lo studio

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Pulito sì, ma non troppo. L’eccessiva igiene infatti elimina i batteri ma spiana la strada ai funghi, in alcuni casi non meno pericolosi. Lo studio, condotto da una collaborazione internazionale guidata dall’Università dell’Oklahoma (Usa), ha infatti dimostrato che, come per tutte le cose (o quasi), la virtù sta in mezzo.

I funghi non sono in generale sensibili a disinfettanti e antibiotici, pensati e studiati per colpire i batteri. Inoltre queste molecole, che pure hanno migliorato la qualità della vita e ne hanno allungato la durata, non sono sempre completamente selettive, portando a distruggere anche i batteri “buoni”, come la naturale flora intestinale che aiuta a difenderci e a mantenere il nostro equilibrio.

Non di rado, infatti, il trattamento prolungato di antibiotici eradica la malattia batterica ma può portare a selezionare ceppi resistenti e ad infezioni fungine, a loro volta da trattare in modo specifico.

Gli ambienti domestici non sono esclusi: pulire, soprattutto con veri e propri disinfettanti, crea l’ambiente ideale per i funghi, felici di trovarsi senza nemici. La ricerca è stata condotta comparando la biodiversità microbiologica di aree urbane e rurali, dimostrando come le prime mostrino in generale una diversificazione fungina piuttosto elevata.

Molte soluzioni detergenti antibatteriche e disinfettanti mirano infatti specificamente ai batteri, che potrebbero liberare spazio per far prosperare altri tipi di microbi, e i funghi, in particolare, hanno anche spesse pareti cellulari, che possono renderli più difficili da uccidere.

“Ci aspettavamo che tutti i microrganismi diventassero meno diversificati con l’urbanizzazione, ma non è affatto quello che abbiamo trovato per i funghi – spiega Laura-Isobel McCall, coatrice dello studio, nel corso di un’intervista rilasciata a npr- […] Forse [i prodotti igienizzanti per la casa] stanno spazzando via tutti i batteri e ora abbiamo una grande superficie aperta su cui i funghi crescono; forse [i funghi] stanno anche diventando più resistenti ai prodotti che usiamo”.

E non finisce qui. Le case urbane sono progettate per isolare le persone dall’esterno: bloccano la luce e intrappolano anidride carbonica, il che, secondo i ricercatori, potrebbe creare ambienti ospitali per la crescita di questi microbi.

Gli esperti hanno analizzato tutta la vita microscopica, inclusi piccoli parassiti, di quattro località del Brasile e del Perù in contesti sempre più urbani: dalle capanne di paglia in una foresta pluviale, agli appartamenti cittadini nella capitale dello stato amazzonico di Manaus, campionando superfici come pareti, pavimenti e controsoffitti nelle case, e prelevando tamponi di pelle da animali domestici e persone, dove alcuni tipi di funghi possono annidarsi.

Per formulate ipotesi sull’origine dei risultati, sono state analizzate anche le sostanze chimiche presenti negli ambienti, rilevando che queste erano decisamente più presenti negli appartamenti della città, provenendo da materiali da costruzione, prodotti per la pulizia domestica e personale, nonché da farmaci.

Come se non bastasse, diversi prodotti chimici e funghi sono stati trovati non solo nelle case ma sulla pelle delle persone. E, sebbene lo studio fosse limitato a parti del Brasile e del Perù, secondo gli autori i risultati potrebbero essere generalizzati.

“La mia ipotesi è che il trend delle colonie fungine sia in gran parte rappresentativo di ciò che sta accadendo in tutto il mondo – afferma infatti Justin Sonnenburg, microbiologo dell’Università di Stanford che non ha preso parte allo studio.

Altra brutta notizia: i funghi non sono di solito ben studiati come i batteri, ma il genere Malassezia trovato nello studio, spiega ancora Sonnenburg, contiene ceppi che hanno causato infezioni negli ospedali di altri Paesi, e quindi potrebbe essere un enorme problema comune a molti ambienti igienizzati.

“In medio stat virtus”, lo dicevano già gli antichi romani.

Il lavoro è stato pubblicato su Nature Microbiology.

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Roberta De Carolis

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Stessa paga per la nazionale maschile e femminile in Australia. Un accordo storico sancisce la parità di genere nel calcio

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Sì, il titolo è corretto. Dall’Australia arriva una novità che nel nostro paese sarebbe qualcosa di assolutamente impensabile: le retribuzioni delle squadre di calcio maschili e femminili saranno equiparate!

In una dichiarazione rilasciata nei giorni scorsi, la Australian Football Federation (FFA) ha annunciato che le giocatrici della squadra femminile riceveranno lo stesso stipendio dei giocatori del team maschile quando difenderanno i colori della nazionale. L’accordo è uno straordinario passo avanti per la parità di genere nello sport.

Le Westfield Matildas o Matildas , come vengono affettuosamente chiamate le giocatrici professioniste australiane, avranno diritto alle stesse condizioni di lavoro dei Caltex Socceroos o semplicemente Socceroos, soprannome con cui sono conosciuti i giocatori di calcio maschile.

We are LIVE with a historic announcement from Football Federation Australia and Professional Footballers Australia

Pubblicato da Caltex Socceroos su Martedì 5 novembre 2019

Entro il 2023, Matildas e Socceroos condivideranno equamente il 24% delle entrate pubblicitarie del calcio australiano per gli atleti. Da questo 24%, i giocatori impegneranno una quota del 5% da reinvestire nelle squadre nazionali giovanili australiane, garantendo un livello minimo di investimento nelle generazioni future.

Il nuovo accordo riflette la determinazione del calcio ad affrontare le questioni di equità di genere in tutte le sfaccettature del gioco e a costruire un modello finanziario sostenibile che vada a premiare i giocatori all’aumentare delle entrate della Nazionale.

“Il calcio è lo sport del mondo e questo nuovo accordo collettivo rappresenta un ulteriore passo verso l’adozione di valori di parità, integrazione e pari opportunità” ha dichiarato Chris Nikou, presidente della FFA.

Il direttore generale della FFA, David Gallop, ha poi aggiunto che la parità di retribuzione è stata possibile perché la squadra maschile ha accettato di condividere le entrate con le giocatrici. Per Mark Milligan, capitano della squadra australiana, la squadra femminile ha ottenuto “ciò che merita”.

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Francesca Biagioli

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Dopo la Pecora Elettrica, in fiamme un altro locale nel quartiere Centocelle a Roma. E’ il Baraka Bistrot

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Stamattina il quartiere di Centocelle a Roma si è svegliato con una nuova amara sorpresa. Un altro locale è stato incendiato da ignoti, si tratta del Baraka Bistrot, in via dei Ciclamini.

Continuano gli episodi di violenza e intimidazione nei confronti di bar, pizzerie e librerie di Centocelle. Stanotte, un nuovo incendio ha colpito il Baraka Bistrot che aveva espresso la propria solidarietà alla Pecora Elettrica, caffetteria libreria che solo pochi giorni fa era stata completamente devastata dalle fiamme per la seconda volta e a poche ore dalla tanto attesa riapertura!

Anche del locale preso di mira stavolta rimane davvero poco, è stato quasi del tutto distrutto dall’incendio di stanotte di cui, anche in questo caso, non si conoscono i responsabili i quali hanno agito (ed evidentemente sanno bene come farlo) nonostante nella zona fossero attivi alcuni controlli e posti di blocco.

Tutto fa pensare ad un collegamento con quanto avvenuto alla Pecora Elettrica dato che i gestori del Bistrot avevano dato piena solidarietà ai loro colleghi per quanto accaduto e anche per la dinamica.

L’incendio, di natura dolosa, è infatti scoppiato intorno alle 4 di notte e, nonostante l’intervento dei Vigili del Fuoco, poco si è potuto fare per salvare il locale. Per precauzione, è stata evacuata tutta la palazzina e non si registrano feriti o intossicati.

Il proprietario del Baraka Bistrot non si spiega però l’accaduto e distrutto ha dichiarato:

“Ho chiuso il locale alle tre meno un quarto e sono andato a casa. Alle 4.20 mi chiamano quelli del sistema di allarme, dicendomi che sentono dei rumori. Mi precipito in macchina al locale e quando arrivo vedo la serranda alzata da terra, la porta aperta e fuoco dappertutto. In un paio di minuti poi sono arrivati tutti, vigili del fuoco, carabinieri. È tutto distrutto! Abbiamo aperto da pochi mesi, a settembre. Non me lo spiego. Io sono neutro, non sono schierato, non do fastidio a nessuno. Certo abbiamo espresso solidarietà alla Pecora elettrica, sta vicino a noi, ma proprio non riesco a capire. Di sicuro quando sono arrivato la strada era deserta, la serranda era strappata da terra, di sicuro non può essersi alzata da sola”.

E’ stato il proprietario stesso a mostrare sulla pagina Facebook del locale le terribili foto di quanto rimane del suo Bistrot.

E con questo siamo già a 4 episodi nel giro di pochi mesi (oltre alla Pecora Elettrica ha subito un incendio doloso anche il Cento55 Pinsa Romana), il che fa capire che a Centocelle c’è davvero un problema e che qualcosa bisogna fare per assicurare ai commercianti della zona la possibilità di lavorare in tranquillità e senza alcun tipo di intimidazione.

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Francesca Biagioli

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Progetta la perfetta cassetta di legno per frutta e verdura bio e vinci 10.000 euro

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Biologico in legno recuperato perché la natura trasporta la natura. In occasione di Ecomondo, Rilegno ha lanciato un concorso per architetti, designer e chiunque voglia mettersi in gioco nel realizzare una nuova cassetta per i prodotti bio. Al primo classificato 10.000 euro, ma premi anche per secondo e terzo.

Gli imballaggi sono un problema ambientale, rappresentando spesso una componente inquinante, un rifiuto non riciclabile e, tra l’altro, non sempre indispensabile. Persino i cbi biologici, che dovrebbero rappresentare il rispetto per l’ambiente e la salute, sono spesso venduti in plastica. Un paradosso che va fermato, così come, in generale, l’utilizzo di imballaggi inutili di frutta e verdura contro i quali era stata lanciata la campagna #svestilafrutta.

Le cassette di legno sono sicuramente un imballaggio più sostenibile: In Italia se ne producono ogni anno circa 450 milioni, destinate in gran parte al settore ortofrutticolo, perché il legno per sua natura è un materiale adatto al contatto alimentare. Ma anche questo, come materia vergine, è legato purtroppo a disboscamento e sfruttamento delle foreste.

“Questo contest legato al design e alla creatività è un progetto pensato per valorizzare il legno, gli imballaggi in legno e l’impegno per un futuro sostenibile – spiega in un comunicato Nicola Semeraro, Presidente di Rilegno – Un progetto che richiede una visione sull’imballaggio del futuro per il biologico, perché siamo tutti chiamati a prendere consapevolezza su come affrontare il tema ambientale e il corretto utilizzo delle risorse”.

L’obiettivo del concorso è prima di tutto sensibilizzare l’opinione pubblica, promuovendo l’utilizzo del legno come materiale da imballaggio focalizzando l’attenzione sulla possibilità di usare materiale riciclato, senza intervenire, ancora, sulle nostre distese di alberi. Rilegno, consorzio impegnato nel recupero degli imballaggi legnosi, ha lanciato il concorso in questa direzione, nel rispetto dei principi dell’economia circolare.

Foto: Rilegno

I lavori saranno selezionati da una giuria in base all’originalità, ai valori simbolici del progetto e soprattutto il linea con i principi di riuso e riciclo, ma anche in base alla fattibilità tecnica ed economica e alla riproducibilità su scala industriale.

Al primo classificato andrà un riconoscimento in denaro pari a 10.000 Euro, premi anche al secondo e terzo classificato (rispettivamente 4.000 e 2.000 euro), ma anche la comunicazione sarà premiata, proprio perché il primo obiettivo è la sensibilizzazione dell’opinione pubblica: quindi premio ‘Rilegno social’ al miglior divulgatore del proprio progetto su Instagram, 2.000 euro per il primo classificato e 1.000 euro per il secondo. L’iniziativa si concluderà con la premiazione dei vincitori durante la Milano Design Week 2020 prevista dal 21 al 26 aprile del prossimo anno.

Foto: Rilegno

Per partecipare c’è tempo fino al 2 marzo ed è necessario seguire le istruzioni disponibili qui.

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La storia del muro di Berlino in 12 foto

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Oggi è una ricorrenza storica per Berlino e per il resto del mondo. Sono ormai 30 anni che, una rivoluzione pacifica, ha portato alla caduta del muro, confine che per 28 anni divise la città in una zona Est e in una Ovest.

Ricordiamo che la parte Est di Berlino apparteneva alla DDR, (Repubblica Democratica Tedesca) schierata con l’Unione Sovietica mentre la parte Ovest della città alla Germania Ovest filo Occidentale, liberale e democratica. Tale divisione era stata stabilita dalla conferenza di Jalta sul finire della Seconda guerra mondiale.

Dato che le tensioni tra Unione Sovietica e Occidente si facevano sempre più forti e che tanti cittadini fuggivano in massa dalla parte Est di Berlino verso l’Ovest in cui si viveva meglio, fu eretto questo muro che divenne poi un vero e proprio simbolo della guerra fredda.

Ma forse, meglio di tante parole, riescono le immagini a raccontare cosa accadde davvero all’epoca e la gioia di quel lontano 9 novembre 1989, quando finalmente il muro di Berlino cadde!

Costruzione del muro

Nonostante l’allora presidente della Germania Est, Walter Ulbricht, avesse pubblicamente affermato nel giugno 1961: “nessuno ha intenzione di costruire un muro”, pochi mesi dopo, ad agosto, un gruppo di operai inizio a posizionare il filo spinato che anticipava proprio la realizzazione del muro.

Il passaggio ad Ovest

La vita nella parte Ovest del muro offriva più libertà e condizioni di vita migliori è per questo che tanti cercavano di lasciare la parte Est della città cercando di scavalcare il filo spinato quando ancora non era stato costruito il vero e proprio muro. La foto immortala uno dei primi a scappare, Conrad Schumann un soldato di 19 anni della DDR fotografato proprio nel momento in cui, il 15 agosto 1961, saltava il filo spinato entrando nel territorio di Berlino Ovest. Lo scatto fece il giro del mondo e ancora oggi una statua in Brunnenstraße ricorda il suo leggendario salto.

Le caratteristiche del muro

Il muro si estendeva per 155 chilometri: 43 dividevano la parte Ovest da quella Est di Berlino, i restanti 122 separavano invece la parte occidentale di Berlino dal resto della Repubblica Democratica Tedesca. Probabilmente la parte più famosa del muro è quella che confinava con uno dei simboli indiscussi di Berlino, la Porta di Brandeburgo.

La difesa del muro

Il confine del muro era sempre sorvegliato dai soldati della DDR che presidiavano 302 torrette di avvistamento e che erano autorizzati a sparare a chiunque tentasse di oltrepassare il confine. Centinaia di persone morirono così, nella speranza di raggiungere la più fiorente zona Ovest di Berlino. In questa foto, risalente al 1971, un uomo viene catturato dai soldati (che gli hanno precedentemente sparato) e trascinato nuovamente ad Est.

Punti di passaggio

Naturalmente esistevano dei punti di passaggio nel muro ma non potevano essere attraversati dai cittadini comuni. Il più noto era Checkpoint Charlie, per stranieri e diplomatici occidentali.

La visita al muro di Martin Luter King

Tanti personaggi noti visitarono il muro e si batterono per la sua demolizione. Tra questi Martin Luther King, il noto attivista per i diritti degli afroamericani che visitò Berlino nel 1964 e che, secondo il Time, riuscì a raggiungere Berlino Est (nonostante le autorità americane non fossero d’accordo), mostrando la sua carta di credito.

La visita di Ronald Reagan

Negli anni ’80 e precisamente il 12 giugno 1987 anche Ronald Reagan, allora presidente degli Stati Uniti, visitò il muro e di fronte alla Porta di Brandeburgo pronunciò un famoso discorso in cui chiese a Michail Gorbaciov, segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica di “buttare giù questo muro”.

Un insolito funerale

Gli abitanti di Berlino ovest, a differenza di chi stava ad est, potevano avvicinarsi al muro e questo generava anche situazioni paradossali come quella che vedete in foto. Lo scatto risale al 1963 e ritrae il funerale di un uomo deceduto a Berlino Est, dall’altra parte del muro il fratello su una scala assiste alla cerimonia. I parenti scelsero appositamente di celebrare la funzione non lontano dal muro in modo che i parenti dall’altro lato potessero assistervi.

Il concerto di Bruce Springsteen a Berlino Est

Era il 19 luglio 1988 quando Bruce Springsteen tenne un concerto nel parco di Weißensee a Berlino est, a pochi chilometri dal muro. In quell’occasione il noto musicista americano dichiarò: “volevo dirvi che non sono qui per criticare un governo, ma per suonare un po’ di rock’n’roll per i berlinesi dell’Est nella speranza che un giorno ogni barriera sarà demolita”.

9 novembre 1989

Finalmente il 9 novembre 1989 il muro crollò, non nel senso letterale del termine ovviamente. Un’enorme folla di persone in maniera pacifica si posizionò nelle vicinanze dei checkpoint del muro. Alle 23 30 Harald Jäger, tenente colonnello della guardia di frontiera, prese la storica decisione di aprire i varchi! Migliaia di persone passarono libere da una parte all’altra in un clima di grande festa. Un momento storico davvero emozionante!

Apertura del muro

Nei giorni successivi non vi erano più controlli agli accessi e alcuni soldati della DDR iniziarono a staccare pezzi di muro. La piazza della Porta di Brandeburgo fu completamente riaperta  il 22 dicembre ma solo nel novembre 1990 il muro venne completamente abbattuto.

East side gallery

Il pezzo più lungo del muro rimasto in piedi divenne, nel 1990, una galleria d’arte a cielo aperto. Si tratta della East Side Gallery che ospita i graffiti di 102 artisti.

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Francesca Biagioli

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Meteo: nel weekend continuano piogge e temporali soprattutto al Sud

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Piogge e temporali, alternati a qualche schiarita, si abbatteranno sull’Italia per tutto il weekend.

Nella giornata di sabato a essere colpito dal maltempo sarà soprattutto il Sud, sul basso Tirreno, tra Sicilia, Calabria e Campania, secondo quanto riporta 3bmeteo. Nel corso della giornata il maltempo toccherà anche Calabria ionica, Lucania e Puglia.

Nel resto d’Italia il tempo dovrebbe migliorare, soprattutto al Nord, mentre in Sardegna sono previste forti piogge fin dal mattino e anche qualche temporale, che riguarderà poi le regioni tirreniche peninsulari. Probabile neve sulle Alpi che potrebbero tingersi di bianco a un’altitudine di 1000 metri.

Domenica 10 novembre ancora piogge sulle regioni del basso Tirreno e sul medio Adriatico ma nel corso della giornata sono previsti progressivi miglioramenti. Ancora pioggia e temporali sulla Sardegna, che si estenderanno alle centrali tirreniche entro la sera. Mentre il resto d’Italia si manterrà più stabile.

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Meteo: settimana di piogge e nubifragi. In arrivo la neve anche a bassa quota

Laura De Rosa

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Egypt: ‘Credible evidence’ that ‘brutal’ prison conditions prompted Morsi’s death, thousands more at risk

ONU - aiuti umanitari - feed -

A group of independent UN human rights experts said on Friday that there was “credible evidence” that inadequate prison conditions in which former Egyptian President Mohamed Morsi was held may have led “directly” to his death in June, and thousands of other detainees may be at “severe risk”.

L’uomo che viaggia per il Messico con un carretto salvando centinaia di cani randagi e abbandonati

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Si chiama Edgardo e durante i suoi viaggi di città in città ha salvato quasi 500 cani randagi, malati, feriti, abbandonati o maltrattati dagli ex proprietari. Nessuno si era accorto di lui finché il fotografo Stuart Williams, per caso, lo ha visto sul lato della strada intento a spingere un carro in direzione Mazunte, nello stato di Oaxaca (Messico), circondato da una dozzina di cani.

“Qualche mese fa stavo andando fuori dalla piccola città messicana di Mazunte, nello stato di Oaxaca, quando ho visto una scena particolare sul lato della strada. Un uomo stava spingendo un carro lungo la strada e lo circondavano dei cani. I cani erano sul suo carrello. I cani erano dietro di lui, davanti a lui e al suo fianco “.

Scena che ha incuriosito il fotografo incoraggiandolo a rivolgergli parola, scoprendo così che si chiamava Edgardo “Perros” Juarez, eremita con una vocazione: salvare cani vulnerabili e randagi.

Williams l’ha descritto come un uomo molto umile che vive la vita nell’unico modo che sa fare:

“Quando ho incontrato Edgardo è stato umile. Non riconosce nemmeno l’importanza del suo servizio. Per lui, sta semplicemente vivendo la sua vita nell’unico modo che sa fare.

Ispirato dalla sua storia, il fotografo ha prodotto un breve documentario su di lui, svelando che Edgardo è sulla strada da 6 anni e da allora ha percorso centinaia di miglia.

Edgardo Perros – Saviour of the Dogs

A few months ago I was driving out of the small Mexican town of Mazunte, Oaxaca, when I saw a peculiar sight on the side of the road. A man was pushing a trolley along the road and surrounding him were dogs. Dogs were on top of his trolley. Dogs were behind him, in front of him and by his side. Tails were wagging furiously, barks were sounding and he just kept pushing his trolley through the heat. This is the story of Edgardo Perros. Thank you to Fernando Cortez Marques for all his help in shooting this project with me and editing all the Spanish interviews! Thank you to Laurie Alexander for helping with the logistics and thank you to Sat Chit Ananda for his translation work. If you would like to contribute to Edgardo and his journey, follow this link:https://www.paypal.me/SalvaPerrosAlso, take a look at his Facebook page Edgardo SalvaPerros!

Pubblicato da The Yogi Photographer su Martedì 22 ottobre 2019

Edgardo ha anche una sua pagina facebook dove racconta i suoi viaggi e chiede aiuto alle associazioni locali per sostenere e accogliere gli amici a quattro zampe. Nell’ultimo post pubblicato ringrazia il fotografo per il documentario che lo ha reso famoso:

“Grazie Stuart Williams per aver dedicato del tempo a Edgardo e fargli questo video che mostra la vita e opera di Edgardo Perros.”

Per sostenerlo è possibile fare una donazione tramite Paypal. Aiutiamolo, se lo merita davvero!

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Questo sacerdote salva i cani randagi e li porta a messa per trovare loro una famiglia adottiva

Laura De Rosa

Photo Credit: Facebook

 

 

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Seggiolini anti-abbandono: calmi tutti! Il Ministro disposto a rinviare le sanzioni

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Novità importanti sulla legge che obbliga i genitori a installare i dispositivi anti abbandono, la ministra delle Infrastrutture e dei trasporti, Paola De Micheli, in un video pubblicato il 7 novembre, ha rassicurato i genitori in merito all’applicazione immediata delle sanzioni dichiarando che presto ci sarà un emendamento per prorogare l’entrata in vigore delle multe.

Nel video la ministra ha infatti dichiarato rivolgendosi ai genitori:

“Mi preme rassicurare le mamme e le famiglie sull’urgenza di questo dispositivo e sulle “multe” per chi non è ancora dotato di questo strumento: il ministero che rappresento è qui per tutti i chiarimenti e c’è la disponibilità del governo e dell’intera maggioranza a intervenire per posticipare l’applicazione delle sanzioni.”

Come già spiegato, la data prevista per l’obbligo di dotazione di seggiolini con dispositivo anti-abbandono per i bambini fino ai 4 anni di età è stata fissata al giorno stesso dell’entrata in vigore, il 7 novembre 2019, un fraintendimento che ha suscitato il caos tra i genitori, costretti a provvedere all’acquisto nell’immediato anziché entro il 6 marzo 2020, ovvero entro 120 giorni dall’entrata in vigore.

Per questo la ministra si è dichiarata disposta a posticipare eventuali sanzioni pur definendo la misura, approvata da tutti i partiti, “sacrosanta e di civiltà”, e condannando fermamente chi l’ha definita ennesima “tassa sulle famiglie“.

A proposito del rimborso di 30 euro previsto per la spesa sostenuta, la ministra specifica che è bene conservare le ricevute di acquisto, nonostante ancora non si abbiano informazioni precise sui tempi e sulle modalità di restituzione.

Le sanzioni previste in caso di assenza del seggiolino anti abbandono, per ora, vanno sempre dagli 83 euro ai 333 euro, secondo quanto riporta la Gazzetta Ufficiale. Ma come premesso, a breve uscirà un emendamento per prorogarne l’entrata in vigore. Speriamo al più presto!

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Laura De Rosa

 

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Speaking truth to power: the UN experts fighting for global human rights

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Special Rapporteurs often find themselves caught in the crosshairs of international and domestic politics. Independent of governments and institutions – including the UN’s Human Rights Council, which appoints them – they occupy a unique investigative role that allows them to shine a light on alleged violations perpetrated across the world.

L’Esercito di Terracotta: in mostra a Milano l’ottava meraviglia del mondo

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L’Esercito di Terracotta sbarca a Milano. Qui, alla Fabbrica del Vapore di via Procaccini, da oggi fino al 9 febbraio 2020 è possibile visitare l’esposizione più completa mai creata sulla necropoli, sulla vita del Primo Imperatore Qin Shi Huangdi e sull’Esercito di Terracotta, ottava meraviglia del mondo.

Una delle più grandi scoperte archeologiche del ventesimo secolo e oggi perfettamente restituita agli occhi dei visitatori in un viaggio straordinario nell’Antica Cina di 2.200 anni fa in un posto davvero suggestivo, tra più di 300 riproduzioni tra statue, carri, armi, oggetti scoperti nella necropoli.

La mostra nel quadrante della Fabbrica del Vapore assume un significato intimo e particolare anche grazie alla vicinanza con il Cimitero Monumentale, simbolo di spiritualità in grado di richiamare la sacralità e la forza del famoso Mausoleo che ospita le sculture in Cina.

Sotterrato nel suolo dello Xi’An, nella Cina orientale, l’esercito fa infatti parte del mausoleo intitolato all’Imperatore.

Tutto ciò che è presente nella mostra, dalle statue alle armi e alle armature, dai carri da guerra fino ad arrivare al vasellame e a diversi oggetti che richiamano alla vita quotidiana dell’antica Cina, sono ricavati dagli unici calchi esistenti, frutto del lavoro degli artigiani cinesi della regione dello Xi’An, che portano avanti la grande tradizione dell’arte orientale.

La mostra è alla Fabbrica del Vapore di via Giulio Cesare Procaccini 4, a Milano. Per tutte le informazioni cliccate qui.

Biglietti: info@ticketmaster.it, per gruppi o scuole rivolgetevi allo 02 6597728 oppure a info@adartem.it

Biglietti al botteghino:

  • intero: 14,50 euro
  • intero week-end e festivi: 16,50 euro
  • ridotto: studenti (17-26 anni), over 65, disabili: 12,50 euro
  • ridotto week-end e festivi: studenti (17-26 anni), over 65, disabili: 14,00 euro
  • bambini e ragazzi (dai 6 ai 16 anni): 9,00 euro
  • bambini e ragazzi (dai 6 ai 16 anni) week-end e festivi: 11,00 euro

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Germana Carillo

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I meravigliosi ritratti di Amedeo Modigliani in mostra a Livorno per il centenario della morte

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Erano i suoi ultimi momenti di vita ma lui, Amedeo Modigliani, non lo sapeva ancora e agli amici pittori diceva di voler tornare nella sua Livorno per viverci insieme all’amata Jeanne. Non ci riuscì perché nel 1920, a soli 35 anni, la tubercolosi se lo portò via.

Qui iniziò a formarsi studiando i Macchiaioli, qui si ammalò per la prima volta gravemente, qui guarì prima di partire per Parigi. Ed ecco perché, per il centenario della morte, Livorno è così emozionata di riportarlo a casa ospitando nel nuovo Museo della Città 26 delle sue più famose opere tra disegni e dipinti, e un centinaio di capolavori dell’Ecole de Paris, appartenuti a Jonas Netter e Paul Alexandre, due importanti collezionisti che hanno accompagnato l’artista nel suo percorso di vita.

La mostra, intitolata “Modigliani e l’avventura di Montparnasse“, curata da Marc Restellini e coordinata da Sergio Risaliti, è iniziata ieri 7 novembre e continuerà fino al 16 febbraio 2020.

Della collezione di Jonas Netter ci sono il ritratto Fillette en Bleu, il ritratto di Chaïm Soutine, il ritratto Elvire au col blanc, il ritratto Jeune fille rousse. Mentre dei 12 disegni provenienti dalla collezione Alexandre, saranno visibili alcune Cariatidi.

Per non parlare delle opere dell’Ecole de Paris, tra cui capolavori di Chaïm Soutine, Maurice Utrillo, Suzanne Valadon e molti altri artisti conosciuti personalmente da Modigliani o appartenenti alla generazione successiva.

Il sindaco di Livorno, Luca Salvetti, si è dichiarato felicissimo di riaccogliere “Dedo“, come veniva chiamato Modigliani, nella sua città natale:

“Ci siamo. Dedo è tornato nella sua Livorno ed è stato accolto trionfalmente.
E questo è solo l’inizio!

Emozione, gioia, fermento, telecamere, macchine fotografiche, i colori: il giallo, l'azzurro, il verde, parole francesi,…

Pubblicato da Luca Salvetti su Mercoledì 6 novembre 2019

E l’assessore alla cultura Simone Lenzi ha dichiarato su Twitter:

“Mentre finivano di appendere le sue opere al Museo di Città, ammetto di essermi messo a piangere. Benvenuti tutti quelli che vorranno vedere #Modigliani a #Livorno, dal 7 novembre.
Ma già da oggi, bentornato a casa, Dedo.”

Chi era Amedeo Modigliani

Nato a Livorno il 12 luglio 1884 da una famiglia ebraica, Amedeo Modigliani era l’ultimogenito di 4 figli. Non nacque in un momento felice ma mentre la sua famiglia aveva gravi problemi economici a causa dell’azienda del padre in bancarotta.

Grazie alla madre riuscirono comunque a sopravvivere e fu sempre lei a occuparsi dell’istruzione dei figli, soprattutto di quella di Amedeo, che purtroppo aveva spesso problemi di salute talmente gravi da costringerlo frequentemente a stare in casa.

Già da piccolo Modigliani dimostrò passione per il disegno e più avanti riuscì a farsi mandare a lezioni di pittura da Guglielmo Micheli, allievo di Giovanni Fattori, uno dei pittori più famosi di Livorno.

Man mano frequentò diverse scuole d’arte, finché nel 1906 non decise di raggiungere Parigi. Si sistemò al Bateau-Lavoir, una comune per artisti squattrinati di Montmartre. Ben presto il suo stile divenne inconfondibile e l’artista iniziò a produrre i suoi tipici ritratti che con pochi tratti riuscivano a cogliere l’essenza dei soggetti raffigurati.

La sua prima mostra personale arrivò nel 1917 alla Galérie Berthe Weill dove i suoi nudi scandalizzarono il capo della polizia di Parigi. Nel frattempo l’artista si innamorò di Jeanne, una pittrice con cui si trasferì in Provenza.

Nel 1019 decise di tornare a Parigi per vivere con l’amata, ma si ammalò, e nel 1920 morì di tubercolosi. Jeanne, incinta del secondo figlio, si suicidò il giorno dopo.

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Laura De Rosa

Photo Credit: Facebook

 

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Il triste spettacolo dell’elefante e degli altri animali ‘parcheggiati’ nel circo Orfei a Brescia

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Leoni, giraffe, tigri e altri animali esotici chiusi in gabbie prive di qualsiasi stimolo, in recinti collocati direttamente sul cemento a ridosso di una strada trafficata, sottoposti al rumore della città e a continui disturbi, anche da parte dei passanti.

Gli attivisti dell’associazione Essere Animali hanno ripreso per diversi giorni le condizioni in cui sono costretti a vivere gli animali detenuti dal circo Maya Orfei, che in questi giorni ha occupato un piazzale nella città di Brescia.

Immagini strazianti che mostrano la sofferenza e i livelli di stress e di frustrazione di questi poveri animali. Un elefante, ad esempio, mette in atto evidenti comportamenti stereotipati dondolando continuamente la testa, segno di malessere provocato dalla condizione di cattività in cui è costretto a vivere.
L’unico stimolo per il pachiderma è infatti quello di raggiungere con la proboscide i rami degli alberi presenti nel piazzale per cibarsi delle foglie.

“Gli animali sono esposti alla vista delle persone per stimolare la partecipazione agli spettacoli, facendo leva sulla comprensibile meraviglia che si prova nel vederli.
Ma per gli animali il circo non è spettacolare, sono imprigionati in un mondo che non è il loro, in cui sono impossibilitati a soddisfare molte esigenze etologiche, se non quelle limitate alla stretta sopravvivenza. E’ desolante vedere un elefante, un animale maestoso appartenente ad una specie in via d’estinzione, ridotto in questo stato”, affermano i responsabili di Essere animali in una nota.

Purtroppo non è la prima volta che vengono documentate situazioni del genere e l’associazione chiede al Governo e al Ministro Franceschini di trovare una soluzione affinché vengano dismessi gli animali utilizzati nei circhi.

“Chiediamo al Governo e al Ministro Franceschini di concretizzare con urgenza gli impegni per il divieto di utilizzo di animali nei circhi.
Due terzi dei paesi UE hanno già emanato misure in questa direzione e in Italia l’opinione pubblica è largamente a favore di un circo senza animali.
Solo pochi giorni fa il Consiglio regionale della Campania ha approvato una mozione a sostegno della dismissione degli animali nei circhi”, concludono i responsabili dell’organizzazione

Come sottolineato anche dalla Federazione dei Veterinari Europei nel documento “Posizione FVE sui circhi itineranti” adottato nel 2015,

“non esiste un beneficio di carattere educativo, di ricerca e di conservazione derivante dall’utilizzo dei mammiferi selvatici in circhi con animali che possa giustificare il loro utilizzo.
Questi animali hanno lo stesso patrimonio genetico dei loro simili viventi in natura e conservano le loro forme comportamentali istintive e i loro bisogni.
I bisogni degli animali non addomesticati, cioè i mammiferi selvatici, non possono essere riflessi nei circhi itineranti, specialmente per quanto riguarda il loro collocazione ambientale e per quanto riguarda la possibilità che esprimano dei comportamenti naturali.”

Ci auguriamo di cuore che i nostri politici prendano in considerazione le richieste di Essere animali e che approvino al più presto la legge che vieta l’uso degli animali nei circhi, una pratica obsoleta e inutile che arreca solo danni a poveri animali senzienti e privi di colpe.

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Tatiana Maselli

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La Morna, genere musicale tipico di Capo Verde, diventa Patrimonio dell’Umanità per l’Unesco

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Il genere musicale “Morna“, tipico di Capo Verde, caratterizzato da temi ricorrenti come la malinconia, la nostalgia, l’amore, è diventato ufficialmente Patrimonio immateriale dell’Umanità.

Lo ha annunciato su Facebook il ministro della cultura capoverdiano Abraham Vicente:

“Cari capoverdiani, ho la fortuna, l’onore e il privilegio di informarvi che oggi il comitato tecnico di esperti dell’UNESCO ha approvato il genere Morna come Patrimonio dell’Umanità. La decisione sarà rettificata a dicembre” in Colombia” ma la nazione può già festeggiare: la Morna è già un Patrimonio dell’Umanità”.

MORNA APROVADA: PATRIMÓNIO DA HUMANIDADECar@s caboverdian@s, tenho a sorte, a honra e o privilégio de vos comunicar…

Pubblicato da Abraão Vicente su Giovedì 7 novembre 2019

La candidatura era stata presentata da Capo Verde nel marzo dello scorso anno ed è stata approvata dall’Unesco, che dovrebbe renderla pubblica tra il 9 e il 14 dicembre a Bogotà, in Colombia.

Una bella soddisfazione anche per lei, Cesária Évora, una delle più grandi cantanti di Morna, sicuramente la più famosa a livello internazionale, soprannominata la “diva a piedi nudi”, scomparsa nel 2011.

Cesária conobbe gli stili musicali tradizionali di Capo Verde da adolescente grazie a un marinaio, e fu così che iniziò a cantare quella musica malinconica e lenta nei locali. Raggiunse presto la fama nel suo paese ma poi, per una decina di anni a causa di problemi personali, economici e politici, vista la situazione critica di Capo Verde, rinunciò alla sua vocazione.

Dopo quelli che chiamava “dieci anni oscuri“, un esule capoverdiano la incoraggiò a riprendere la carriera, aiutandola a fare concerti in Portogallo. Trasferitasi a Parigi, registrò un nuovo album e la canzone “Sodade” fu un successo, portandola pian piano alla fama internazionale.

Il genere musicale Morna: origini e caratteristiche

Questo genere musicale è tipico di Capo Verde, considerato la sua musica nazionale, tradizionalmente suonato con strumenti come il cavaquinho, il clarinetto, la fisarmonica, il violino, il piano e soprattutto la chitarra, chiamata localmente “violão“.

Il tempo è lento, le composizioni monotonali, ovvero composte da un’unica tonalità, e i testi hanno strofe musicali alternate a un ritornello. Gli argomenti protagonisti sono l’amore, la saudade (nostalgia), la partenza, la terra, il mare.

Secondo la tradizione orale la Morna si diffuse per la prima volta nell’isola di Boa Vista nel XVIII secolo, per poi diffondersi in tutte le altre isole. Ma fu solo nel XX secolo che il genere acquisì il carattere romantico di oggi, grazie al poeta Eugénio Tavares.

Man mano negli anni la Morna si è evoluta e oggi i compositori contemporanei la rivisitano in modi originali, fondendola talvolta con altri generi. E ora finalmente il suo valore è stato riconosciuto anche dall’Unesco.

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Laura De Rosa

Photo Credit: facebook

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Il virus messo a punto dagli scienziati in grado di uccidere tutti i tipi di tumore

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Un gruppo di scienziati ha progettato e sviluppato una nuova cura per il cancro basata sull’utilizzo del virus del vaiolo bovino per sconfiggere le cellule tumorali. Il virus ingegnerizzato funzionerebbe su ciascun tipo di tumore e la società che lo ha messo a punto ha fatto sapere che sta per iniziare la sperimentazione sull’uomo.

L’uso di virus nella lotta ai tumori non è una novità recente: la capacità da parte dei virus di uccidere le cellule tumorali è nota già dai primi del ‘900, quando si scoprì la remissione di forme tumorali nelle persone vaccinate contro la rabbia.

Nel corso degli anni, diversi virus sono stati studiati in oncologia. Ad esempio, una forma modificata del virus che provoca l’herpes labiale è stata testata nel trattamento del melanoma, dimostrando di essere in grado di sostenere il sistema immunitario a riconoscere e distruggere le cellule malate all’interno dell’organismo.
Allo stesso modo, alcuni ricercatori statunitensi hanno scoperto che il virus che causa il raffreddore, opportunamente modificato, potrebbe essere utilizzato per combattere forme tumorali al cervello.

Spesso però, i virus usati per uccidere i tumori funzionano solo su alcuni tipi di cancro oppure risultano troppo tossici e non utilizzabili sull’uomo.

Questo nuovo trattamento, chiamato CF33, ideato dal Professor Yuman Fong e sviluppato dalla società biotecnologica australiana Imugene, sembra invece essere sicuro ed efficace verso qualsiasi forma tumorale.

Il virus ingegnerizzato, una volta iniettato nell’organismo, sembra essere in grado di stimolare il sistema immunitario a riconoscere le cellure tumorali, oltre a infettare le cellule malate e distruggerle, il tutto con effetti collaterali minimi.

Meccanismo d’azione del trattamento CF33. Fonte Imugene.

Al momento la nuova cura ha dimostrato di essere in grado di ridurre tutti i tipi di tumore nei topi, ma il fatto che sia efficace sui roditori non significa che possa esserlo anche sull’uomo.

Sono dunque necessari studi clinici sull’uomo, per testarne l’efficacia: a partire dal prossimo anno dovrebbe iniziare la sperimentazione sull’uomo contro il cancro alla mammella e altri tipi di tumori, tra cui il melanoma, il carcinoma polmonare, e tumori che interessano la vescica e il tratto gastrointestinale. Questa fase sarà necessaria anche per capire se le cellule tumorali finiscano poi per generare una resistenza al virus, esattamente come succede con gli attuali trattamenti.

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Tatiana Maselli

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