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Meteo, arriva il caldo con anticiclone da record, ma per il weekend torna la pioggia

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Nuova riscossa del caldo anticiclone: in Italia negli ultimi giorni la situazione climatica è abbastanza stabile con temperature, però,  superiori rispetto alle medie stagionali invernali.

Fatta eccezione per le zone insulari, infatti, la pressione atmosferica è in risalita in tutta Italia a causa di un “colossale anticiclone da record” , come riporta Il Meteo.it.

Si tratta dell’Anticiclone delle Azzorre proveniente dall’Europa Centrale, che sta colpendo soprattutto la Gran Bretagna, Paesi Bassi e Germania ma ha virato anche sulla nostra Penisola. Di proporzioni da record per forza ed estensione già nei giorni scorsi i valori di pressione al suolo hanno raggiunto oltre i 1050 hPa e in Italia potrebbero toccare i valori straordinari tra i 1035 e 1045 hpa.

Rimonta l'alta pressione.
Previsioni #meteo su @radiokisskiss al #PippoPeloShow pic.twitter.com/YFkxtgMwMi

— 3B Meteo (@3BMeteo) January 21, 2020

Fino all’arrivo del fine settimana assisteremo quindi a valori in aumento, con sole e temperature in rialzo già dalla giornata di domani,  mercoledì 22 gennaio:

“Tra mercoledì 22 e giovedì 23 l’alta pressione dominerà praticamente indisturbata su tutto il Paese, dispensando tanto sole e temperature massime in aumento, soprattutto al Centro-Sud.”

#meteo #20gennaio: #europa occupata da un colossale anticiclone da record. conseguenze anche in #italia. ecco qualihttps://t.co/XQ3KE7IDtO pic.twitter.com/9j9e0bnx2h

— IL METEO.it (@ilmeteoit) January 20, 2020

Quali sono le conseguenze per l’Italia?

L’alta pressione presente nel Centro Europa avrà, quindi, dirette conseguenze sulla nostra Italia. Le temperature saranno in aumento, non si prevedono piogge ma un clima abbastanza soleggiato su tutta la Penisola. L’unica eccezione sarà la Sardegna, dove la situazione climatica sarà invece abbastanza instabile, con piogge e rovesci sparsi determinati dalla vicinanza a un vortice proveniente dalla Spagna.

Ma a partire dal fine settimana al caldo e al sole seguirà pioggia e vento a causa di una perturbazione atlantica. Già dalla giornata di venerdì 24 gennaio avremo un peggioramento del meteo, che procederà da Nord a Sud. Interesserà inizialmente tutto il Nord Italia, in particolare l’Emilia Romagna per poi scendere verso il Centro e su tutto il Meridione nella giornata di domenica 26 gennaio, in Calabria, Basilicata e Puglia.

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Fonte foto Il Meteo.it

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Scimmie incatenate, vestite e truccate ad hoc costrette a esibirsi in terribili spettacoli per i turisti

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Chi ama gli animali non resterà indifferente di fronte alla visione di queste immagini angoscianti che arrivano dalla Thailandia. Un gruppo di scimmie è stato filmato nella struttura turistica Chang Puak a Ratchaburi, a ovest del paese, mentre si esibiva per i visitatori.

Le povere scimmie sono state truccate, costrette in abiti scintillanti, legate a una catena e obbligate a compiere acrobazie.

Alcuni animali vengono costretti a saltare in un cerchio, altri devono far roteare un bastone infuocato, altre ancora sono addestrate per giocare con una palla o a fingere di cantare e suonare. Splendidi animali, intelligenti e senzienti, vengono così umiliati per far divertire i turisti.

“Le scimmie non scelgono di camminare sulle zampe posteriori, indossare abiti, andare in bicicletta o eseguire altri gesti insignificanti e umilianti – hanno semplicemente imparato a temere cosa succederà se non lo fanno”, ha commentatocommentato Jason Baker dell’associazione animalista PETA.
Secondo l’associazione, alle scimmie sono stati estratti i denti, per impedire loro di difendersi o di reagire in modo aggressivo nei confronti degli addestratori o dei turisti.

La Thailandia è una delle destinazioni turistiche più famose al mondo, in cui troppo spesso gli animali subiscono vere e proprie torture per intrattenere i visitatori.
Molti esemplari vengono catturati in natura, strappandoli alle loro madri poco dopo la nascita per poi obbligarli a una vita di schiavitù e ad addestramenti durissimi, che causano loro enormi sofferenze.

PETA ha chiesto alle compagnie di viaggio di boicottare le strutture che organizzano spettacoli simili.

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I Queen sono la prima band ad essere raffigurata sulle monete inglesi

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Lo sapevate che non è mai esistita una moneta britannica dedicata a una band? Ebbene, questo primato se lo aggiudicano i Queen. La Zecca del Regno Unito ha infatti emesso alcune monete da collezione dedicate a Freddy Mercury e soci.

La nota stampa che ha accompagnato l’uscita definisce la band come un gruppo di “quattro amici che hanno riscritto le regole del rock“, motivo per cui si è deciso di omaggiarli con una collezione ad hoc, che celebra queste superstar globali, re del rock britannico.

La moneta commemorativa è uscita ieri, 20 gennaio 2020, su un lato riporta la scritta “Queen” accompagnata da note e strumenti suonati dai componenti del gruppo, dall’altro nientepopodimeno che sua maestà la Regina Elisabetta II.

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Four friends who rewrote the rules of rock. The first coin in our Music Legends Collection celebrates British rock royalty and global superstars – Queen! The first band to feature on a UK coin, click the link in our bio to add a special kind of magic to your collection. . . . @rogertaylorofficial @brianmayforreal @officialqueenmusic #Queen #BrianMay #RogerTaylor #Music #Coins #Band #Bands #CoinCollector #CoinCollecting #Numismatist #Numismatists #RockBand #RocknRoll #MusicLegends #TheRoyalMint #RoyalMint #Coin #Mint

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Il chitarrista dei Queen, Brian May, si è emozionato per l’importante omaggio e su Instagram ha scritto:

“Queen e Queen su una moneta ?? È uno di quei momenti “Chi mai l’avrebbe mai immaginato sulla Terra?”! E siamo fortunati ad averne tanti!!! Cosa direbbero mia mamma e mio papà? Questa è roba da sogni folli!! Bene, grazie alla Royal Mint per questo onore !!! Bri”.

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Queen and the Queen on a coin ?? It’s one of those “Who on Earth would have imagined it?” moments ! And we are fortunate to have so many !!! What would my Mum and Dad say ? This is the stuff of crazy dreams !! Well, thanks Royal Mint for this honour !!! Bri

A post shared by Brian Harold May (@brianmayforreal) on Jan 21, 2020 at 12:02am PST

E il batterista del gruppo, Roger Taylor, ha commentato:

“La prima volta che una band appare su una moneta britannica. Davvero cool!”

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The first time a band have appeared on a UK coin. Pretty cool, hey! @officialqueenmusic @brianmayforreal @royalmintuk More details over at Queenonline.com

A post shared by rogertaylorofficial (@rogertaylorofficial) on Jan 20, 2020 at 2:03am PST

Le monete hanno prezzi che partono da 13 sterline (16,87 dollari), le più economiche, mentre edizione argento e oro sono più costose. L’edizione oro viene 2100 sterline (2725 dollari). Si possono acquistare sul sito della Royal Mint.

Davvero un riconoscimento importante che la storica band si merita assolutamente!

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Photo Credit: Instagram

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Tumore alla vescica: più di 6 mila casi in Europa sono associati all’acqua di rubinetto contaminata

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Il processo di disinfezione dell’acqua potrebbe dar vita a contaminanti che possono provocare tumori alla vescica. I risultati di uno studio.

Il processo di disinfezione dell’acqua potrebbe dar vita a contaminanti che possono provocare tumori alla vescica. È il nuovo scioccante dato che emerge da una ricerca spagnola secondo cui il 5% dei casi di questo tipo di cancro (oltre 6mila) in Europa sarebbe da attribuire proprio all’esposizione prolungata a sostanze come trialometani o cloroformio (e non solo). E molti di questi casi potrebbero essere evitati se si rispettassero i limiti di legge. Ma come siamo messi in Italia?

Insieme a bromodiclorometano, dibromoclorometano e bromoformio, sono tutti di elementi che si trovano nell’acqua di rubinetto, o meglio sottoprodotti dei sistemi per la disinfezione a base di cloro. Elementi che, sia chiaro, non pongono in essere una diretta relazione di causa-effetto: essi, infatti, possono provocare danni solo laddove venga meno il controllo sui reattivi chimici e sui prodotti di smaltimento.

A chiarirlo è lo studio coordinato dall’Institute for Global Health di Barcellona, pubblicato su Environmental Health Perspectives, che, per la prima volta, ha preso in esame la presenza di questi composti nell’acqua potabile di 26 Paesi dell’Unione europea, correlandoli con l’incidenza del tumore alla vescica, che risulta tra più frequenti.

Ebbene, secondo i dati, i trialometani rappresenterebbero un fattore di rischio per 6.500 casi ogni anno, e 2.900 di questi potrebbero essere evitati se i Paesi rispettassero i limiti europei.

Cosa sono i trialometani? Sono dei composti chimici che si formano durante la disinfezione con cloro o con disinfettanti clorurati a causa la reazione tra cloro e la materia organica contenuta nell’acqua. Secondo la IARC (International Agency for Research on Cancer), queste sostanze sono inserite nelle classi 2B (possibili cancerogeni) e 3 (sospetti cancerogeni, esiste il dubbio, ma le prove non sono sufficienti).

Lo studio

I ricercatori, tra i quali anche due italiani dell’Università di Modena e Reggio Emilia, hanno analizzato i valori di trialometani nelle acque municipali registrati nei monitoraggi di routine tra il 2005 e il 2018 e hanno poi correlato i livelli con l’incidenza del tumore della vescica, arrivando infine al numero dei casi che sono potenzialmente attribuibili a questi contaminanti. Il livello medio di trialometani è risultato di 11,7 microgrammi per litro (il limite europeo per alcuni di questi è di 30 microgrammi per litro).

Nello specifico, l’Italia presenta l’1,2% di casi di tumore alla vescica da attribuire al contatto con i trialometani, pari a 336 casi all’anno. Cipro (23%), Malta (17%), Irlanda (17%), Spagna (11%) e Grecia (10%) sono le nazioni con il maggior numero di casi di cancro alla vescica associato alle sostanze chimiche dannose. Mentre le popolazioni meno esposte alla contaminazione risultano essere quelle di Danimarca (0%), Paesi Bassi (0.1%), Germania (0.2%), Austria (0.4%) e Lituania (0.4%).

Tornando al nostro Paese, qui si parla di un valore medio di trialometani di 3,1 microgrammi ogni litro e di 1,2% di casi di tumore alla vescica potenzialmente attribuibili all’esposizione a questa sostanze che si trovano nell’acqua potabile. In numeri, si tratta di 336 casi sui quasi 30mila che si verificano ogni anno.

In definitiva rimane, chiariscono gli studiosi, solo il fumo di sigaretta tra le principali cause di tumore della vescica. Ciò per dire che l’acqua del rubinetto d’ora in poi non va demonizzata, ma sicuramente va posta maggiore importanza al monitoraggio e a un miglioramento continuo della qualità delle acque potabili.

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Arriva l’olio extravergine d’oliva spalmabile anti-Xylella, ideato da una giovanissima salentina

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Una giovanissima salentina ha creato l’olio extravergine d’oliva spalmabile. La sua personale idea green per rilanciare un territorio martoriato dalla Xylella.

Parliamo del prodotto lanciato da Paola Melcarne di Guagnano del Capo che le è valso la finale nazionale all’Oscar Green 2020 di Coldiretti, iniziativa che premia l’ingegno di giovani italiani e le loro originali creazioni, volte a rilanciare in un’ottica di sostenibilità, modernità ma anche tradizione i prodotti agricoli del nostro territorio.

Si tratta di uno speciale olio extravergine d’oliva che si presenta sotto forma di prodotto spalmabile, ottenuto grazie all’utilizzo di cera d’api. Una nuova versione di olio cremosa, di color verde intenso ma anche saporita, da poter utilizzare ad esempio sul pane per preparare una merenda genuina e tradizionale ma anche come condimento in generale.

Si tratta sostanzialmente di un olio extravergine da spalmare un po’ come si farebbe con del burro a temperatura ambiente. Un’idea nata anche dal desiderio di fare ricerca e ideare qualcosa di nuovo per fronteggiare i danni creati all’agricoltura locale dalla Xylella.

La crema d’olio, precisamente denominata spalmabile all’olio d’oliva, prodotta dall’azienda agricola Melcarne Forestaforte, ha una consistenza e aspetto che ricorda un po’ quello del miele cristallizzato e il riferimento alle api non è casuale dato che il prodotto finale si ottiene proprio con l’aiuto della cera d’api.

Paola ha deciso di formarsi all’estero così da poter prendere meglio in futuro le redini dell’azienda del padre e, visti i risultati, è riuscita brillantemente nell’impresa tanto da essersi distinta per la nascita della nuova originale versione di olio evo che ha vinto il premio nella categoria Sostenibilità degli Oscar Green.

Un ottimo traguardo per questa ragazza che non ha ancora 20 anni!

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Il Lussemburgo mette al bando il glifosato. Sarà il primo paese europeo a farlo davvero?

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Il Lussemburgo si sta preparando a vietare l’uso del glifosato in agricoltura e a diventare così il primo paese europeo libero da questo pericoloso erbicida.

Ad annunciare la notizia è il Ministro dell’agricoltura, Romain Schneider, promettendo una graduale riduzione dell’uso del glifosato nei prossimi mesi per arrivare a un divieto totale del pesticida su tutto il territorio nazionale a partire dal 1° gennaio 2021.

Gli step che porteranno il Lussemburgo a liberarsi dal glifosato prevedono l’iniziale revoca dell’autorizzazione all’immissione in commercio dei prodotti fitosanitari contenenti il principio attivo dal 1o febbraio 2020. Fino al 30 giungo sarò poi concesso l’uso glifosato per consentire agli agricoltori di esaurire le scorte del prodotto. Seguirà un ultimo periodo di tolleranza per l’uso del glifosato fino al 31 dicembre, dopodiché scatterà il divieto.

Già nel 2018 il governo del Lussemburgo aveva dichiarato l’intenzione di bandire l’uso del glifosato e aveva offerto un sussidio alle aziende disposte a rinunciare all’erbicida. Oltre la metà degli agricoltori del paese ha fatto richiesta per ricevere tale sussidio, dimostrando la volontà di voler sostituire il glifosato con rimedi meno pericolosi e impattanti sulla salute umana e sull’ambiente.

Visto l’entusiasmo degli agricoltori, e in particolare dei viticoltori, che stanno volontariamente rinunciando all’uso del glifosato, il governo non vede motivi per non vietare questo controverso erbicida con l’obiettivo di ridurre in modo significativo l’uso di tutti i fitofarmaci ritenuti dannosi per l’ambiente o per la salute umana, in accordo con il PAN, il Piano d’azione nazionale per la riduzione dei prodotti fitosanitari.

Il PAN infatti, punta a ridurre del 50% l’uso di prodotti fitosanitari entro il 2030: Schneider è convinto che vietare il glifosato sia un passo decisivo verso un approccio sostenibile, moderno ed ecologico in agricoltura.

Dopo il fallimento degli altri paesi, tra cui Francia e Austria, che avevano annunciato il divieto d’uso del pericoloso pesticida per poi fare marcia indietro, ora è dunque il Lussemburgo a cercare di liberarsi del glifosato e a diventare il primo paese glifosato-free dell’Unione.

Secondo Schneider, questa decisione potrà portare altri paesi europei a prendere provvedimenti simili, anticipando l’entrata in vigore del divieto europeo, prevista per il 15 dicembre 2022

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È la Giornata mondiale degli abbracci: coccoliamoci di più non solo oggi

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Il 21 gennaio, ormai da 34 anni, si celebra la Giornata mondiale degli abbracci, l’occasione giusta per ricordarci di coccolare di più chi amiamo (ma non facciamolo solo oggi!).

L’idea di festeggiare gli abbracci è nata negli Stati Uniti nel 1986 quando Kevin Zaborney pensò di dedicare un’intera giornata a questo gesto semplice ma potente con il quale ci si scambia amore e affetto un po’ tutto il mondo. E’ nato così il National Hugging Day.

Il successo dell’iniziativa è stato subito chiaro e si è esteso al di fuori degli Usa, del resto chi non ama ricevere o donare un abbraccio? La scelta della data non è casuale, proprio ieri è stato il Blue Monday, ossia il lunedì più triste e nero dell’anno (come vi abbiamo spiegato in realtà nient’altro che una bufala) e regalare un abbraccio in questa giornata (una data a metà strada tra le passate festività natalizie e l’arrivo di san Valentino) sembrava il momento migliore per rinfrancare chi magari si sente un po’ triste.

Ricordiamo infatti la potenza che ha un abbraccio sia sul nostro corpo che su mente e sistema nervoso. Quando ci si abbraccia si rilascia ossitocina, ormone dell’amore, che riduce i livelli di cortisolo e dunque lo stress.

Ma i benefici di un abbraccio non si esauriscono certo qui: questo gesto d’amore ci aiuta a proteggere il corpo da infezioni e problemi cardiovascolari, aiuta le funzioni cerebrali, allevia il mal di testa, previene il raffreddore, migliora l’umore attenuando l’ansia e rinforzando l’autostima.

Dispensiamo importantissimi abbracci anche a neonati e bambini dato che li aiutano a crescere meglio e a sviluppare correttamente il cervello. E ormai in tanti l’hanno capito, c’è addirittura una scuola danese che ha inserito gli abbracci tra le materie scolastiche.

Non solo oggi. In realtà ogni giorno è quello giusto per donare un abbraccio a chi amiamo e, perché no, anche a qualche sconosciuto (tanti flash mob sono stati realizzati in passato, e non solo in occasione di questa giornata, proprio per donare abbracci per strada a chi ne aveva bisogno).

Non dimentichiamo infine di abbracciare i  nostri amici animali e i tanto preziosi alberi!

Ricordate cosa sosteneva la psicoterapeuta statunitense Virginia Satir?

“Ci servono 4 abbracci al giorno per sopravvivere. Ci servono 8 abbracci al giorno per mantenerci in salute. Ci servono 12 abbracci al giorno per crescere“.

E più a lungo vi abbracciate e meglio è. Una ricerca ha quantificato in almeno 20 secondi la durata minima di un abbraccio in modo da godere appieno di tutti i benefici che ci offre.

Datevi da fare!

Sul tema degli abbracci abbiamo scritto davvero molto se vi interessa approfondire leggete anche:

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Scienziati scoprono per caso una cellula immunitaria in grado di uccidere la maggior parte dei tumori

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Un nuovo tipo di cellula immunitaria che sarebbe in grado di sconfiggere la maggior parte dei tumori è stata scoperta per caso da un team di scienziati britannici. Un risultato che potrebbe significare un importante passo avanti nel trattamento di questa malattia.

I ricercatori dell’Università di Cardiff stavano analizzando dei campioni di sangue proveniente da una banca donatori del Galles con l’intento di trovare alcune cellule immunitarie in grado di combattere i batteri. Ma, sorpresa, hanno scoperto invece una tipologia completamente nuova di T Cell (Linfocita T).

Si tratta di una cellula immunitaria dotata di un recettore fino ad oggi sconosciuto che agisce come un uncino, aggrappandosi alla maggior parte dei tumori umani e lasciando intatte le cellule sane. Questo particolare recettore interagisce con una molecola chiamata MR1, che si trova sulla superficie di ogni cellula del corpo umano.

In studi di laboratorio, le cellule immunitarie dotate di tale recettore hanno dimostrato di uccidere il cancro ai polmoni, alla pelle, al sangue, al colon, al seno, alle ossa, alla prostata, alle ovaie, ai reni e al collo dell’utero.

Il professor Andrew Sewell, autore principale dello studio ed esperto di T Cell della School of Medicine dell’Università di Cardiff, ha affermato che è “molto insolito” trovare una cellula con così ampie possibilità per combattere il cancro e che questa scoperta potrebbe portare allo sviluppo di una terapia universale:

“La nostra scoperta solleva la prospettiva di un trattamento del cancro ‘taglia unica’, un singolo tipo di cellula T che potrebbe essere in grado di distruggere molti tipi diversi di tumori in tutta la popolazione. In precedenza nessuno credeva che ciò potesse essere possibile”

Alla domanda se quanto scoperto significava che qualcuno in Galles era, grazie alla presenza di queste cellule nel sangue, completamente immune al cancro, il Prof Sewell ha dichiarato:

“Forse. Questa cellula immunitaria potrebbe essere piuttosto rara o potrebbe essere che molte persone abbiano questo recettore ma per qualche motivo non è attivato. Non lo sappiamo ancora”

Esistono già terapie che utilizzano sapientemente le cellule immunitarie per combattere specifici tipi di cancro ma al momento sono utili solo per alcune forme di leucemia e non funzionano per i tumori solidi, che rappresentano la maggior parte dei tumori.

Questi trattamenti, noti come terapie CAR-T e TCR-T, comportano il prelievo dal paziente di cellule immunitarie che vengono poi alterate in modo da riuscire a bloccare le molecole che si trovano sulla superficie delle cellule tumorali. Le cellule vengono quindi cresciute in gran numero e iniettate di nuovo nel flusso sanguigno del paziente.

Al contrario di quanto avviene in queste terapie, la nuova cellula si attacca a una molecola sulle cellule tumorali chiamata MR1, che non varia negli esseri umani. Significa che non solo il trattamento funzionerebbe per la maggior parte dei tumori, ma potrebbe essere condiviso tra le persone, aumentando la possibilità che in futuro possano essere create banche di cellule immunitarie speciali per un trattamento immediato “pronto all’uso”.

I risultati dello studio, pubblicati su Nature Immunology, non sono stati testati ancora su pazienti, ma i ricercatori sono convinti di avere in mano “un potenziale enorme”.

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In Australia da settembre un pacchetto di sigarette costerà fino a 50 dollari

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Per combattere la dipendenza da fumo l’unica soluzione davvero efficace è un rincaro costante delle accise sul tabacco. La pensa esattamente così il Governo federale australiano, che dal prossimo 1° settembre 2020 varerà un ulteriore aumento (è già qualche anno che viene seguita questa politica) del 12,5% dei prezzi delle sigarette.

In questo modo, in Australia – che, su un altro versante, non risparmia multe salate a chi le sigarette le getta dal finestrino delle auto – i pacchetti più economici costeranno 29 dollari australiani (circa 18 euro) e quelli più costosi sfioreranno i 50 (circa 30 euro), così come anche le persone che usano tabacco sfuso non saranno immuni dall’aumento delle tasse.

Da settembre, quindi, gli australiani pagheranno uno dei prezzi più alti al mondo per un pacchetto di sigarette, grazie a quello che è – nella storia australiana – l’ottavo aumento consecutivo annuale, nel tentativo del governo di ridurre il consumo di tabacco.

Le accise sul tabacco del governo federale, infatti, sono aumentate del 12,5% per ogni anno dal 2013, più un ulteriore aumento del 25% nel 2010. Tuttavia, gli esperti sostengono che i prezzi così impennati non fanno altro che punire coloro che sono dipendenti e stimolano ulteriormente il mercato nero.

Se fa un lato, infatti, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) gli aumenti dei prezzi sarebbero “il modo più efficace per incoraggiare i consumatori di tabacco a smettere e impedire ai bambini di iniziare a fumare”, dall’altro il dottor Colin Mendelsohn, della scuola di sanità pubblica dell’Università del Nuovo Galles del Sud, ha precisato che gli aumenti delle tasse non stanno più avendo il grande impatto sui tassi di fumo che avevano una volta.

I dati diffusi dall’Australian Bureau of Statistics mostrano, per esempio, che il numero di adulti che fumano quotidianamente è rimasto stagnante negli ultimi anni, diminuendo solo dello 0,7% tra il 2014-15 e il 2017-18. Le cifre sono precipitate dal 23,8% nel 1995 al 13,8% nel 2017-18.

Tradizionalmente abbiamo sempre saputo che aumentare le tasse riduce una volta il fumo. Ma una volta arrivato a questo livello, le persone che sono dipendenti diranno: ‘Non ho altra scelta che devo continuare a fumare comunque’. Non c’è più il vantaggio. Tutto quello che si sta facendo è punire i fumatori dipendenti che non riescono a smettere e stimolare il mercato nero”.

The relentless rise in tobacco excise continues

Great for government coffers
Not so great for addicted low-income smokers who are unable to quit and their families
Sorry you can't #vape instead because it is bannedhttps://t.co/4U4W6dOIeB

— Colin Mendelsohn (@ColinMendelsohn) January 20, 2020

Gli ha fatto eco, Abby Smith, direttrice della campagna anti-fumo del Cancer Council della Tasmania, che quando la misura era entrata in vigore aveva dichiarato che “chi fuma almeno un pacchetto al giorno arriverà a spendere 10 mila dollari australiani all’anno”.

A riprova del fatto che, probabilmente, prevedere in un Stato un aumento delle tasse non è sempre e solo l’unica via da seguire per garantire la buona salute dei propri cittadini.

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Il papà scienziato e l’esperimento con la figlia per dimostrare l’importanza di lavarsi le mani

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Daniel Filho è uno scienziato originario di Bahia che, insieme a sua figlia, ha portato avanti un esperimento per dimostrare l’importanza di lavarsi le mani.

Daniel è convinto che sia fondamentale esercitare scienza e pensiero critico anche casa dato che sono essenziali per l’apprendimento a lungo termine. Ha lanciato così su Facebook una sfida ai suoi amici con l’hashtag #CiênciaComeçaEmCasa, la scienza comincia in casa.

L’idea è quella di fare esperimenti scientifici di vario genere a casa con i propri figli o parenti, condividendo e discutendo poi i risultati. E ovviamente ha iniziato per primo. Il papà ha condotto un esperimento con sua figlia Maya con lo scopo di dimostrare in maniera molto evidente l’importanza di lavarsi le mani.

Per eseguire l’esperimento, Daniel ha separato quattro fette di pane integrale chiudendo ciascuna in un sacchetto con chiusura lampo. Per tutto il giorno sua figlia ha colorato con le matite, ha giocato sul pavimento e ha mangiato, tutto senza lavarsi le mani, per circa due ore. Poi, con una mano sporca, Maya ha toccato una di queste fette.

La mano destra è stata poi lavata con acqua e sapone e la mano sinistra invece con alcool in gel. Con una e con l’altra sono state toccate rispettivamente la seconda e la terza fetta di pane mentre la quarta è stata considerata quella di controllo, ovvero non è stata in alcun modo toccata.

Diciotto giorni dopo, sono usciti i risultati “preliminari” chiaramente visibili a occhio nudo: un’enorme colonia di microrganismi prosperava sulla fetta con sopra la scritta “Mano sporca“. Le fette rimanenti erano invece intatte.

Passaggio successivo: attendere l’arrivo di un microscopio e vedere cosa è cresciuto nel pane“, ha commentato Daniel nel suo post.

#CiênciaComeçaEmCasa Começando uma corrente pra mostrar que ciência e raciocínio crítico começam em casa e inclusive…

Pubblicato da Daniel Filho su Domenica 12 gennaio 2020

Un metodo divertente ed efficace per i bambini per imparare cosa concretamente significa toccare il cibo con le mani sporche. Non è un caso che tale esperimento sia già stato fatto anche altre volte con lo stesso scioccante risultato. Vi abbiamo parlato ad esempio della professoressa americana che aveva proposto lo stesso identico test sul pane ai suoi studenti.

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Lo stadio di San Siro potrebbe diventare ‘smoking free’ in tempi non lunghi

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Continua la battaglia del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, nei confronti del fumo. Ora il primo cittadino ha dichiarato di voler rendere anche lo stadio di San Siro un luogo “smoking free in tempi non lunghi”.

Milano ha l’ambizioso obiettivo di diventare “smoke free entro il 2030, ossia vuole estendere il divieto di fumo in strada e all’aperto in tutta la città. Per fare questo, l’amministrazione sta lavorando su una serie di provvedimenti che vietano il fumo di sigaretta in diversi luoghi pubblici.

A marzo il Consiglio comunale voterà il divieto di fumo alla fermata del tram, ma il sindaco sembra non accontentarsi e ha già annunciato la volontà di estendere il divieto anche allo stadio. Non c’è ancora una data ufficiale ma ha parlato di “tempi non lunghi”.

Questo provvedimento, come ha dichiarato il sindaco durante un evento dedicato allo stato dell’arte della riqualificazione degli ex scali ferroviari:

“è una restituzione di diritti a coloro a cui il fumo come minimo dà fastidio, probabilmente fa anche male, e non hanno possibilità di evitarlo”.

Ma si tratta anche di una forma di lotta all’inquinamento atmosferico inserito all’interno del piano aria-clima che comprende diversi altri provvedimenti tra cui la creazione di tetti verdi.

La scelta di vietare il fumo in strada e allo stadio non può che far discutere, sull’argomento è già intervenuto l’assessore all’Ambiente della Lombardia, Raffaele Cattaneo ,che si è mostrato scettico:

“Abbiamo controllato i dati, il fumo sullo smog incide in percentuale solo per l’1,9% del totale. Tutto serve, ma forse è più importante concentrarsi sul 42% dello smog determinato dal riscaldamento civile. Forse ci sono misure strutturali più efficaci e meno immaginifiche che però danno più risultati”.

In realtà esiste uno studio realizzato monitorando proprio l’aria di due strade di Milano che dimostra la presenza di una maggiore concentrazione di sostanze nocive (e dunque inquinamento) nella strada dove si fuma di più e proprio le sigarette avrebbero contribuito a questo risultato.

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Lo yoga che si insegna in Occidente alimenta ego e narcisismo?

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Lo yoga ha indubbiamente diversi effetti benefici di cui vi abbiamo più volte parlato. Alcuni studi, però, si mostrano convinti che la pratica in Occidente presenti anche qualche svantaggio, come quello di rafforzare un po’ troppo l’ego delle persone e il narcisismo.

Nel mondo, grazie alla pratica dello yoga, tante persone sono riuscite ad alleviare lo stress, migliorare le loro condizioni fisiche, aprendosi ad un maggiore grado di spiritualità e allontanandosi  almeno un po’ dal materialismo.

Lo yoga, però, almeno quello che si pratica in Occidente, presenterebbe anche dei lati poco positivi. Secondo uno studio dell’Università di Southampton, chi pratica regolarmente yoga in Occidente, sperimenta spesso un forte rinforzo dell’ego, autostima e persino tendenze narcisistiche.

Per arrivare ad affermare questo, la ricerca ha valutato 93 studenti durante 15 settimane di pratica, confermando che molti di loro rispondevano ai test di autostima in un modo vicino al narcisismo nelle 24 ore successive a ciascuna sessione di yoga. Praticamente, invece di raggiungere (o quantomeno tentare) l’unità con il divino e il vero sé, queste persone avevano visto aumentare in maniera eccessiva il proprio ego.

Come se ciò non bastasse, un secondo studio condotto su 162 persone che praticavano meditazione  si è concluso in modo identico:

“Né lo yoga né la meditazione calmano l’ego, invece lo aumentano” hanno dichiarato i ricercatori.

In questo caso, lo studio ritiene che il curioso effetto della pratica sia una conseguenza dei vantaggi dell’esercizio e delle tecniche dello yoga sul benessere percepito che ha portato i partecipanti ad avere una maggiore autostima e percezione di sé rispetto a coloro che li circondano e che magari non avevano scelto di prendersi cura del proprio corpo e della propria mente o che, secondo loro, non erano così efficienti come loro.

Questa apparente contraddizione che vive chi pratica yoga in Occidente è stata descritta dal Maestro Tibetano Chogyam Trungpa che l’ha battezzata “materialismo spirituale“.

Cioè, praticare queste tecniche senza la profondità etica, filosofica e religiosa che vi sono alla base non produce l’effetto desiderato (ossia dissolvere l’ego) ma, appunto, l’effetto contrario: lo rinforza, dando a chi pratica una falsa sensazione di aver migliorato questo aspetto.

Ciò però non vuol dire che dovremmo smettere di praticare yoga ma, semmai, fare in modo di interiorizzare meglio la nostra esperienza con esercizi e meditazioni. Ma poi queste tendenze saranno davvero colpa dello yoga o, più in generale, sono un effetto della società in cui viviamo?

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Come l’aumento delle coltivazioni di cannabis negli USA sta salvando le api. Lo studio che non t’aspetti

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Le api vanno pazze di cannabis, lo ha dimostrato un nuovo studio della Cornell University, pubblicato su Environmental Entomology, secondo il quale sempre più api “frequentano” le piante di canapa di alcune aree degli Stati Uniti, dove la produzione si è notevolmente espansa anche in seguito alla diffusa legalizzazione.

Le api, secondo i ricercatori, avrebbero trovato un po’ di sollievo in queste coltivazioni riprendendosi dallo stress subito a causa della perdita del loro habitat naturale, dovuto alla progressiva espansione dell’agricoltura intensiva su larga scala, che ha sia influito sulla diminuzione della diversità vegetale che introdotto un largo impiego di pesticidi chimici e insetticidi, agenti patogeni e parassiti persistenti.

Le coltivazioni in questione, in rapida espansione nel panorama agricolo americano, sono quelle di canapa industriale, la Cannabis sativa, che offre una risorsa floreale unica per le api nei paesaggi agricoli, e che ha supportato ben 16 diverse specie di api:

“Abbiamo identificato tutti i visitatori di api a livello di specie e abbiamo scoperto che la canapa ha supportato 16 diverse specie di api.”

Queste coltivazioni sono impollinate solo dal vento e la canapa non ha nettare ma produce in abbondanza polline durante un periodo di carenza floreale nei paesaggi agricoli, a fine estate, polline di cui le api in questione vanno pazze.

I ricercatori hanno compreso che la canapa ha il potenziale, quindi, per rappresentare una risorsa nutrizionale fondamentale per una variegata comunità di api e che può essere utile per sostenere “i servizi di impollinazione a livello di agro-ecosistemi per altre colture nel paesaggio.”

Pertanto, con l’aumentare della coltivazione della canapa, “i coltivatori, i gestori del territorio e i responsabili politici dovrebbero considerare il suo valore nel sostenere le comunità di api e tener conto della sua attrattiva per le api nello sviluppo di strategie di gestione degli infestanti.

Insomma, la cannabis potrebbe salvare le api ed è un’ottima notizia considerato che nel 2016 le api, negli Stati Uniti, sono state dichiarate ufficialmente a rischio di estinzione, e negli ultimi cinque anni, nel mondo sono scomparsi 10 milioni di alveari, circa 2milioni l’anno e 200mila solo in Italia.

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Vittoria! Da oggi il Regno Unito vieta gli animali selvatici nei circhi

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Da oggi gli animali selvatici non potranno più essere sfruttati nelle esibizioni dei circhi del Regno Unito.

Se ne parlava ormai da diversi anni e il divieto è stato rimandato per diverso tempo, fino alla decisione definitiva dello scorso anno, quando finalmente il Dipartimento per l’ambiente, l’alimentazione e gli affari rurali (DEFRA) ha approvato Wild Animals in Circuses Act 2019.

“Questa è una pietra miliare enorme verso un mondo in cui gli animali saranno liberi di vivere la propria vita al di fuori della prigionia. I circhi che usano animali sono barbari cimeli di un’epoca passata e non hanno spazio nel 21 ° secolo”, ha commentato Sam Threadgill, direttore dell’associazione animalista Freedom for Animals.

Nel Regno Unito rimangono ormai solo due circhi che possiedono la licenza d’uso di animali selvatici, il circo Mondao e quello di Peter Jolly, che hanno un totale di sei renne, quattro zebre, tre cammelli, tre procioni, una volpe, un’ara e uno zebù. A partire da oggi né loro né altri circhi che volessero aprire in futuro, potranno far esibire questi poveri animali.

“Sebbene questo sia senza dubbio un gradito passo avanti, siamo preoccupati per il futuro di degli animali selvatici del Circo Mondao e del Circo di Peter Jolly, per non parlare degli animali domestici che sono ancora costretti a esibirsi nell’ambito di crudeli atti circensi”, ha aggiunto Threadgill.

È ormai risaputo che i circhi non sono in grado di fornire un ambiente adatto agli animali, selvatici e non. I lunghi tempi di viaggio da e verso gli spettacoli, i recinti minuscoli in cui sono costretti a vivere, la mancanza di stimoli idonei, causano agli animali un forte stress che li porta ad avere comportamenti stereotipati.
Senza contare gli abusi cui sono sottoposti durante l’addestramento, per costringere gli animali a compiere gesti per loro innaturali.

Purtroppo esistono ancora molti paesi che consentono l’uso di animali nei circhi, compresa l’Italia: sarebbe tempo di superare questa orrenda pratica che non diverte più e provoca indicibili sofferenza per esseri senzienti che meritano di vivere un’esistenza dignitosa nel loro ambiente naturale.

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Arrivano anche a Torino i pannelli pubblicitari che ‘mangiano’ lo smog

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Dopo essere già comparsi a Milano e a Roma, saranno installati presto anche a Torino alcuni speciali pannelli pubblicitari in grado di assorbire lo smog.

A partire da metà febbraio, anche Torino avrà la possibilità di eliminare parte dell’inquinamento che l’avvelena grazie all’affissione di innovativi pannelli pubblicitari. Questi, posizionati in via Garibaldi angolo via San Francesco D’Assisi, si serviranno della tecnologia The Breath che non solo assorbe ma anche distrugge le molecole di smog.

Si tratta, apparentemente, di tradizionali maxi pannelli pubblicitari, come quelli che si affiggono nelle grandi città per coprire le antiestetiche ristrutturazioni dei palazzi. In realtà, il particolare tessuto con cui sono realizzati è in grado di sfruttare il ricircolo dell’aria per catturare le particelle inquinanti che vi sono all’interno.

In pratica, grazie agli strati esterni in tessuto tridimensionale idrorepellente e a quello intermedio in fibra a carboni attivi, è possibile assorbire anidride carbonica, polveri sottili, biossido di azoto, monossido di carbonio ma anche i Cov (composti organici volatici).

Il particolare tessuto può essere installato all’aperto (appunto al posto dei tradizionali pannelli pubblicitari) ma anche al chiuso e in questo caso può assorbire fino al 40% dei fumi delle cucine e delle particelle residue di stampanti e altri strumenti tecnologici.

La stessa speciale tecnologia in grado di fare tutto da sola (ai pannelli non serve nessun tipo di attivazione esterna) è stata già utilizzata per realizzare pubblicità assorbi smog a Milano e a Roma.

Sul primo ‘The Breath’ installato a Milano dalla Urban Vision (la stessa società specializzata in restauri sponsorizzati che si occupa dell’installazione a Torino) si leggeva:

“Questa pubblicità non vende auto. Ne fa sparire 409.704 in un anno”.

Ognuno di questi maxi pannelli, infatti, è capace di assorbire l’equivalente dello smog prodotto da 409.704 automobili.

La cura del primo impianto di Torino stata affidata a Edizioni Retrò S.r.l., società del capoluogo piemontese che opera proprio nel campo dell’innovazione tecnologica e della comunicazione pubblicitaria.

‘The Breath’, nato dalla collaborazione tra Anemotech di Casei Gerola (PV) e l’Università Politecnica delle Marche, è bel progetto, tutto italiano, che ha l’ambizioso obiettivo di migliorare la qualità dell’aria delle città ma, come abbiamo detto, anche degli appartamenti e luoghi pubblici.

Un aiuto che può sembrare piccolo ma che invece potrebbe diventare determinante nella lotta all’inquinamento.

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Poco più di 2mila facoltosi possiedono la stessa ricchezza di 4,6 miliardi di persone

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Come ogni anno è uscito il report di Oxfam “Avere cura di noi sulla distribuzione della ricchezza nel mondo e purtroppo le cose non vanno affatto come dovrebbero. Il report evidenzia che poco più di 2mila milardari, per l’esattezza 2.153, possiedono la stessa ricchezza di 4,6 miliardi di persone mentre il 50% più povero ha meno dell’1%. Inoltre i 22 uomini più facoltosi del mondo hanno un patrimonio che supera la ricchezza di tutte le donne dell’Africa. Nella sola Italia, a metà 2019, il 20% più ricco deteneva circa il 70% della ricchezza nazionale.

Dati vergognosi anche in virtù del fatto che la ricchezza, secondo l’Oxfam, è risultata in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, ma solo per quell’1% di ricchi che a metà dell’anno appena trascorso deteneva più del doppio della ricchezza netta di 6,9 miliardi di persone.

Inoltre “le nuove stime della Banca Mondiale rivelano che quasi la metà della popolazione mondiale vive con meno di 5,50 dollari al giorno e che dal 2013 ad oggi il tasso di riduzione della povertà si è dimezzato.”

Un divario dovuto a un sistema economico ingiusto:

Questo grande divario è il risultato di un sistema economico iniquo che valorizza la ricchezza di pochi privilegiati – soprattutto uomini – più dei miliardi di
ore del lavoro più essenziale, ossia il lavoro di cura non retribuito e sottopagato che in tutto il mondo è svolto principalmente da donne e ragazze.

E ha quindi sottolineato che i governi di tutto il mondo sono chiamati ad agire per costruire un’economia umana “che riconosca il ruolo delle donne e valorizzi ciò che conta veramente per la società, anziché alimentare l’eterno perseguimento di profitto e di ricchezza.”

Sono soprattutto le donne a risentirne, specie quelle di gruppi emarginati, che dedicano ogni giorno una media di 12,5 miliardi di ore al lavoro di cura non retribuito e molte altre ore al lavoro retribuito con salari di sussistenza, che secondo Oxfam “aggiunge valore all’economia per almeno 10.800 miliardi di dollari“. Senza contare che a livello mondiale gli uomini possiedono il 50% di ricchezza in più rispetto alle donne e sono predominanti anche in ambito politico ed economico.

Situazione che potrebbe ulteriormente peggiorare a causa dell’invecchiamento della popolazione, dei tagli alla spesa pubblica e dei cambiamenti climatici. E ovviamente a causa di leader “forti“, sottolinea l’Oxfam, come Trump e Bolsonaro, che perseguono “programmi politici che ampliano ancora di più il divario tra chi ha e chi non ha”, come “tagli fiscali a favore dei miliardari, ostacoli alle misure finalizzate ad affrontare l’emergenza climatica, fomento del razzismo, del sessismo e dell’odio per le minoranze.

I rendimenti fuori misura dei super-ricchi crescono anche a causa del “crollo dell’imposizione fiscale sulla ricchezza e sugli utili d’impresa, derivante dalla riduzione delle aliquote impositive e da deliberati abusi fiscali.”

Come cambiare rotta? L’Oxfam un’idea ce l’ha e nel suo report consiglia di:

  • “Investire nei sistemi nazionali dell’assistenza per riequilibrare il peso del lavoro di cura svolto da donne e ragazze;
  • porre fine all’estrema ricchezza per porre fine all’estrema povertà;
  • promulgare leggi a tutela dei diritti di tutti coloro che prestano lavoro di cura e garantire un salario dignitoso ai lavoratori retribuiti;
  • assicurarsi che i lavoratori possano incidere sui processi decisionali;
  • sfatare norme sociali dannose e stereotipi di genere;
  • valorizzare il lavoro di cura nelle politiche e nelle pratiche aziendali.”

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I meravigliosi ritratti realizzati da un’artista con i ritagli di jeans riciclati

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Lei si chiama Deniz Sağdıç ed è una talentuosa artista turca che crea ritratti utilizzando i jeans, ritratti che parlano di storie di uguaglianza e democrazia.

Ci riesce recuperando pezzi di tessuto che piega, taglia, attorciglia, rotola e ricama, creando pian piano delle composizioni multistrato. I ritratti che ne derivano sono molto realistici e pieni di dettagli. A vederli si direbbero dipinti a mano e invece sono fatti di jeans.

Perché proprio questo tessuto? Non è una scelta casuale, Deniz lo utilizza per il suo valore simbolico legato alle idee di uguaglianza e democrazia, che vuole veicolare attraverso la sua arte, trattandosi del tessuto per eccellenza più democratico e popolare del mondo.

Il progetto di riciclo dei jeans si chiama “Denim Skin” e si sta sviluppando anche in una nuova direzione, Deniz crea infatti pezzi d’arte in denim realizzati su misura per le città che visita durante i suoi viaggi, con il contributo delle persone che ci vivono.

La tecnica e la creatività di Deniz l’hanno resa famosa in tutto il mondo, portandola a partecipare a vari eventi e mostre di moda. Ecco di seguito una selezione dei suoi splendidi lavori.

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Photo Credit: Deniz Sağdıç

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I rifugiati climatici non possono essere rimpatriati, la storica decisione dell’ONU

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I rifugiati che fuggono dagli effetti della crisi climatica non possono essere costretti a tornare a casa.
È la decisione storica presa dalle Nazioni Unite, che potrebbe aprire la porta a un flusso di rivendicazioni legali da parte degli sfollati di tutto il mondo.

Il Comitato per i diritti umani dell’ONU ha espresso un giudizio di Ioane Teitiota, il primo profugo a chiedere asilo per i cambiamenti climatici. Teitiota ha chiesto protezione in Nuova Zelanda dopo essere scappato da Kiribati, isola del Pacifico. La vita dell’uomo era in pericolo poiché l’isola dove viveva rischia di scomparire a causa dell’innalzamento del livello del mare.

Kiribati è una delle isole del Pacifico più minacciate dall’innalzamento del livello del mare e, a causa dell’erosione costiera e della contaminazione delle acque dolci, potrebbe diventare inabitabile già nel 2050.

Sebbene il rischio non fosse imminente, il Comitato ha sottolineato che obbligare le persone a tornare in paesi in cui i cambiamenti climatici rappresentano una minaccia violerebbe i diritti umani, secondo gli articoli 6 e 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che garantiscono il diritto intrinseco alla vita di un individuo.

“Dato che il rischio che un intero paese venga sommerso dall’acqua è un pericolo estremo, le condizioni di vita in un paese del genere possono diventare incompatibili con il diritto alla vita con dignità prima che il rischio venga realizzato”, si legge nella decisione del Comitato.

La decisione potrebbe avere un impatto significativo su reclami futuri, visto l’aumento del numero di persone costrette a lasciare le proprie abitazioni a causa dell’intensificarsi dell’emergenza climatica.

Nei prossimi anni si prevede che siccità, diminuzione dei terreni coltivabili e innalzamento dei livelli del mare porteranno decine di milioni di persone a trasferirsi.
Solo in Asia meridionale, Africa sub-sahariana e America Latina sono 143 milioni le persone a rischio di diventare migranti climatici.

Nell’esprimere la sentenza, il Comitato ha sottolineato la necessità di sforzi nazionali e internazionali per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici e accogliere le persone che fuggono dai pericoli legati alla crisi climatica.

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Questo bimbo di 6 anni ha raccolto più di 250mila euro per l’Australia realizzando piccoli koala in argilla

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Ha 6 anni Owen Colley, abita a Hingham, nel Massachusetts, e venendo a conoscenza dei terribili incendi che stanno devastando l’Australia e delle stragi di animali che ne sono derivate, si è sentito profondamente abbattuto.

Ha quindi disegnato un canguro, un koala e un dingo sotto la pioggia, rappresentando in quel modo il suo desiderio di spegnere le fiamme. Era la prima volta che desiderava qualcosa di diverso dai Lego o da se stesso, ha dichiarato Caitlin Colley alla CNN, sua madre.

Così le è venuta un’idea e gli ha proposto di realizzare dei koala di argilla sulla base di un suo schizzo, da dare a parenti e agli amici in cambio di una donazione destinata agli animali australiani. Owen finora ha prodotto 55 koala, piccoli e carinissimi, che i suoi genitori distribuiscono chiedendo in cambio donazioni di 50 dollari o più, destinate al Wildlife Rescue South Coast, un gruppo di salvataggio della fauna selvatica nel Nuovo Galles del Sud.

Grazie a questa iniziativa, la famiglia Colley è riuscita a raccogliere più di 250.000 dollari in due settimane. Inizialmente hanno raggiunto i 1.000 dollari tramite Venmo e poi, vedendo che la gente rispondeva entusiasta, hanno lanciato una campagna GoFundMe.

Owen ha dichiarato di volersi impegnare affinché sempre più persone sappiano ciò che sta succedendo agli animali in Australia, dove gli incendi hanno colpito mezzo miliardo di esemplari mietendo milioni di vittime. Anche perché è in qualche modo legato a questo paese, difatti suo padre, Simon, è cresciuto nella periferia di Sydney e Owen stesso ha vissuto in Australia per alcuni mesi quando era piccolo.

Per fare i suoi koala, ci mette 3 o 4 minuti usando l’argilla Sculpey d’argento per creare la testa e il corpo, argilla bianca per rendere le orecchie soffici, argilla nera per modellare il viso dell’animale. Dopodiché li mette in forno a 275 gradi e in circa 17 minuti i koala sono pronti. Nel frattempo ha persino finito l’argilla e sua madre sta cercando di trovarne altra visto che le ordinazioni crescono di giorno in giorno:

“Stiamo vedendo tutte le donazioni in arrivo e siamo tipo, ‘Oh mio Dio, non abbiamo l’argilla. Abbiamo tutte le intenzioni di soddisfare ogni koala, semplicemente non accadrà entro domani. È un bambino di 6 anni che usa le sue piccole mani per creare gli spazi e le orecchie, quindi ci vuole tempo.”

Le donazioni vanno da $ 5 a $ 150, e sono arrivate da quasi tutti gli Stati Uniti, e l’obiettivo, adesso, è riuscire ad aiutare quante più organizzazioni possibili in tutta l’Australia. Inoltre la madre di Owen si augura che altre famiglie prendano esempio dalla loro iniziativa, in modo che ci siano altri aiuti:

“Chiunque può fare la differenza e quando ci riuniamo possiamo fare una differenza ancora maggiore. Adoro l’idea che forse altri bambini possano portarlo nelle loro comunità e vendere piccoli koala di argilla localmente e raccogliere fondi per questa grande causa.”

Che bella idea!

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Photo Credit: cnn

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La Cina vieta l’uso di sacchetti di plastica e cannucce nelle città. Monouso al bando dal 2025

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La Cina ha deciso di eliminare gradualmente la plastica monouso, a cominciare dai sacchetti di plastica, che saranno banditi nelle principali città del paese entro la fine di quest’anno.

La Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (NDRC) cinese ha dichiarato che la produzione e l’uso di un gran numero di materie plastiche monouso saranno gradualmente eliminati in tutto il paese da qui al 2025.

Riducendo la produzione, la vendita e l’uso di prodotti in plastica, la Cina cerca di affrontare il gravissimo problema dei rifiuti di plastica che vengono sepolti nelle discariche e che finiscono per soffocare il terreno, i corsi d’acqua e gli oceani.

Si tratta di una decisione importante, poiché la Cina è uno dei maggiori responsabili dell’inquinamento causato dai rifiuti di plastica, insieme a Indonesia, Filippine, Vietnam e Thailandia.

Secondo un rapporto dell’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, oltre la metà della plastica presente negli oceani arriva da questi paesi e risolvere il problema dei rifiuti di plastica nel Sud-est asiatico è indispensabile per risolverlo in tutto il mondo.

Fortunatamente, i governi stanno rispondendo alla necessità di ridurre i rifiuti: anche la Thailandia ha recentemente deciso di vietare l’uso dei sacchetti di plastica e di avviare una campagna di sensibilizzazione contro la plastica monouso.

Ora tocca alla Cina che, dopo i sacchetti, ha intenzione di eliminare le cannucce monouso e di ridurre del 30% l’utilizzo di plastica monouso nella ristorazione entro il 2025. Altri interventi sono in atto nel settore medico, in quello logistico e in agricoltura.

Contemporaneamente il paese si sta impegnando ad aumentare il tasso di riciclo dei rifiuti per garantire che sempre più plastica venga recuperata e riutilizzata.

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