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La lettera del preside milanese agli studenti: ‘Leggete Manzoni e salvate dal contagio la vostra vita sociale’

In queste ultime settimane, l’Italia si è fermata per l’emergenza Coronavirus. Ma in una situazione, che in alcuni casi inizia a sfiorare la psicosi, c’è chi a riposo forzato perché le scuole milanesi sono chiuse, vuole comunque mandare un messaggio ai suoi ragazzi. E’ Domenico Squillace, preside del Liceo Volta di Milano che invita tutti a mantenere la calma.

“Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c’è alcun motivo – se state bene – di restare chiusi in casa. Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro”, scrive il preside.

Di seguito la bella lettera del preside Squillace:

La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia…..”

Le parole appena citate sono quelle che aprono il capitolo 31 dei Promessi sposi, capitolo che insieme al successivo è interamente dedicato all’epidemia di peste che si abbatté su Milano nel 1630. Si tratta di un testo illuminante e di straordinaria modernità che vi consiglio di leggere con attenzione, specie in questi giorni così confusi. Dentro quelle pagine c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria…. In quelle pagine vi imbatterete fra l’altro in nomi che sicuramente conoscete frequentando le strade intorno al nostro Liceo che, non dimentichiamolo, sorge al centro di quello che era il lazzaretto di Milano: Ludovico Settala, Alessandro Tadino, Felice Casati per citarne alcuni. Insomma più che dal romanzo del Manzoni quelle parole sembrano sbucate fuori dalle pagine di un giornale di oggi.

Cari ragazzi, niente di nuovo sotto il sole, mi verrebbe da dire, eppure la scuola chiusa mi impone di parlare. La nostra è una di quelle istituzioni che con i suoi ritmi ed i suoi riti segna lo scorrere del tempo e l’ordinato svolgersi del vivere civile, non a caso la chiusura forzata delle scuole è qualcosa cui le autorità ricorrono in casi rari e veramente eccezionali. Non sta a me valutare l’opportunità del provvedimento, non sono un esperto né fingo di esserlo, rispetto e mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni, quello che voglio però dirvi è di mantenere il sangue freddo, di non lasciarvi trascinare dal delirio collettivo, di continuare – con le dovute precauzioni – a fare una vita normale. Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c’è alcun motivo – se state bene – di restare chiusi in casa. Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro. La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all’altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che le possano fermare, secoli fa si spostavano ugualmente, solo un po’ più lentamente. Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è quello di guardare ad ogni nostro simile come ad una minaccia, come ad un potenziale aggressore. Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco credetemi, i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero.
Vi aspetto presto a scuola.
Domenico Squillace

Fonte:  Liceo Volta Milano

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La neve rossa colora l’Antartico, ma non è una buona notizia

Siamo abituati a vederla bianca e candida eppure la neve in questi giorni a Vernadsky sull’isola di Galindez, base ucraina al largo della penisola più settentrionale dell’Antartide, è diventata rossa. Uno spettacolo che può sembrare suggestivo, ma che in realtà ha una spiegazione scientifica.

A darne notizia è proprio il Ministero della Pubblica Istruzione e della Scienza dell’Ucraina che mostra le immagini di Vernadsky con neve di un rosso e rosa molto intensi che si intreccia nelle gelide pianure.

In questo periodo in Antartide è estate e questo scenario si ripete quasi ogni anno. La ‘watermelon snow’ (neve color anguria) per molto tempo è stata sottovalutata, anche se uno studio pubblicato su Nature qualche tempo fa, afferma che la neve rossa accelera lo scioglimento dei ghiacci e contribuisce a un maggiore assorbimento del calore e, di conseguenza, a una maggiore perdita d’acqua da parte delle formazioni glaciali.

Уже кілька тижнів українська антарктична станція «Академік Вернадський» оточена… малиновим снігом! Звідки він та чому…

Pubblicato da Міністерство освіти і науки України su Lunedì 24 febbraio 2020

Perché la neve è rossa? Il colore insolito è dovuto alla Chlamydomonas nivalis, un’alga unicellulare rossa.L’insolita colorazione è dovuta ai carotenoidi e al meccanismo di protezione adottato dalle spore dell’alga per respingere raggi ultravioletti del sole.

Come sappiamo, il colore rosso assorbe il calore facendo sciogliere più velocemente neve e ghiaccio che perdono così la capacità di riflettere la luce del sole, un effetto chiamato albedo.
Il fenomeno secondo i ricercatori ucraini contribuisce ai cambiamenti climatici, la neve si scioglie più velocemente e le alghe diventano sempre più luminose: più calore assorbe l’alga, più la neve ne risente. Ciò, a sua volta, porta ad un maggiore riscaldamento, più fusione e più fioritura delle alghe.

Fonti:Міністерство освіти і науки України, Nature Communication

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Addio all’ultima burattinaia di Roma: è morta Agnese Piantadosi

Agnese Piantadosi con il suo teatrino di Pulcinella, in cima al Gianicolo, ha strappato sorrisi a tantissimi bambini e la adoravano anche i grandi. Vedova di Carlo Piantadosi, fondatore del teatrino che arrivò da Napoli, nel secondo dopoguerra, senza un soldo, diventando poi una celebrità, è morta all’età di 85 anni.

Vittima di insufficienza respiratoria, Agnese ha continuato a lavorare fino all’ultimo perché la sua non era solo una professione ma un’autentica vocazione. Adorava far ridere i bambini, ha detto la figlia Antonella al Corriere della Sera:

“La gioia più grande di mia madre era veder ridere i bambini, per questo non ha mai voluto smettere.”

E ora che l’ultima burattinaia si è spenta, sarà proprio la figlia a prendere in mano il teatrino, come ha dichiarato al Corriere:

“Il tempo di rimettermi dai postumi di un incidente stradale e andremo avanti io e mio figlio”.

FONTE: Corriere della Sera

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#PolarBearDay: gli orsi polari rischiano di scomparire a causa della crisi climatica

Domani, 27 febbraio, si celebra il Polar Bear Day, la giornata internazionale dedicata agli orsi polari, uno degli animali più colpiti dalla crisi climatica.

L’orso polare (Ursus maritimus) è da sempre considerato il re dell’Artico ed è tristemente diventato il simbolo dei cambiamenti climatici, poiché è così dipendente dal ghiaccio da fungere da indicatore precoce degli effetti del riscaldamento globale.

Gli orsi polari si affidano infatti al ghiaccio marino per cacciare, spostarsi, riprodursi e costruire le loro tane, ma a causa del riscaldamento globale e del conseguente scioglimento dei ghiacciai, è sempre più difficile per loro sopravvivere.

Un recente studio pubblicato su Ecological Applications ha fatto il punto sulla tragica situazione degli orsi polari. La popolazione degli orsi nella baia di Hudson, in Canada, si è ridotta del 30% tra il 1987 e ul 2017 e potrebbe ulteriormente ridursi del 30% entro il 2050.

I ricercatori hanno monitorato nel tempo 352 orsi polari, scoprendo che proprio a causa dello scioglimento dei ghiacciai stanno diventando più magri, hanno meno cuccioli e la popolazione è in pericoloso declino e prossima all’estinzione.

Tra il 2009 e il 2015, a causa della diminuzione del ghiaccio, gli orsi hanno trascorso in media 30 giorni in più sulla terraferma rispetto al periodo che va dal 1991 al 1997.
Passare più tempo sulla terra si traduce in minori possibilità di caccia e, di conseguenza, in denutrizione: dei 352 orsi analizzati, nemmeno 50 avevano peso adeguato.
L’eccessiva magrezza influenza diversi aspetti della vita degli orsi, tra cui la loro salute generale e la capacità riproduttiva.
Inoltre, la carenza di risorse spinge gli orsi ad avvicinarsi alle aree abitate, aumentando il conflitto tra orsi e uomini.

Secondo i ricercatori, per salvare gli orsi è necessario rispondere in fretta attraverso misure di conservazione efficaci.

Anche il WWF, che da anni lavora per garantire un futuro agli orsi polari, lancia l’allarme sul rischio di perdere questa importante specie, già classificata tra quelle vulnerabili dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura.

Secondo il WWF occorre preservare l’habitat degli orsi, agendo contro la crisi climatica e sulle cause che stanno determinando il riscaldamento globale.

Governi e aziende devono impegnarsi a ridurre le emissioni di CO2, riducendo in modo drastico l’uso di combustibili fossili e puntando su energie da fonti rinnovabili. Solo così si può sperare di contenere l’aumento delle temperature e preservare, tra le altre cose, anche l’habitat naturale degli orsi polari.

La salvezza degli orsi non dipende solo da governi e aziende: ognuno di noi può fare la differenza, sia limitando le proprie emissioni sia sostenendo progetti di ricerca e conservazione degli orsi polari aderendo all’iniziativa del WWF Adotta un orso polare.

Fonte di riferimento: ESA Journal/WWF Italia/IUNC

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Esperti consigliano di ‘prescrivere’ ai bambini esercizio fisico: solo 1 su 4 svolge un livello adeguato di sport giornaliero

Un rapporto pubblicato dall’American Academy of Pediatrics (AAP), dal titolo Physical Activity Assessment and Counselling in Pediatric Clinical Settings, ha invitato i pediatri a prescrivere ai bambini più esercizio fisico. E questo perché solo 1 bambino su 4, negli Usa, fa almeno 60 minuti di attività fisica raccomandata al giorno.

L’attività fisica svolge infatti “un ruolo importante nella salute cardiovascolare dei bambini, nella salute muscolo-scheletrica, nella salute mentale e comportamentale e nello sviluppo fisico, sociale e cognitivo“, come sottolinea il rapporto, ma nonostante ciò rimane un’attività poco praticata.

Basti pensare che secondo un’indagine del 2017 sui rischi per i giovani si è scoperto che solo il 26,1% degli adolescenti americani fa sufficiente attività sportiva e il 15,4% degli studenti ha dichiarato di non essere stato fisicamente attivo, nella settimana precedente, nemmeno 1 ora in un solo giorno. Inoltre le misurazioni hanno rilevato, come premesso, che solo 1 bambino su 4 fa almeno 60 minuti al giorno di sport, il minimo raccomandato dalle Linee Guida degli Stati Uniti in materia.

La dottoressa Natalie D. Muth, coautrice del rapporto clinico, pediatra e dietista, ha dichiarato a tal proposito:

“Attualmente, la maggior parte dei pediatri raccomanda ai bambini di ottenere 60 minuti al giorno di attività fisica, ma questo non è comunemente elaborato o fornito come prescrizione”.

In un’intervista a Healthline, il dott. David Fagan, vicepresidente del dipartimento di pediatria del Cohen Children’s Medical Center di New Hyde Park, New York, ha evidenziato che il rapporto clinico raccomanda la prescrizione medica nei primi 2 anni di età, probabilmente per promuovere una sorta di “alfabetizzazione fisica” in famiglia. E questo perché i tassi di obesità infantile aumentano sempre di più.

Perché non basta combatterla eliminando le cattive abitudini, bisogna anche prevenirla con uno stile di vita adeguato. E per riuscirci è importante incoraggiare bambini e ragazzi a svolgere attività che amano, non solo a scuola ma anche a casa, proponendo passeggiate in famiglia, gite in bicicletta, camminate e quant’altro.

In questo contesto, una prescrizione formale del pediatra potrebbe avere maggiori probabilità di essere seguita rispetto a una semplice raccomandazione.

FONTI: Physical Activity Assessment and Counseling in Pediatric Clinical Settings – Pediatrics/Healthline

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L’Hachiko russo che aspetta ogni giorno la sua proprietaria fuori dal negozio in cui lavora

Ogni giorno con il suo maglioncino blu rannicchiato aspetta otto ore che la sua proprietaria esca da lavoro, poi insieme si dirigono verso casa. Prendetevi qualche minuto per leggere la storia di questo cane, un vero e proprio Hachiko russo.

E’ un legame meraviglioso quello che si può creare tra persone e animali. Ciò che ogni giorno succede nella città russa di Kaliningrad ne è la dimostrazione. Chi lavora al centro commerciale Mega, ormai è abituato alla presenza di questo bellissimo husky bicolore dagli occhi di ghiaccio. La sua proprietaria Svetlana lavora proprio lì in zona e negli ultimi giorni accanto al cane ha lasciato un cartello in cui spiega la storia e mette in evidenza i suoi recapiti. Nel messaggio scrive che il cane non è stato abbandonato, che lei si trova nelle vicinanze e di lasciarlo tranquillo perché è abituato a fare quel tipo di vita.

Svetlana e il suo husky vivono insieme da quattro anni. La donna non svela il nome del suo amico a quattro zampe per paura che poi qualcuno lo possa avvicinare e portare via. Normalmente, infatti, il cane non sembra distratto dai passanti: lui sta lì ed aspetta. Svetlana lo controlla da lontano, nella pausa pranzo va dal suo amato amico e appena può gli fa fare delle brevi passeggiate.

©Alexander Podgorchuk / Klops.ru

“Viviamo in un appartamento comune in affitto. Non posso lasciarlo solo, dicono i vicini che senza di me abbaia dalla mattina alla sera. C’è un bambino di sette mesi e una nonna che vivono accanto a noi. Se disturba ci cacciano. Abbiamo trovato questa soluzione, che anche a lui sembra andar bene”.

L’husky aspetta fuori dal negozio in cui lei lavora, lo lascia senza guinzaglio, tanto lui non si muove.

©Alexander Podgorchuk / Klops.ru

“Esiste un legame speciale tra noi, non lo considero un animale, è un mio amico, questo è mio figlio. Lo capisco perfettamente, ma lui mi capisce perfettamente”, spiega la donna.

©Alexander Podgorchuk / Klops.ru

Il maglione blu pulito che indossa il russo Hachiko è un’indicazione chiara che non è un randagio, ma anche un modo per ripararsi dal freddo, anche se come concordano i veterinari, l’husky è un cane abituato a basse temperature e non teme il gelo. La storia di questo Hachiko è diventata virale in Russia e racchiude in sé il legame profondo e l’amore incondizionato dei nostri animali a quattro zampe.

Fonte: Klops.ru

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Pasta: ecco le marche che continueranno a indicare in etichetta da dove proviene il loro grano

Dal 1° aprile di quest’anno entrerà in vigore la nuova normativa europea relativa all’etichettatura degli alimenti.

In base al nuovo regolamento, che sostituirà il 1169 del 2011 attualmente in vigore, non sarà più obbligatorio indicare in etichetta la provenienza delle materie prime utilizzate per confezionare pasta, riso, latte, passata di pomodoro e altri alimenti.

L’associazione Pastai italiani ha però fatto sapere che i suoi associati continueranno a indicare la provenienza del grano sulle etichette di pasta:

“Gli italiani, così come fatto finora, continueranno a trovare nelle confezioni le informazioni sull’origine della materia prima. A prescindere da qualunque quadro normativo in materia, non cambierà la nostra trasparenza nel far sapere al consumatore da dove arriva il grano utilizzato per fare la pasta”, ha assicura in una nota Riccardo Felicetti, Presidente Pastai italiani di Unione Italiana Food.

L’associazione di categoria pastai italiani rappresenta diversi marchi noti tra cui Barilla, Voiello, la Molisana, Divella, Garofalo, Agnesi e molti altri. Sui loro pacchi di pasta, troveremo dunque l’indicazione di provenienza del grano, nonostante la normativa.

Fonte di riferimento: Pastai italiani

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L’emozionante video di Nina, la cagnolina senza volto che corre verso la libertà (e lontano dai maltrattamenti)

Salta e corre felice con il suo muso ‘nuovo di zecca’. A giudicare da questo video ‘Nina la cagnolina senza volto’ sta reagendo bene al post operatorio ed è già in gran forma e a suo agio mentre esplora un ampio spazio verde che la ospita.

Vi avevamo parlato di Nina la cagnolina trovata in una pozza di sangue e con il muso malconcio ed emaciato che era stata salvata da Salvatore Libero Barone, volontario dell’associazione ‘Felici nella coda’ e operata nella torinese Dog’s Emergency dall’équipe del professor Paolo Buracco. Tantissimi avevano mostrato la solidarietà a questa cagnolina e grazie a una raccolta fondi ha avuto il suo intervento chirurgico che le ha ridonato un nuovo muso, ma anche una nuova vita.

GUARDA IL VIDEO DI NINA CHE CORRE:

Pubblicato da Graziella Grace Porro su Venerdì 21 febbraio 2020

A raccontare la sua storia era stato proprio Salvatore Libero Barone. Nina era nelle campagne di Palermo in un lago di sangue. Dopo diverse ricerche e investigazioni, la verità è venuta a galla grazie ai veterinari che si sono presi cura di lei.

Qui le sue dimissioni:

DIMISSIONI x Nina

Pubblicato da Nina il cane senza volto su Lunedì 24 febbraio 2020

La cagnolina non era stata sfigurata dal branco ma la sua storia è ancora più disarmante. Nina era stata affidata a un proprietario che le aveva fatto patire la fame e la sete, così nel tentativo di scappare e ritrovare la sua libertà, si era ferita in un cancello o rete metallica.

Pubblicato da Nina il cane senza volto su Mercoledì 26 febbraio 2020

Un brutto passato alle spalle, ma un presente e futuro molto più sereno. Adesso sul suo volto solo le cicatrici, nel suo animo la voglia di tornare in forma e trovare una famiglia che questa volta la ami davvero.

Fonti: Graziella Porro/Facebook, Felici nella coda/Facebook

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Coronavirus: anche in Italia arriva la bufala degli animali domestici infetti

Sta circolando online una bufala riguardante gli animali domestici e il coronavirus, lo segnala BUTAC – Bufale un tanto al chilo, che sulla propria pagina facebook ha pubblicato un post con l’immagine di un “cartello” di carta che recita:

“Scienziati americani hanno scoperto che portatori sani di questo virus sono cani e gatti. Liberatevi dei vostri cani e gatti perché il virus è già stato mortale per 2.000 persone, avete una vita sola, salvatevi.”

Ci avete segnalato che sta circolando un avviso sul #COVD19italia e gli animali domestici, state attenti, si tratta di…

Pubblicato da BUTAC – Bufale un tanto al chilo su Mercoledì 26 febbraio 2020

Si tratta di una notizia totalmente falsa, smentita dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità che sul proprio sito, a tal proposito, scrive:

“Non ci sono prove che animali da compagnia o animali domestici come cani e gatti siano stati infettati o possano diffondere il virus che causa COVID-19.”

Lo ribadisce anche il Ministero della Salute che alla domanda “posso contrarre l’infezione dal mio animale da compagnia?” risponde no, specificando:

“Al momento non vi è alcuna evidenza scientifica che gli animali da compagnia, quali cani e gatti, abbiano contratto l’infezione o possano diffonderla.”

Ribadiamo quindi che si tratta di una bufala, lo dimostrano le fonti ufficiali, evitiamo di darle peso perché molte persone, prese dal panico, potrebbero volersi sbarazzare di cani e gatti. Già il fenomeno degli abbandoni è tutt’altro che sconfitto, non è proprio il caso di alimentarlo.

FONTI: BUTAC/OMS/Ministero della Salute

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Sentiero Italia: questi 3 ragazzi stanno facendo rinascere il cammino montano più lungo del mondo [VIDEO]

Far rinascere il cammino di montagna più lungo del mondo. Si tratta di Sentiero Italia, una via alta lunga 6880 km che attraversa lo stivale da nord a sud passando per 20 regioni italiane e oltre 350 borghi montani. E questi 3 ragazzi vogliono rilanciarlo: sono  Sara Furlanetto, Yuri Basilicò e Giacomo Riccobono, i fondatori di Va’ Sentiero.

Lo scopo del progetto è quello di raccontare il Sentiero Italia, restaurato grazie all’opera dei volontari del Club Alpino Italiano, documentando ogni tappa: i paesaggi, i borghi, le storie delle persone e le tradizioni del nostra meraviglioso Paese.

La bellissima spedizione è partita nel maggio del 2019 e, dopo una pausa invernale, riprenderà nel marzo 2020: oltre un anno di cammino tra paesaggi mozzafiato, borghi caratteristici e tradizioni. La tappa finale sarà in Sardegna a Santa Teresa di Gallura.

Il progetto mira anche a far conoscere quei borghi montani che, a causa del spostamento della popolazione nelle metropoli, stanno scomparendo.

Con questo viaggio vogliamo far conoscere il Sentiero Italia, soprattutto ai nostri coetanei, e dare voce alle terre alte, luoghi meravigliosi spesso dimenticati, spopolati o abbandonati a se stessi

Il viaggio, sostenuto dalla Regione Lombardia, può essere considerato una vera e propria esperienza collettiva e corale: una spedizione, basata sullo spirito di condivisione, a cui chiunque può partecipare. Sul sito del progetto infatti si trova una sezione dedicata, tramite la quale è possibile monitorare le tappe che vengono percorse di giorno in giorno.

Per finanziare il progetto, i ragazzi hanno lanciato un crowfunding sulla piattaforma ideaginger.it.

Scriveva Paolo Rumiz ne “La leggenda dei monti naviganti”

Stanno svendendo tutto in nome di uno sviluppo che rende infelice la gente. Questa infelicità io la chiamo perdita traumatica del senso del luogo

Ed è proprio quel senso del luogo che Va’ Sentiero vuole recuperare. Il luogo, o per meglio dire i luoghi, hanno un significato profondo nell’esperienza, custodiscono e suscitano emozioni e credenze. I luoghi non sono semplici spazi in cui esistere, ma contesti che contengono vissuti, storie, colori e vita; è proprio qui che le persone danno un senso al loro Essere.

Ritrovare i luoghi, soprattutto all’aria aperta, è ritrovare la propria strada in quanto cittadini del mondo, ammirando la natura e le culture di un’Italia da scoprire e non dimenticare.

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Il trekking più lungo del mondo

Il più lungo trekking del mondo lungo la spina dorsale dello stivale ! Il Sentiero Italia rinasce grazie a questi tre ragazzi ! Sosteniamoli! Va' Sentiero

Pubblicato da GreenMe su Venerdì 14 febbraio 2020

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Chlorpyrifos: il pesticida nemico dei bambini presente in arance e pere secondo un nuovo test

Un nuovo test del Salvagente che ha analizzato arance e pere, due frutti consumati anche dai più piccoli, ha scoperto la presenza in alcuni campioni di chlorpyrifos e chlorpyrifos-methyl, pesticidi molto pericolosi per i bambini.

E’ dal 31 gennaio scorso che la Commissione Europea ha finalmente deciso di mettere fuori legge il tanto discusso chlorpyrifos, un pesticida che si utilizzava frequentemente anche nel nostro paese per la coltivazione di frutta e verdura. Il problema di questo principio attivo, e della sua molecola gemella (il chlorpyrifos-methyl), è che è stato appurato essere particolarmente pericoloso per i più piccoli, nello specifico neurotossico per lo sviluppo e per questo è stato soprannominato il “pesticida nemico dei bambini”.

Mentre il chlorpyrifos era particolarmente utilizzato nella coltivazione delle arance, il chlorpyrifos-methyl lo era invece per quella delle pere. Proprio questi due frutti sono finiti sotto il mirino degli esperti dei laboratori de Il Salvagente.

I risultati del test

Per effettuare il test sono stati presi 10 campioni di arance in retina e 10 di pere sfuse, tutti provenienti dall’Italia e venduti in supermercati e discount. C’è da dire però che tutta la frutta è stata acquistata prima che entrasse ufficialmente in vigore il divieto di utilizzare i pesticidi incriminati (per la precisione il 16 dicembre 2019).

I risultati hanno effettivamente confermato quanto ci si aspettava data la frequenza di utilizzo di questi pesticidi. In 4 campioni di arance è stato trovato il chlorpyrifos mentre in 2 marche di pere è stata riscontrata la presenza di chlorpyrifos-methyl.

Precisa Il Salvagente che le due molecole erano in concentrazione al di sotto dei limiti di legge in vigore prima del 31 gennaio 2020. Il problema è che però vi è una discrepanza tra queste concentrazioni e l’Adi, la dose giornaliera tollerata stabilita dall’Efsa.

Si fa l’esempio del chlorpyrifos, riscontrato in un campione di Lidl nella concentrazione di 0,079 mg/kg. Questa sembrerebbe bassa ma non lo è abbastanza se si considera che l’Adi è di 0,001 mg per chilo di peso corporeo. Se dunque un bambino di 20 kg mangia 2 arance con quella concentrazione di pesticida è già al limite della dose tollerata mentre un adulto di circa 70 kg farà il pieno di questa sostanza neurotossica consumandone circa 4.

Fatto sta che ora il problema non si dovrebbe più porre dato che queste sostanze sono state ufficialmente messe al bando anche se c’è chi chiede una proroga per il chlorpyrifos-methyl (è il caso della ministra delle Politiche Agricole Teresa Bellanova).

Nel complesso, comunque, le pere sono risultate tra i due frutti quelle su cui sono stati eseguiti maggiori trattamenti prima di essere raccolte. Non solo chlorpyrifos-methyl, dunque, ma una serie di altre sostanze sospette (un campione acquistato al discount ne collezionava addirittura 12! Si tratta del Todis), anche se sempre al di sotto dei limiti di legge. C’è da tenere conto però che la produzione di pere negli ultimi anni ha dovuto affrontare una doppia emergenza: quella della cimice asiatica e dell’infezione da fungo Alternaria.

Con punteggi molto bassi sono state valutate le arance di Conad Percorso qualità e le Malgrinò di Lidl mentre per quanto riguarda le pere le peggiori, oltre alle già citate pere del Todis, sono quelle del Simply.

Vi è poi un campione di pere biologiche che è risultato contaminato da Captan, a causata della vicinanza con dei campi in cui evidentemente questo pesticida viene utilizzato.

Fonte: Il Salvagente

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Pizze gratuite a tutti gli infermieri impegnati nell’emergenza Coronavirus: l’iniziativa di un giovane pizzaiolo

Nel bel mezzo dell’allarme coronavirus ci sono persone che lavorano incessantemente per la salute di tutti noi, stiamo parlando del personale sanitario impegnato negli ospedali. Ed è proprio a questa categoria che ha pensato il pizzaiolo Nanni Arbellini decidendo di consegnare loro pizze gratuite.

L’iniziativa è stata postata su facebook e ora sta facendo il giro del web. Arbellini ha dichiarato che alle 14:00 di lunedì, in via Procaccini 30 a Milano, avrebbero preparato le pizze da portare agli ospedali coinvolti e ha chiesto agli utenti di taggare nei commenti tutti coloro che lavorano negli ospedali interessati, in modo da potergliele consegnare.

Ha anche chiesto aiuto a persone volontarie per la distribuzione:

“Leggevo di tanti infermieri che non stanno neanche mangiando. Alle 14 in via procaccini 30 prepareremo le pizze da portare agli ospedali coinvolti. Taggatemi qui sotto tutti quelli che conoscete che lavorano negli ospedali coinvolti, in modo da poter lasciare loro le pizze. Chiedo aiuto per la distribuzione, volontari raggiungetemi in via procaccini alle 13.30. Dobbiamo essere forti come questo sole che splende oggi.”

Leggevo di tanti infermieri che non stanno neanche mangiando Alle 14 in via procaccini 30 prepareremo le pizze da…

Pubblicato da Nanni Arbellini su Lunedì 24 febbraio 2020

Inutile dire che è stata un’idea bellissima per offrire supporto e ringraziare tutto il personale sanitario. Speriamo che venga imitata anche altrove!

FONTE: Facebook

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Gli indigeni Wichí conoscono più di 100 piante medicinali e oltre 400 loro usi

Gran parte dei medicinali che utilizziamo abitualmente sono stati sviluppati a partire da molecole prodotte dalle piante.

In moltissimi casi, la ricerca di composti attivi all’interno delle specie vegetali è nata osservando l’uso tradizionale delle erbe.

La ricercatrice María Eugenia Suárez ha studiato per oltre un decennio l’uso delle piante presso la comunità Wichí, popolo indigeno del Sud America che oggi conta circa 55mila persone che occupano una piccola area a sud-est della Bolivia.

I boschi della zona sono ricchi di piante ed erbe che forniscono, oltre a cibo e legname, una grande varietà di rimedi per la salute.

Si tratta di un sito che rappresenta una grande attrazione per coloro che si dedicano all’etnobotanica, la scienza che studia l’uso delle specie vegetali all’interno di una o più comunità e la ricercatrice Suarez, nel suo prezioso studio, è riuscita a raccogliere, catalogare e descrivere l’uso terapeutico delle tante erbe utilizzate dai Wichí.

Suárez ha portato avanti la sua ricerca dal 2005 al 2017, anni durante i quali si è recata più volte nella zona per raccogliere informazioni dai Wichí, facendosi spiegare direttamente sul campo quali e quante piante medicinali sono usate dalla comunità, in che modo vengono impiegate e per quali disturbi.

Durante le escursioni nelle foreste, accompagnata dagli abitanti dei villaggi, la ricercatrice ha raccolto i diversi esemplari vegetali, riuscendo poi a identificarli.

©Nexciencia

“Questo lavoro riassume un vasto elenco di specie medicinali, con un dettaglio dei loro usi specifici, quali parti della pianta vengono utilizzate e come vengono utilizzate.
Esistono 115 piante utilizzate nella cultura Wichí, con 408 usi medicinali che permettono loro di trattare 68 diversi sintomi o malattie”, ha spiegato la ricercatrice.

©Nexciencia

I Wichí utilizzano ciò che la foresta mette loro a disposizione per trattare svariati disturbi tra cui febbre, problemi digestivi, affezioni respiratorie e della pelle e disturbi legati al ciclo mestruale.
Molte piante hanno più di un utilizzo e 15 specie vegetali sono incluse in un kit d’emergenza per i disturbi più comuni e frequenti.

Negli anni, la conoscenza delle piante è via via aumentata nella comunità Wichí, il cui sapere è più diffuso tra gli anziani e le donne, che si occupano di raccogliere, conservare e utilizzare i rimedi.

“La conoscenza dettagliata delle piante qui è impressionante. Questa è una conoscenza molto importante per la comunità di Wichí ma anche per la società in generale”, ha dichiarato Suárez.

Dopo aver scoperto l’immenso patrimonio dei Wichí la ricercatrice è ora preoccupata:

“Stanno devastando le risorse dell’area e ciò colpisce direttamente coloro che vivono lì, che hanno sempre meno possibilità di sopravvivere.
Sebbene questo studio sia solo preliminare, le conoscenze acquisite potrebbero essere utilizzate per lo sviluppo di progetti locali per la gestione sostenibile dei prodotti forestali, in questo caso piante medicinali a beneficio delle comunità locali”, ha spiegato Suárez

Fonti di riferimento: Science Direct/Nexciencia

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Talmente presi dal Coronavirus, non ci stiamo preoccupando di queste terribili notizie (per noi e per il Pianeta)

Il Coronavirus è, inevitabilmente, l’argomento sulla bocca di tutti in questi giorni. Una situazione che si sta cercando di gestire, ma che di fatto ci sta facendo sottovalutare altri problemi molto seri che, una volta conclusa l’emergenza virus, ci troveremo comunque a dover affrontare.

Smettiamo per un attimo di pensare al Coronavirus, ai contagiati, a chi si trova in quarantena, ai supermercati svuotati e alle tante conseguenze di questa emergenza che sta vivendo il nostro paese. Prima o poi, tutto questo finirà ma, nel frattempo, l’attenzione verso altri gravi questioni che riguardano il nostro pianeta e tutti noi è un po’ troppo calata.

Mentre cerchiamo di isolare questo nuovo virus, cosa accade (di altro) nel mondo? La crisi climatica e sociale che stiamo vivendo è la più grande sfida che abbiamo mai affrontato. La vita sulla Terra è a rischio. Ma tutto questo non fa rumore. Il Coranavirus ci spaventa perché si amplificata in men che non si dica la percezione del rischio.

Per queste drammatiche situazioni, però, di cui siamo in gran parte a conoscenza da tempo, dalla guerra in Siria allo scioglimento dei ghiacci, dall’invasione di cavallette alla deforestazione selvaggia, non c’è (e non c’è stata) nessuna corsa verso possibili soluzioni reali.

Ma solo negazione, indifferenza. O, peggio, rassegnazione.

Invasione di cavallette

©FAO

In varie zone del mondo, dall’Africa all’Asia, è in corso una vera e propria invasione di cavallette, una situazione senza precedenti che, ovviamente, sta creando gravi danni. Questi insetti, infatti, stanno devastando i raccolti e di conseguenza creando danni economici oltre che mettendo seriamente a rischio l’approvvigionamento alimentare di zone del pianeta già a rischio fame.

L’Antartide si scioglie

L’Antartide si sta sciogliendo di fronte agli occhi di tutto il mondo. Vi abbiamo mostrato le immagini incredibili di quanto sta accadendo nella terra dei ghiacci, riprese sia dai satelliti che dai ricercatori sulla terraferma. Lo scioglimento rapido dei ghiacciai è causato da temperature ben al di sopra dello zero, un fenomeno che l’Antartide fino a poco tempo fa non conosceva ma che ora, purtroppo, è sempre più comune.

L’ultimo record è stato di ben 20 gradi, con i i ricercatori della base del professor Escudero, dell’Istituto cileno antartico, che hanno filmato uno spettrale e preoccupante paesaggio senza neve.

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L’Artico si scioglie

© Miriam Jones, U.S. Geological Survey

Anche l’Artico è ormai irriconoscibile, il permafrost si sta sciogliendo a causa del riscaldamento globale ma siamo alle prese anche con un altro problema: la possibilità che il metano intrappolato sotto i ghiacci, con la sua mole 25 volte più dannosa della CO2, possa fuoriuscire a breve.

Caldo record

Ce ne siamo accorti tutti, fa tanto, troppo caldo, per essere ancora inverno. E i dati parlano chiaro: gennaio è stato il più caldo di sempre e anche febbraio non è da meno. Sembra che a breve torneranno freddo e neve, ma nel frattempo si sono verificati diversi problemi: le api sono state scombussolate da questo clima pazzo, le processionarie sono tornate a farsi vive in anticipo e anche le colture sono a rischio. Una situazione generale decisamente preoccupante. Senza contare che nei prossimi giorni le temperature subiranno un brusco calo e si attendono pioggia e neve.

Alberi abbattuti e disboscamento

Continua indisturbata la strage di alberi in tutto il mondo. Anche nelle nostre città vengono abbattuti come se niente fosse, per fare spazio a nuove costruzioni e infrastrutture, senza considerare i danni ambientali e che il disboscamento è un problema da prendere seriamente in considerazione dato che iniziano a scarseggiare, o ad essere sempre più “poveri”, i polmoni verdi in diverse parti del pianeta.

Inquinamento

E’ calata l’attenzione anche verso un problema diffuso un po’ ovunque, Italia compresa, quello dell’inquinamento. Le centraline continuano a segnalare qualità dell’aria pessima in diverse città e, nel frattempo, in zone rosse come Taranto e la terra dei Fuochi si continua a morire per gli effetti di una situazione di inquinamento insostenibile e trascurata per anni.

I bambini siriani muoiono sotto le bombe o di freddo

Le immagini e le notizie che provengono dalla Siria sono devastanti: i bambini muoiono sotto le bombe anche quando sono a scuola, altri invece li porta via il freddo mentre sono tra le braccia dei propri genitori all’interno dei campi per rifugiati. Vi abbiamo parlato anche di quel papà che si è inventato un gioco per far ridere la sua bambina mentre scoppiano le bombe.

Massacro di delfini

©RicO’Barry’sDolphinProject/Facebook

Continua proprio in questi giorni il crudele massacro di delfini nella Baia di Taiji. Si parla, solo nelle ultime ore, di 55 delfini massacrati, compreso un cucciolo strappato alla sua mamma. Una situazione terribile e una tradizione dura a morire che da anni gli animalisti cercano di fermare ma senza successo.

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Urina alcol senza mai averlo bevuto: diagnosticata per la prima volta la sindrome urinaria ‘dell’auto birrificio’

È una cosa davvero sui generis, eppure è tutta questione di chimica: il lievito nella vescica fermenta lo zucchero nelle urine e può produrre alcol. Strano a dirsi, ma è quello che è capitato a una donna 61enne americana, cui è stata diagnosticata per la prima volta  la “sindrome urinaria dell’auto birrificio”.

A individuarla sono stati i medici Medical Center Presbyterian Hospital della University of Pittsburgh in Pennsylvania, cui è stata spedita la donna dopo che, affetta da diabete e da cirrosi epatica, era in lista d’attesa per un trapianto di fegato. Ma i test ripetuti hanno trovato alcol nelle sue urine e quindi niente intervento.

Anche se la donna aveva negato di bere alcolici, era stata tolta dalla lista d’attesa per un organo donatore e sottoposta a trattamento per abuso di alcol, afferma il patologo Kenichi Tamama del Presbyterian Hospital del Medical Center.

Nonostante questo i medici hanno ritrovato sempre alcol nelle sue urine, anche se ulteriori test hanno rilevato che non ce ne era traccia nel sangue. Solo dopo altre analisi più specifiche, gli esperti che l’urina della donna conteneva del lievito.

Non è insolito”, commenta il patologo a Newscientist. Dal momento che una cattiva gestione del diabete nella donna ha comportato la presenza di molto zucchero nelle urine, gli studiosi hanno cominciato a chiedere se non fosse proprio quel lievito rintracciato a fermentare zucchero per poi produrre alcol.

Per scoprirlo, hanno distinto le parti di urina che contenevano molto lievito con quelle senza lievito e hanno poi aggiunto in alcuni campioni un composto che blocca la fermentazione, prima di lasciarli in laboratorio tutta la notte.

Anche prima dell’incubazione, abbiamo notato l’odore di alcol del campione. Il giorno dopo, l’odore si era intensificato”, spiegano.

Dai test è emerso che nelle urine con elevate quantità di lievito, il livello di alcol era aumentato da 40 a 800 milligrammi per decilitro. Considerando che il test utilizzato dall’ospedale rileva l’alcool a concentrazioni di 20 mg / dL, questa è una quantità estrema, secondo Tamama. Invece, nei campioni di urina con pochissimo lievito o nei campioni in cui è stato aggiunto il composto che interrompe la fermentazione, non si è rilevato lo stesso aumento nella gradazione alcolica.

Dopo una prima sorpresa iniziale, i medici sono stati così in grado di diagnosticare la “sindrome del birrificio automatico”, in cui il lievito dell’intestino sembra produrre alcol che viene assorbito nel flusso sanguigno. Gli individui con questa sindrome hanno alti livelli di alcol nel sangue e possono soffrire annebbiamenti mentali debilitanti insieme ad altri sintomi.

È affascinante che possa accadere anche nella vescica”, afferma sempre al Newscientist Fahad Malik dell’Università dell’Alabama a Birmingham.

La curiosità? Pare che dopo la pubblicazione dello studio, il patologo abbia ricevuto tra le 40 e le 50 e-mail al giorno da persone che pensavano di soffrire della stessa sindrome. “Inizialmente pensavo fosse una condizione molto rara – conclude Malik. Ma più mi metto in contatto con le persone, più mi rendo conto in molti potrebbero averla”, conclude.

Avanti un altro!

Fonte: Newscientist

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Bolle di metano e grossi buchi nel terreno, l’Artico si sta sciogliendo. Ed è irriconoscibile!

Sotto i ghiacci (o quello che rimane) del Polo Nord è intrappolato un potente gas serra. Intrappolato ancora per poco perché il metano, è di questo che si tratta, sta per fuoriuscire del tutto, con la sua mole 25 volte più dannosa della CO2.

A lanciare l’allarme è un nuovo studio pubblicato su Science Advances, che parte da un dato: all’incirca un terzo del carbonio presente sul Pianeta, intrappolato nel Mar Glaciale Artico sotto forma di metano e CO2, è sul punto di liberarsi in atmosfera.

Se il permafrost si scioglie a causa del riscaldamento globale è proprio questa la conseguenza che ci dovevamo attendere: il metano intrappolato in bolle al suo interno esce fuori, entra in atmosfera e accresce in un circolo vizioso ulteriormente l’effetto serra.

Tuttavia il rilascio avviene a ritmi non significativi per impensierirci davvero, per il momento”, dice a News Week Brett Thornton, del Dipartimento di Scienze Geologiche dell’Università di Stoccolma, coordinatore dello studio.

Il permafrost si sta sciogliendo

Nel Mar Glaciale Artico, il riscaldamento climatico sta sciogliendo il permafrost: la temperatura media annua nel circolo polare artico è passata dai -2°C del 1880, ai circa +1.75°C di fine 2019.

Bloccato sotto quella specie di copertura si trova una delle maggiori riserve naturali di metano del Pianeta prodotto dalla decomposizione anaerobica di materia organica, “prevalentemente radici, altre parti vegetali o resti animali che, sotto l’azione degli agenti atmosferici e dei millenni, si sono decomposte e sono rimaste imprigionate sotto strati di ghiaccio profondi fino ad 80 metri”, come dice Kevin Schaefer, del National Snow & Ice Data Center (Nsidc).

Per capire a cosa l’Artico in questo momento stia andando incontro, gli studiosi hanno usato le misurazioni dei flussi di metano atmosferico acquisite durante la spedizione scientifica internazionale Swerus-C3: la nave rompighiaccio svedese Oden ha percorso circa 6mila chilometri attraverso il Mar Glaciale Artico, partendo dalla città di Tromsø nell’estremo Nord della Norvegia, per arrivare a Barrow, in Alaska.

Lungo il viaggio, i ricercatori hanno dimostrato l’esistenza di alcuni hotspot in cui le emissioni di metano hanno picchi fino a 25 volte più elevati rispetto alla media, in aree ben localizzate nei Mari di Laptev, dei Ciukci e della Siberia orientale.

Si tratta di posti in cui delle “bolle di metano” esplodono in atmosfera man mano che vengono portate in superficie dallo scioglimento del ghiaccio: è il cosiddetto termocarsismo, che però secondo gli scienziati non è ancora rilevante a livello globale e a un ritmo non ancora elevato.

Methane bubbles rising from #arctic seafloor emit little greenhouse gas to #atmosphere, according to a new study. Learn more: https://t.co/vKH6ZbYkSd pic.twitter.com/o4aTy73pJL

— Science Advances (@ScienceAdvances) February 2, 2020

Ma quello stesso termocarsismo, sta provocando, secondo studio pubblicato su Nature Geosciences, dei grandi buchi appaiono nel terreno, provocando frane e facendo cascare alberi. Pensiamo che la tundra ne sia priva, ma in realtà l’area è coperta da foreste boreali. E il panorama sta cambiando drasticamente nel giro di mesi.

Le superfici si bucherellano e somigliano a quelle che si trovano nelle regioni carsiche: nel momento in cui il ghiaccio che tratteneva il terreno si scioglie, il suolo subisce un collasso e si formano veri e propri buchi che si riempiono d’acqua (alimentando lo scioglimento).

©Nature Geosciences

Tutto ciò, secondo i dati, poco più di un secolo fa accadeva solo in una superficie di 905 chilometri quadrati, il 5% della regione artica e, secondo gli studiosi, se non cambierà nulla il termocarsismo potrà triplicare e i chilometri potranno diventare 1,6 milioni entro il 2100 e 2,5 entro il 2300. L’Artico diverrà così un autentico colabrodo.

Fonti: Science Advances / News Week  / Nature Geosciences

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Meteo, addio falsa Primavera: arrivano freddo, pioggia e neve in tutta Italia

Dopo giorni di clima primaverile torna il freddo. Il flusso nordatlantico sta scendendo di latitudine e da mercoledì 25 ha raggiunto anche l’Italia. Da oggi, sui confini alpini, previste nevicate a quote anche basse, piogge in Friuli, in Toscana, Marche, Umbria e verso sera in Campania, Lazio e Calabria.

Una seconda perturbazione è prevista per oggi pomeriggio e sera, e riguarderà sempre le stesse regioni con aumento delle nubi al Nord, nevicate sui rilievi alpini e sulle aree di confine. Peggioramento del tempo previsto anche in Piemonte, Liguria, Emilia occidentale, gran parte della Toscana.

Se venerdì la perturbazione riguarderà soprattutto le estreme regioni del Sud, con piogge e temporali, sabato ci sarà una terza perturbazione al Nord e nell’alta Toscana con piogge particolarmente intense in Liguria.

Domenica il tempo dovrebbe tornare sereno, ma dal 2 marzo ci sarà un peggioramento con piogge e nevicate un po’ ovunque.

FONTI: Meteo Giuliacci

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I bambini siriani muoiono sotto le bombe tra i banchi di scuola. Nel silenzio generale

Ancora bombe sulla Siria. E non ovunque a dilaniare un territorio già martoriato, ma su ben 10 scuole – tra cui due scuole materne – e un ospedale, uccidendo nove bambini (21 civili in tutto) e tre insegnanti. Si è trattato di “attacchi aerei e attacchi a terra” nella provincia di Idlib nella Siria nordoccidentale, come li definisce la Union of Medical Care and Relief Organizations stilando una lista di 81 civili “gravemente feriti” (tra cui 40 bambini e donne).

In questo scenario di guerra, dunque, non si risparmia proprio nessuno: all’Idlib Central Hospital sono stati feriti tre infermiere e un medico dopo l’attacco aereo che ha gravemente danneggiato la struttura.

È per questo che “l’ospedale, che ha curato più di 11mila pazienti in un mese, è stato costretto a chiudere a causa dei rischi per la sicurezza posti da attacchi aerei mirati”, dicono alla CNN.

Secondo i dati di Save the Children, in questa fase caratterizzata dall’escalation del conflitto, quello di ieri è il più alto numero di edifici scolastici colpiti in un solo giorno a Idlib, almeno dall’inizio del 2019. Dall’inizio del 2020, sono già 22 le scuole bombardate in tutto.

©UOSSM

©UOSSM

Una feroce offensiva, quindi, quella di queste ultime ore, delle forze del regime hanno combattuto volte a impadronirsi di Idlib, l’ultima roccaforte dei ribelli e dei combattenti jihadisti che hanno cercato di rovesciare il presidente siriano Bashar al-Assad dal 2011. Qui, circa tre milioni di persone vivono in condizioni disperate.

Le scuole devono essere un luogo sicuro per i bambini, anche in una zona di conflitto. Gli attacchi di oggi sono l’ennesima conferma che i combattimenti nella nord-ovest della Siria hanno raggiunto livelli catastrofici di violenza contro i bambini e contro i civili che vanno ben oltre ciò che è accettabile nei conflitti. Moltissime famiglie sono state costrette a fuggire dalle loro abitazioni in cerca di un minimo di sicurezza e stabilità, ma continuano, sia di giorno che di notte, a vivere nel terrore perché su di loro continuano a piovere bombe. A Idlib nessun posto è sicuro, nemmeno le scuole. Chiediamo a tutte le parti in conflitto di garantire la protezione di cui hanno bisogno ai bambini e ai civili, così come vanno protette le scuole e gli ospedali, affinché i bambini possano studiare ed essere curati. Le leggi internazionali in materia di diritti umani devono essere rispettate, senza più nessuna scusa”, conclude Sonia Khush, Direttrice di Save the Children in Siria.

©UOSSM

©UOSSM

©UOSSM

©UOSSM

Un susseguirsi di sangue e distruzione, ma prendere di mira scuole e asili è un autentico crimine di guerra ed è la stessa UOSSM a denunciare questi attacchi barbarici contro bambini, insegnanti e strutture mediche, esigendo che la comunità internazionale ritenga immediatamente responsabili gli autori di crimini di guerra e che ogni possibile misura venga adottata per proteggere i 500mila bambini sfollati che sono in chiaro e presente pericolo.

Fonti: Union of Medical Care and Relief Organizations / CNN / Save the Children

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Scozia: assorbenti e tamponi gratis per tutte le donne, è il primo Paese al mondo a farlo

La Scozia si appresta a diventare il primo paese al mondo a rendere completamente gratuiti, per chi ne ha bisogno, tutti i prodotti necessari durante il ciclo mestruale.

Il parlamento scozzese ha approvato, con 112 voti a favore, un nuovo disegno di legge che intende far diventare gratuiti assorbenti e tamponi e li renderebbe tra l’altro disponibili anche in luoghi pubblici come centri sociali e di aggregazione giovanile oltre che nelle farmacie.

Si tratta di un primo passo, dato che ora il disegno di legge deve proseguire il suo iter all’interno del Parlamento scozzese e potrebbe subire delle modifiche nel caso venissero proposti degli emendamenti.

Un primo passo, però, decisamente importante. La proposta infatti intende porre fine alla cosiddetta “period poverty” in Scozia. Che cosa si intende? Il governo vuole garantire che i prodotti necessari durante le mestruazioni siano gratuiti e disponibili per “chiunque ne abbia bisogno” soprattutto per proteggere le persone a basso reddito che non si possono permette di acquistare assorbenti e tamponi.

Secondo le stime, infatti, le donne con un ciclo che dura in media 5 giorni possono arrivare a spendere fino ad 8 sterline al mese (circa 12 euro) e c’è chi fa fatica a sostenere un tale costo.

La prima bozza di questa nuova proposta di legge, Period Products Scotland Bill, era stata presentata già nel 2017 da Monica Lennon e aveva portato, nel 2018, a rendere gratuiti i prodotti utili alle mestruazioni in scuole, college e università della Scozia.

La situazione di difficoltà delle ragazze, infatti, non è da sottovalutare.  Un sondaggio effettuato su 2.000 persone da Young Scot ha rilevato che circa una ragazza su 4 tra quelle intervistate in scuole e università scozzesi fa fatica ad accedere ai prodotti necessari durante il ciclo. Nel Regno Unito nel complesso, invece, il 10% delle ragazze non può permettersi di acquistarli, il 15% fa fatica e il 19% è passato a prodotti meno adatti a causa dei costi.

Attualmente, nel Regno Unito, la cosiddetta “tampon tax” è al 5% (in Italia l’Iva al 5% è applicata solo per i tamponi e gli assorbenti compostabili e biodegradabili mentre per gli altri è ancora al 22%!). Nel nostro paese, insomma, ne abbiamo parlato più volte, assorbenti e tamponi vengono tassati al pari dei tartufi come se fossero beni di lusso e non di prima necessità!

Una situazione assurda a cui, almeno la Scozia, sembra stia per mettere fine con un provvedimento che dimostra civiltà e voglia di lavorare sul tema della parità di genere.

Il sistema di distribuzione gratuita dei prodotti, promette la Scozia, diventerà operativo entro un anno dall’approvazione definitiva della legge.

Qualche anno fa, sempre la Scozia, aveva varato un programma per distribuire i prodotti per le mestruazioni gratuitamente alle studentesse.

In #Kenya gli assorbenti per le ragazze nelle istituzioni sono gratuiti.In #Scozia esistono programmi per fornire alle…

Pubblicato da Sara El Debuçh su Martedì 1 gennaio 2019

Fonte: BBC

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Svolgere lavori manuali è un rituale terapeutico per la nostra mente

Che fare lavori manuali faccia bene è risaputo, da molto tempo ormai si dice che stimoli i sensi, sviluppi la creatività, riduca lo stress, considerato poi che facciamo una vita sempre più sedentaria.

Benefici evidenti per tante persone, tant’è che è in crescita il numero di chi decide, per esempio, di curare il proprio orto, di lavorare a maglia, di dedicarsi alla realizzazione di oggetti artigianali.

Tutte attività che implicano l’utilizzo delle mani e che in qualche modo ci fanno stare bene, perché attraverso le mani diamo forma alla nostra creatività, ai nostri desideri, e ci riconnettiamo con parti di noi. Anche perché quando eseguiamo quei lavori siamo costretti alla concentrazione, che può essere letta come una forma di meditazione e quindi di “terapia” per la mente.

C’è anche chi sostiene, come la dottoressa Kelly Lambert dell’Università di Richmond nel suo libro “Lifting Depression: A Neuroscientist’s Hands-On Approach to Activating Your Brain’s Healing Power“, che l’attività manuale aiuti a ridurre il rischio di depressione perché attiva un cambiamento cerebrale che, associato a un percorso psicologico adeguato, può migliorare notevolmente le condizioni del paziente, secondo quanto riporta Exploring Your Mind.

La dottoressa Lambert è giunta a questi risultati dopo aver eseguito esperimenti che hanno dimostrato come lavorare con le mani migliori il benessere delle persone, contrariamente ai lavori più sedentari. E questo perché, secondo lei, lavorare manualmente aumenta il senso di controllo sull’ambiente, ovvero le persone riconoscono di avere un “potere” creativo rispetto all’ambiente circostante, consapevolezza che fa bene al cervello, come riportato in un’intervista rilasciata a Cbs News.

La cosa bella è che, anche grazie al web, oggi è facile imbattersi in video-tutorial che insegnano le attività manuali, ed è così che tante persone imparano a fare con le mani qualcosa di nuovo o di dimenticato.

E tutte queste attività che compiamo utilizzandole possono trasformarsi in piccoli rituali che ci fanno stare bene, che ci rendono più consapevoli di quello che siamo in grado di creare, impregnandosi di significato, e dando un senso così alla nostra vita.

Insomma, il lavoro manuale, che si tratti di fare a maglia, farsi l’orto o creare un bel giardino, va rivalutato!

FONTI: Exploring Your Mind/Cbs News

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