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Gomme invernali: 5 consigli per risparmiare e viaggiare sicuri

Quando si guida uno degli aspetti fondamentali è avere cura della sicurezza della propria auto allo scopo di proteggere se stessi e gli altri. Le statistiche registrano un drastico calo di incidenti stradali e vittime della strada, sia nel nostro Paese che in tutta Europa. Merito delle politiche e degli obiettivi adottati a livello europeo, tra cui l’introduzione della patente a punti, del controllo della velocità con il Tutor, delle normative relative alla revisione dei veicoli e così via. Uno degli aspetti di cui puoi occuparti personalmente, di fondamentale importanza, è la manutenzione dalla tua auto e, con l’avvicinarsi della stagione fredda, della sostituzione delle gomme estive con le gomme invernali.

Sebbene la legge preveda la possibilità di tenere a bordo le catene da neve, in luogo del montaggio delle gomme invernali, accostarsi al bordo della strada per installare le catene può rappresentare un disagio per te e per gli altri automobilisti, e soprattutto un pericolo. Dall’altra parte, acquistare gli pneumatici invernali presso i negozi specializzati può avere un costo molto elevato. Una soluzione per evitare di spendere somme esagerate è acquistarli online, comparando i prezzi delle varie marche (l’assortimento è sempre vastissimo, dalle marche più economiche a quelle più prestigiose). Il risparmio può superare anche il 50% a parità di marca e misura rispetto ai punti vendita fisici e la consegna può essere fatta direttamente presso le officine convenzionate, normalmente ben distribuite su tutto il territorio nazionale, oppure presso il tuo domicilio senza costi aggiuntivi.

L’acquisto di pneumatici su internet comporta anche altri vantaggi: si può usufruire della consulenza degli esperti a cui si possono richiedere informazioni approfondite e avere consigli sui giusti pneumatici da acquistare per la propria auto in base alle proprie esigenze, o consultare le migliaia di recensioni degli utenti.

Le gomme invernali devono essere efficaci e garantire sicurezza non solo sulla neve, ma anche sulla strada bagnata e si differenziano dagli pneumatici estivi per la differente composizione della mescola e un disegno del battistrada che garantisce maggiore aderenza al suolo e un maggior controllo del veicolo quando l’asfalto ha una temperatura inferiore ai 7° ed è umido o bagnato.

Il codice della strada prevede l’uso obbligatorio delle gomme invernali dal 15 novembre al 15 aprile in tutta Italia. In alternativa è consentito avere a bordo le catene da neve. Il mancato rispetto di questa norma comporta non solo sanzioni pecuniarie, ma in caso di comportamento reiterato o guida pericolosa, anche la perdita di punti della patente.

Ecco infine 5 consigli per viaggiare sicuri anticipando l’inverno e prevenire il rischio di incidenti:

  1. sostituire per tempo gli pneumatici estivi con gomme invernali. Quando la temperatura esterna raggiunge i 7°C è il momento giusto. Non aspettate i primi fiocchi di neve per sostituire le gomme: i gommisti avranno lunghe code e non è detto che quando tocca voi troviate la vostra misura.
  2. Sostituite sempre tutti e quattro i pneumatici con lo stesso tipo.
  3. Misurate regolarmente la pressione delle gomme quando sono fredde (controllate anche la ruota di scorta).
  4. Quando guidate su strade bagnate, innevate o ghiacciate adattate la velocità alle condizioni stradali e al carico del veicolo, e aumentare le distanze di sicurezza.
  5. Evitate quanto più possibile manovre brusche con lo sterzo e i pedali e, se potete, fate un test di frenata con i vostri nuovi pneumatici in un tratto di strada completamente libera quando è bagnata o innevata, per vedere come si comporta la vostra auto con le nuove gomme e qual è la nuova distanza di arresto.

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Michelle Obama si racconta: “Becoming – la mia storia”

L’autobiografia intima e appassionante della ex-first lady degli Stati Uniti che ha ispirato il mondo.

“Nella mia vita, finora, sono stata avvocato, dirigente di un ospedale e direttore di un ente non profit che aiuta i giovani a costruirsi una carriera. Sono stata una studentessa nera della working class in un costoso college frequentato in prevalenza da bianchi. Sono stata spesso l’unica donna e l’unica persona afroamericana presente nella stanza, in molte stanze diverse. Sono stata moglie, neo-mamma stressata, figlia lacerata dal dolore del lutto. E, fino a non molto tempo fa, sono stata la first lady degli Stati Uniti d’America, un lavoro che ufficialmente non è un lavoro, ma che mi ha offerto una tribuna che mai avrei immaginato. Mi ha stimolato e mi ha reso umile, mi ha tirato su il morale e abbattuto, a volte nella stessa circostanza”

Si intitola “Becoming – La mia storia” il nuovo libro di Michelle Obama, tradotto in 25 lingue e uscito contemporaneamente ieri in tutto il mondo.

Racconta della donna, della madre, della First Lady: un ritratto a tutto tondo, teso a mostrare la fragilità della condizione umana e la forza che l’amore può muovere.

L’incontro con Barack, la crescita delle figlie, il rapporto ambivalente con la politica. Tutto questo e molto altro. Edizione Garzanti.

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Riqualificare casa in modo green è una questione di….cuore

Il patrimonio edilizio italiano ha un gran bisogno di una riqualificazione energetica. L’80% degli stabili residenziali oggetto di compravendita appartiene alle classi energetiche più scarse, ovvero E, F e G. Solo di quest’ultima ne fa parte il 56% del totale.

Il progetto Heart, che significa sì “cuore” ma è l’acronimo di Holistic energy and architectural Retrofit Toolkit e si propone di riqualificare in chiave green gli edifici, Foto Pixabay

Per portare le abitazioni energivore a una classe decisamente più virtuosa occorre operare in deep retrofit, ovvero interventi che vanno a riqualificare in modo profondo il costruito. Ma c’è modo e modo di realizzarli: per contare su risparmi non solo nei consumi ma anche nei tempi di realizzazione è nato il progetto europeo Heart, guidato dal Politecnico di Milano che intende operare in maniera olistica e integrata, contando sull’apporto della tecnologia più avanzata, per risparmiare fino all’80% dei consumi e veder realizzare l’intervento con tempi inferiori del 30% rispetto alle tempistiche tradizionali. Non solo: è pensato perché si possa rientrare nell’investimento entro 15 anni, ossia un tempo decisamente sostenibile.

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Parigi: 3 anni dopo gli attacchi terroristici del 13 novembre

Il 13 novembre 2015 Parigi fu investita da una serie di attacchi terroristici, tra cui quello più noto del Bataclan. La redazione di BuoneNotizie.it si trovava a Parigi in occasione del Transformational Media Summit, un evento internazionale dedicato al giornalismo costruttivo: un approccio emergente che focalizza le notizie sulle possibili soluzioni ai problemi, e non solo sulla breaking news del momento. E così ne abbiamo approfittato realizzando una serie di articoli da un punto di vista decisamente diverso…

La redazione di BuoneNotizie.it, in diretta da Parigi

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Perché amo l’Italia? Te lo dice Hayden, americano diventato italiano per scelta

Hayden, cittadino americano, ha scelto di vivere e restare in Italia. Ecco perché.

‘Cosa ci fai qui in Italia? Non stavi meglio prima? Questo paese va a rotoli! Torna in America e portaci anche me. Li sì che si sta bene.’

Che ci crediate o no, queste sono le domande e i commenti che mi sento fare quasi ogni giorno da quando vivo in Italia. Ma immaginatevi il mio stupore quando, otto anni fa, mi trovai davanti alla bellezza mozzafiato del Lago di Como e le sue montagne: un vero paradiso! Mi sentivo come se avessi vinto la lotteria!

Quindi, quando per la prima volta mi sentii rivolgere una di quelle domande al bar, qualcosa non tornava. Come facevano a non essere completamente travolti da tutta quella bellezza anche gli altri intorno a me?

Ero confuso, ma allo stesso tempo determinato a scoprire perché gli italiani avessero un’idea così negativa del loro paese e pensassero agli Stati Uniti come un sogno. Ma qual era il punto? L’erba del vicino (o quella dall’altra parte dell’oceano) era davvero più verde?

Ci ho messo un po’ a capirlo, ma adesso, con otto anni di vita italiana alle spalle, penso di essere vicino a una possibile risposta: tutto dipende dalle lenti con cui guardiamo ciascuno dei due paesi. Di solito, quando gli italiani guardano l’America, sembrano indossare occhiali tutti rose e fiori, come se fosse la terra promessa. ‘Grande l’America!’ ‘Voi siete avanti.’ ‘Bisogna proprio prendere e andar a vivere li.’

L’Italia, invece, spesso viene vista tramite una lente nera di critica, lamentela, e negatività dagli italiani stessi (c’mon, you know it’s true). Non sto dicendo che qui non ci siano problemi, sfide e difficoltà, ma qual è il paese al mondo che non ne ha? Non fraintendetemi, ci sono diverse cose in Italia che mi fanno andare fuori di testa, ma quando mi fermo a pensare che qui non rischio di indebitarmi fino al collo se mi rompo una gamba, o che mio figlio non dovrà accendere un mutuo per andar all’università, allora capisco che forse ho fatto la scelta giusta. Lasciamo stare le armi (che in America si possono comprare facilmente al supermercato), la velenosa faziosità politica, il materialismo sfrenato, e soprattutto, il fatto che gli americani non sanno fare la pasta! E anche se ogni tanto mi mancano le grandi colazioni americane, posso accontentarmi di una bella brioche alla nutella al bar.

Mi chiedo se non si potrebbe avere una visione più equilibrata, sia quando si guarda all’America che quando si guarda all’Italia? Perché finché si continua a osservare l’Italia con quella lente nera, sarà difficile vedere altro che buio.

Pian piano però, ho iniziato a intravedere della luce nelle mie conversazioni con gli italiani, mentre bevevamo caffè macchiati (un po’ troppo piccoli per me) e cappuccini. Ogni volta che dicevo loro quanto amassi il loro paese e quali belle qualità vedessi nei suoi abitanti, i loro occhi si accendevano, anche solo per un’istante. Ovviamente non in tutti i casi: ogni tanto capitava il tipo scettico che mi guardava come se fossi un alieno, agitando le mani con il tipico gesto italiano che significa chiaramente ‘Ma che diavolo stai dicendo?’

Questo è lo stesso gesto che ho visto fare da molti amici e familiari anni dopo, quando ho annunciato loro ciò che avevo in mente per la mia cerimonia di cittadinanza. Per me, diventare italiano era un sogno (potete prendermi in giro se volete). I miei amici americani erano anche un po’ gelosi! Ero deluso, però, quando dopo aver consegnato il mio ultimo documento per la cittadinanza, anziché ricevere una bella festa dall’impiegato comunale, mi sono sentito dire con tono piatto e freddo: ‘Torna tra due settimane, cinque minuti per il giuramento e via.’

‘Ma come?’ mi sono detto. ‘E dove sarebbe il mandolino, la musica, e le danze celebrative? Niente cibo? Neanche un aperitivo?’ Dai! Mi aspettavo di più dai miei quasi compatrioti.

In quel momento ho deciso di prendere la questione nelle mie mani. E un’ora più tardi tutto ciò di cui avevo bisogno per i miei festeggiamenti era già in transito verso casa mia. La cosa assurda è che è stato più’ semplice ordinare un bel look tri-colore dall’Inghilterra piuttosto che dall’Italia. Alla faccia del patriottismo! Ed eccomi quindi pronto a varcare la soglia del Comune di Lecco per il mio giuramento alla nazione: sul mio bel monociclo, indossando un poncho, un papillon e un cappello da cowboy tutti verdi, bianchi, e rossi. E come se questo non fosse abbastanza, avevo sotto il braccio la mia chitarra per intonare la mia canzone d’amore all’Italia al sindaco.

I miei amici più scettici pensavano che, conciato in quel modo, mi avrebbero sbattuto fuori ancora prima di entrare. Ecco però che di nuovo stavano guardando attraverso la lente più scura, aspettandosi il peggio dei loro connazionali. In realtà, non solo mi hanno lasciato entrare, ma tutti, dall’impiegata amministrativa al sindaco, mi hanno ringraziato per aver portato in comune un po’ di musica e colore. Prima del giuramento ho cantato la mia canzone e mi è stato chiesto di suonarla di nuovo in altri due uffici. Visto che alle persone è piaciuta parecchio, ho deciso di realizzare una registrazione professionale. E ora, ‘I love Italy’ è diventata un video clip!

Questo video rappresenta per me il frutto dei miei anni passati in Italia: dal bar dove ho avuto le mie prime conversazioni in italiano, alla pizzeria dove ho scandalizzato tutti mettendo il miele sulla pizza, i meravigliosi studenti con cui ho avuto il grande privilegio di lavorare, e molto altro. Tutto questo condito con un pizzico di ironia, ma con un messaggio più profondo alla base: che l’Italia, con tutte le sue pecche, è un paese davvero incredibile, e sta a ognuno di noi decidere con quale lente vogliamo guardarlo.

Leggi anche: “L’Italia è un’eccellenza mondiale”, parola di Silvia Vianello. E agli Italiani dice: ricominciate a sognare!

 

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Oggi è la Giornata della Gentilezza: raccontaci la tua!

Il mondo che immaginiamo è semplicemente più gentile. Oggi è la Giornata Mondiale della Gentilezza: un’occasione per  fare piccoli gesti “gentili” e guardare il mondo con occhi diversi. “La gentilezza, come un virus, coinvolge chiunque ne venga a contatto. Il 13 novembre è l’occasione perfetta per diffonderla”. E’ questo uno degli slogan per la Giornata Mondiale della Gentilezza.

Nata nel 1998, in coincidenza con la prima Conferenza mondiale del World Kindness Movement, (l’unione non religiosa di associazioni internazionali dedite allo studio e alla promozione di atteggiamenti corretti e gentili) tenutasi a Tokyo, la Giornata della Gentilezza ha come obiettivo ricordare a tutti noi l’intima e innata esigenza del cuore umano di ricevere ma anche di donare cortesia.

Alla base di questa idea vi è la teoria secondo cui vivere in un mondo più compassionevole e pacifico è possibile solo quando verrà raggiunta una massa critica di atti di gentilezza. La gentilezza è un elemento distintivo, un indicatore di benessere della società.

La gentilezza è come un muscolo. Per essere attiva va tenuta in esercizio quotidiano. Solo così sarà possibile evitarne l’atrofia. Ogni giorno è un buon giorno per fare esercizio. Lo sappiamo bene noi, convinti sostenitori di un’informazione declinata al positivo, impegnati nel dare spazio a bellezza e generosità, che riteniamo bene supremo e linfa vitale di questo nostro pianeta.

Obiettivo della Giornata è coinvolgere il maggior numero di persone nell’ondata di gentilezza, per guardare oltre noi stessi, oltre i confini dei diversi Paesi, oltre le nostre culture, etnie e religioni. Insomma, di renderci conto che siamo cittadini del mondo e che, in quanto tali, abbiamo spazi e presenze da condividere, abbiamo dei luoghi pubblici da curare, degli animali da proteggere, un sistema da conservare e uomini da accogliere e valorizzare.

Se vogliamo dare avvio a un miglioramento, se vogliamo raggiungere l’obiettivo di una coesistenza non solo pacifica ma anche di crescita, dobbiamo focalizzare la nostra attenzione e le nostre cure su quello che abbiamo in comune. Solo così possiamo essere parte di un mondo migliore.

E ora, siate gentili, raccontateci attraverso la nostra pagina Facebook o commentando questo articolo la gentilezza da voi ricevuta e donata. Grazie!

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Questa gigantesca pistola annodata è un manifesto di non violenza

A Malmö la ‘pistola annodata’ di Carl Fredrik Reuterswärd è una scultura contro la violenza.

Forse ne avrete sentito parlare, forse l’avrete vista o forse no, è comunque innegabile quanto la ‘pistola annodata’ di Carl Fredrik Reuterswärdartista svedese, sia una scultura senza tempo. E’ la città di Malmö, a sud della Svezia, a ospitare l’opera simbolo di non violenzaCarl Reuterswärd, venuto a mancare nel 2016, ci ha lasciato senza dubbio un prodotto artisticoche non solo desta grande stupore, ma che è carico di un significato intenso e toccante…

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21 trucchi mentali (più uno) per la ricerca della tua felicità

Di questi tempi in cui ogni giorno siamo afflitti da notizie reali ma preoccupanti, molte persone cercano (giustamente) uno spazio di felicità all’interno di BuoneNotizie.it. In piena sintonia con lo spirito dell’editore, oggi vorrei dare il mio piccolo contributo alla comune “ricerca della felicità”, condividendo un semplice “trucco mentale” da vero ottimista.

L’idea alla base di quanto sto per dire è semplice ma potente: esistono dei “trucchi mentali“, cioè dei modi di pensare e organizzare il proprio pensiero, che determinano effetti immediati e sorprendenti nel nostro benessere. Un po’ come i “trucchi di magia”, che in modo rapido e apparentemente “magico” fanno cambiare le cose, le trasformano, le fanno volare, o comunque conferiscono al prestigiatore dei poteri sorprendenti, allo stesso modo esistono dei “trucchi mentali” che vanno imparati e applicati alla stregua di quelli magici, dando un beneficio tangibile al nostro stato d’animo, contribuendo cioè a renderci più felici.

Ho scelto qui un “trucco mentale” che mi sembra adatto al periodo economico che stiamo vivendo. Sappiamo che l’economia rallenta, e che non spendiamo perché ci sono pochi soldi da spendere: il gatto che si morde la coda! Tanti o pochi che siano, che sia per divertirci o per gratificarci con acquisti che pensiamo possano renderci più felici, qualche soldo lo spendiamo comunque. Vorrei parlarti dunque di un “trucco per spendere meglio“.

Importanti ricerche psicologiche, di ogni genere e livello, hanno ampiamente dimostrato che l’acquisto emotivo, il cosiddetto shopping compulsivo, è una pratica tanto diffusa quanto “pericolosamente efficace” per modificare il proprio umore alla ricerca della felicità! In sostanza lo shopping è tanto diffuso, purtroppo anche tra chi non potrebbe permetterselo, proprio perché ha una comprovata efficacia nel dare delle “micro-botte” di felicità.

Forse tutti sappiamo che acquistare oggetti e passare ore e ore da una vetrina all’altra non è l’attività più “intelligente” del mondo, ma è proprio perché conferisce effettivamente un certo senso di gratificazione che si è diffusa così tanto. Con questo non la voglio giustificare o promuovere, ma solo constatare che a suo modo “funziona”. Lo shopping come sistema per cercare gratificazione o distrazione dai problemi, alle volte arriva ad essere una vera “droga”, cioè porta le persone a sviluppare una vera e propria forma di vizio o comportamento ossessivo!

Insomma, qual è il trucco psicologico di cui ti voglio parlare? Tanto semplice quanto efficace. Non si tratta di rinunciare allo shopping o di ridurlo in modo drastico: sarebbe facile a dirsi ma più difficile a farsi! In fondo fare degli acquisti non è sbagliato o da condannare in assoluto e come al solito è una questione di misura! Eppure in queste faccende trovare la “misura” è sempre difficile e in questo ci viene in aiuto il nostro “trucco mentale”, che consiste nel cambiare il tipo di acquisti che facciamo! Se proprio vogliamo usare lo shopping come uno dei sistemi per essere più felici dobbiamo preferire l’acquisto di esperienze all’acquisto di oggetti!

Comprare delle esperienze, cioè andare al cinema, fare una gita, fare uno sport, una cena al ristorante, una visita didattica, un corso di teatro, un viaggio o persino un tatuaggio o un massaggio rilassante è una forma di shopping che dà una felicità più intensa e più duratura! Al contrario comprare oggetti, vestiti, mobili, gioielli, tecnologia o altre cose più materiali, ha un effetto meno intenso e meno prolungato nel tempo! Anzi, in certi casi può anche trasformarsi in rimpianto e fastidio, vedendo accumularsi tanti oggetti inutilizzati!

L’acquisto di esperienze ha un effetto “magico” nella nostra mente, perché il ricordo dura più a lungo e in più, spesso, le esperienze le facciamo assieme ad altre persone e quindi al piacere della cosa in sé si unisce il gusto di condividerla.

Insomma se proprio vogliamo usare i soldi per essere più felici, questo “trucco mentale” semplice ed efficace ti permetterà di spendere meglio ed essere più felice e più a lungo! Se ti piace l’idea dei “trucchi mentali”, lascia un commento qui sotto e scopri gli altri 21 motivi per tornare ad essere positivi ed avere successo!

A lunedì prossimo!

Sebastiano Todero

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L’epico viaggio dei lettori algerini: una storia di passione per i libri

Questa è una storia di lettori, e di lettori algerini. Mi sembra bellissima, e credo che ai lettori italiani piacerà perché la passione per i libri non ha confini. A raccontarla è Paola Caridi, una donna acuta, curiosa e generosa, una storica e una scrittrice esperta di Medio Oriente e Nord Africa. Il suo blog si chiama Arabi invisibili. È appena tornata da Algeri e mi sta dicendo quel che ha visto lì.
Ferma, ferma.– le dico –  Fammi prendere qualche appunto. Così, una chiacchierata tra amiche si trasforma in questa intervista.

Dunque, siamo ad Algeri.
Siamo all’inizio della periferia a est di Algeri, dalla parte opposta alla Casbah, vicino a un’enorme moschea in costruzione. È la grande moschea d’Algeria, realizzata da un’impresa di costruzioni cinese su progetto tedesco. Il minareto è già finito: è alto 240 metri e si vede dall’altra parte della città. Sarà la più grande moschea d’Africa.

Lì vicino c’è la fiera di Algeri, un gruppo di grandi edifici beige dove, in occasione del Salone del Libro, centinaia di migliaia di persone arrivano da tutto il paese: sono i lettori algerini. Studenti delle scuole, famiglie con bambini, moltissime ragazze…

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Con il registro tumori un passo avanti nella prevenzione

Quando una diagnosi di tumore irrompe nella vita di una persona, tutto il suo mondo che scorreva fino a un attimo prima nella quotidianità viene sconvolto. Si modificano improvvisamente i vissuti del tempo. I progetti si interrompono o si trasformano, le relazioni con le persone, con i famigliari, gli amici, il lavoro, tutto assume una prospettiva diversa.Si acuisce la percezione di precarietà dell’esistenza.

Sentimenti di sgomento o di rabbia dominano i giorni. Interrogativi, speranze, delusioni, disperazione, accompagnano i percorsi delle terapie. Le ansie di un calvario fisico ed emotivo che coinvolge la persona malata e chi le è vicino.

Ieri finalmente il Senato ha approvato un provvedimento che tocca la fragilità della nostra esistenza, che chiama in causa molti aspetti, fino a quello più radicale del confine tra la vita e la morte. Ogni anno purtroppo sono oltre 360mila le persone si ammalano di patologie tumorali e ogni anni 180mila di esse non ce la fanno a vincere la battaglia contro il ‘male inguaribile’.

Abbiamo provato a dare concretezza nuova alle parole speranza, possibilità, futuro. Il numero di coloro che vincono la battaglia contro queste patologie oncologiche deve aumentare e, ancor più, aumentare il numero di coloro che, grazie alla prevenzione, possano evitare questa esperienza drammatica.

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I 100 film non in lingua inglese più importanti della storia

Tutti i film girati in lingua non inglese che sono entrati a pieno diritto nella storia del cinema.

BBC Culture ha pubblicato spesso sondaggi svolti da critici cinematografici, con l’obiettivo di stilare una classifica dei film più belli dell’ultimo secolo, quelli più belli di Hollywood in generale e così via. Dopo tante pellicole anglofone, è giunto il momento di parlare dei film del resto del mondo, quelli non in cui non si parla inglese. Qui sotto vedete la classifica dei 100 film non in lingua inglese più belli della storia.

Il risultato sono 100 film diretti da 67 registi diversi, provenienti da 24 paesi e girati in 41 lingue differenti. Vince la Francia che piazza 27 film in classifica, seguita dalla Cina con 12 e da Giappone e Italia con 11. Nonostante alcune mancanze di rilievo (non c’è nessun film di Takeshi KitanoJean Cocteau o Elio Petri, per dirne tre), questa classifica è un bel compendio per guardare tutti quei capolavori che non avete mai visto e che fanno parte della storia del cinema.

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Mal di schiena? Cos’è l’ergonomia posturale e perché ne abbiamo bisogno

Mal di schiena e problemi posturali: perché vengono e come possono essere curati

Si calcola che in Italia l’assenteismo causato da disagi riconducibili a mal di schiena e problemi posturali in genere costino alle aziende circa 3,36 miliardi di euro. Non si parla di briciole. D’altra parte il famoso adagio “drizza quella schiena” è familiare a molti di noi e spesso viene messo in relazione con i problemi classici di una società legata all’espansione del settore terziario. Insomma: vita da scrivania = problemi posturali e mal di schiena.

La verità pare però che sia un po’ più complessa, come spiega Tiziano Pacini, primo ergonomo posturale in Italia e direttore del Corso di Alta Formazione in Ergonomia Posturale patrocinato dal Dipartimento di Salute Pubblica e Assistenza Sanitaria di Ruse, in Bulgaria. Pacini evidenzia come nel regno animale la postura rappresenti di fatto un costante esercizio di equilibrio, un silenzioso braccio di ferro tra il corpo e la legge di gravità. Nell’uomo la situazione si complica ulteriormente con l’acquisizione della “verticalità”: un aspetto che necessita di terreni variabili, non uniformi, che consentano quindi il continuo esercizio dei diversi muscoli del corpo.

Tiziano Pacini, il primo ergonomo posturale in Italia

L’urbanizzazione e l’uso inflazionato dell’asfalto, in questo senso hanno giocato a sfavore innescando un circuito vizioso che si è tradotto in problemi posturali diffusi. Al di là dei problemi riconducibili alla vita sedentaria, sostiene Pacini, “è un dato di fatto che fra i popoli che ancora vivono in condizioni naturali e che camminano scalzi su terreni sconnessi, come alcune popolazioni africane, del Messico o del sud est asiatico, il mal di schiena, come del resto molte malattie cardiovascolari tipicamente occidentali, siano sconosciuti”.

È proprio la diffusione capillare di questa problematica ciò che ha stimolato l’emergere di una figura professionale nuova: l’ergonomo posturale, appunto, cioè un professionista che analizzando scientificamente le alterazioni della postura, si occupa di decostruire un sistema di abitudini errate guidando il soggetto verso nuove e più sane soluzioni.

Semplice? Tutt’altro. Non c’è niente di più difficile che decostruire un’abitudine, cioè quella che di fatto è diventata una piccola forma di dipendenza senza che nemmeno ce ne rendessimo conto. Come spiega Pacini: “Il cambiamento posturale molto spesso è un percorso che richiede un po’ di tempo – ed anche un po’ di pazienza – perché tutto l’apparato locomotore si deve riorganizzare secondo un nuovo modo di vivere, con un conseguente lavoro diverso di tutti i muscoli.” D’altra parte si sa, un cambiamento radicale non è mai indolore, soprattutto quando va a toccare abitudini radicate nel tempo.

Fondamentale, in questo processo, è l’utilizzo di strumenti come baropodometri, sistemi fotografici e scanner ma soprattutto di un protocollo di interpretazione rigoroso, impostato secondo un metodo scientifico e quindi ripetibile. È questo che fa la differenza tra un approccio professionale e uno approssimativo: la possibilità di impostare un lavoro di studio capace di disinnescare vecchi automatismi e di creare le basi per un processo di reset e rieducazione reale.

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Razzismo mediatico, e non solo. Ci coinvolge tutti, a diversi livelli delle specie viventi

Titoli di informazioni diffusi al giorno d’oggi: “Pitbull azzanna bambino”. “Zingaro deruba turista in centro”. “Rom investe pedone sulle strisce”. “Immigrato molesta ragazza per strada”. “Extracomunitari bivaccano su panchina ai giardinetti”. (Desueti): “Meridionale bivacca in stazione”. “Siciliano non fornisce le sue generalità al vigile”. “Ebreo fermato per accertamenti: non esponeva la stella di Davide nella vetrina del suo negozio”.
Titoli mediatici che coinvolgono i “mostri”, di oggi e dell’epoca.

Vediamoli.

A qualcuno sembra che faccia notizia che un cane morde un umano (in forma lieve, come nel caso specifico)? No. In genere farebbe notizia l’umano che morde il cane. Ma se si tratta di un pitbull, la notizia c’è e “alla grande”. Ma quanti sono i pitbull che mordono gli umani? Non ho dati, ma credo che siano proprio pochi rispetto ai morsi dei cani agli umani, visto che di pitbull in giro, praticamente non ce ne sono e chi ha un qualche cane che potrebbe assomigliarli, se glielo chiedi, ti dice subito “è un Amstaf” (American Staffordshire, simile al pitbull ma, a differenza del cugino vituperato, è una razza riconosciuta e sdoganata dal fatto di essere il tipico cane delle scene tv delle famiglie americane). Non ricordo di aver letto qualcosa tipo “Bimbo morso da un pastore tedesco”… che riguardo a morsi imprevisti, non è da meno a nessun altro cane. Ma il pitbull è il cane cattivo per antonomasia, ed io stesso, proprio stamane, di fronte ad un titolo del genere richiamato in prima pagina di un giornale, mi sono andato a leggere l’articolo, cosa che probabilmente non avrei fatto se il titolo fosse stato “cane morde bambino”, articolo che altrettanto probabilmente non avrei trovato perché, come nel caso di specie, si trattava di una piccola e quasi innocua aggressione da parte del cane. E’ evidente che questo approccio mediatico e non solo, nasce dal fatto che il cane, se non risponde alle aspettative di “pelouche animato”, è un pericolo e va messo all’indice. Se poi questo non-pelouche è anche un pitbull, figuriamoci…

Reati, illeciti, fatti insoliti con le parole “Zingaro”, “Rom” (per i più apparentemente dotti), “immigrato”, “extracomunitario”, sono più frequenti del pitbull di sopra. Con l’aggiunta che – mentre nel caso del nostro mastino, abitualmente si tende a deviare il proprio percorso di pedone se si ha l’impressione che se ne sta per incrociare uno, e la cosa finisce lì – quando c’è una qualche brutta storia che coinvolga uno di questi soggetti, ci ritroviamo anche cortei improvvisati, proteste vibranti… fino a più o meno tentativi di assalto ai quei campi che ospitano alcune persone di queste etnie (zingaro, rom) o di questa condizione umana (immigrato, extracomunitario). E’ evidente che questo approccio mediatico e non solo, nasce dal fatto che se non sei uno stanziale, ma un nomade (zingaro, rom), ciò costituisce di per sé un attentato alla mia condizione stanziale. E se non sei un stanziale, ma uno che viene a chiedere aiuto (migrante, extracomunitario), ciò costituisce di per sé un tentativo di rodere la sicurezza e la certezza che mi sono creato (magari usando prodotti dei Paesi da cui provengono queste persone, pagandoli dieci volte meno di quanto sarebbero costati se prodotti in Italia, ma la memoria e la riconoscenza devono combattere con egoismo e violenza culturale…).

Poi ci sono quelli che ho chiamato “desueti”. “Meridionale”, a cui fino a poco tempo fa in alcune parti del Paese non si affittavano neanche le case. “Siciliano” che, di per sé, veniva (e ancora oggi in parte lo è) assimilato a mafioso, e quindi (come nell’esempio di sopra) è normale che non fornisca le sue generalità ad una qualche autorità di polizia. “Desueti”, ma ancora di attualità, quantomeno storica.

E, infine, c’è l’ebreo. “Desueto” ufficialmente per quanto riguarda le persecuzioni e le stragi razziali della metà del secolo scorso, ma se ti capita di stare in un ambiente di filo-palestinesi, altro che “desueto”… L’ebreo è di per sé colpevole di tutti i problemi che ci sono in Medio Oriente, a partire dalla Palestina della striscia di Gaza, e relative ripercussioni su tutte le guerre in qualche modo collegate a quell’area geografica.

E’ in questa cultura, alimentata in modo sostanzioso dai media a diverso livello, che oggi ci muoviamo e in cui dovremmo affrontare la complessità delle sfide e dei problemi della nostra epoca.

di Vincenzo Donvito, presidente di ADUC

Articolo del 22 giugno 2018 pubblicato originariamente su Aduc.it

L'articolo Razzismo mediatico, e non solo. Ci coinvolge tutti, a diversi livelli delle specie viventi è tratto da BuoneNotizie.it.

Facebook e Google, contratto con il fondatore del web per una rete migliore

Google e Facebook appoggiano i nuovi standard messi a punto da Tim Berners-Lee, il fondatore del world wide web che solo la scorsa settimana ha sostenuto l’ipotesi di uno spezzatino dei colossi della Silicon Valley per ridurre il monopolio sulla rete. Il nuovo ‘contratto per il web’ – riporta il Financial Times – richiede alle societa’ internet di rispettare la privacy sui dati e sostenere il meglio dell’umanita’…

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Forum Madrid: l’indifferenza e i pregiudizi soci della violenza

É entrato nel vivo, oggi, il Forum sulle violenze urbane in corso a Madrid; tanto che è risultato impossibile seguire i lavori dei vari seminari cui hanno partecipato centinaia di donne e uomini provenienti soprattutto dalla Spagna ma anche dal Sudamerica e da altri paesi del mondo.

Innovativa ci é apparsa la presentazione di Luís Bodoque Gómez per “Un mondo senza guerre” che, col supporto di esempi ed esperimenti, ha chiaramente esposto come sia la «competizione» alla base dei conflitti, assieme alla non conoscenza dell’altro, agli stereotipi («la gente dice … »), alle diverse prospettive di osservazione dei fatti. Ha, infine, sostenuto come «non necessariamente una opinione differente debba creare un conflitto».

Leggi anche: Conflitti: quando nascono, perché bisogna gestirli e come si può fare

Anche la discriminazione anti islamica é violenza

Interessante, poi, la scoperta del lavoro del “Osservatorio Islamofobia”. Un consistente studio svolto nel 2017 analizzando oltre 1.600 articoli pubblicati su sei periodici nazionali spagnoli, ha dimostrato che il 90% delle notizie pubblicate sull’Islam o sui musulmani mostravano «aspetti negativi», che il 72% degli articoli di opinione presentavano chiaramente aspetti islamofobi. In testa per islamofobia il quotidiano “La Razon” mentre “El Diario” é risultato il periodico più corretto.

Notizie di «inaugurazioni di musei, della realizzazione di cattedrali» vengono nascoste a favore di notizie di violenza, hanno specificato i relatori. Alle notizie di manifestazioni di donne e uomini musulmani contro il terrorismo non viene dato spazio, hanno aggiunto.

I titoli sono spesso sensazionalistici, scritti in presenza di pregiudizi, su notizie non verificate, decontestualizzando le vicende narrate, non dando voce a persone musulmane, usando una terminologia scorretta confondendo termini quali Islam, arabi o musulmani che in realtá non sono per nulla dei sinonimi.

Si tratta spesso – hanno spiegato i relatori – di una chiara «ignoranza, di un’assenza di formazione sul mondo arabo» ma, anche – denunciano – di una vera e propria «industria dell’islamofobia» messa in piedi dai partiti politici dell’estrema destra per avvelenare l’informazione e raccogliere voti.

A questa, si aggiunge «l’industria degli opinionisti», dei polemisti senza contenuti, di quelli che affermano che “non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani” (recentemente Vittorio Feltri su Libero).

L’Ossservatorio Islamofobia, che è una emanazione dell’Istituto Europeo del Mediterraneo entità pubblica catalana, nel denunciare questa forma di «discriminazione islamofoba» raccomanda l’uso di una maggiore «deontologia» da parte dei giornalisti ma anche una loro effettiva formazione preventiva rispetto ai temi su cui desiderano scrivere.

Lo studio é scaricabile sul sito dell’Istituto IEMEd.

L’indifferenza verso la tratta delle donne per l’industria del sesso

Partecipato e partecipativo, quindi, il seminario delle “Enfermeras para el mundo” che hanno voluto affrontare il delicato tema della “prevenzione della tratta con fini di violenza sessuale”. Un tema cui cui pesa una profonda indifferenza se il 39% degli spagnoli confessa di aver consumato sesso con una prostituta. Ma un tema che nasconde, neanche poi tanto, l’inganno prima e la violenza poi, psicologica quando non fisica, con la quale ragazze vengono sdradicate dal proprio territorio rurale o dalla propria nazione (spesso si tratta di sudamericane,3.000 i casi di tratta solo dalla Bolivia tra il 2012 e il 2017) per essere messe sulla strada a prostituirsi.

Bambine, bambini, adolescenti vengono – ha spiegato la relatrice – ingannate/i con annunci di false agenzia di reclutamento di moda o di impiego, ma anche con false relazioni sentimentali, se non con veri e propri rapimenti. La trappola si chiude isolando il soggetto, impedendo ogni contatto coi propri familiari e il proprio luogo di origine.

Il seminario, ha chiarito il concetto di “tratta” – secondo la definizione del “Protocollo di Palermo” adottata dalle Nazioni Unite nel 2000 – e svolto un momento laboratoriale al fine di verificare e confrontare la conoscenza dei partecipanti al seminario dei vari aspetti del fenomeno spesso apparentato con la “industria del sesso” e che incide sulla vita, dignità, integrità, libertà della persona.

La radicalizzazione non la si combatte, la si previene

La mia giornata si é conclusa assistendo alla plenaria sulla “violenza per radicalizzazione, estremismo e terrorismo internazionale”. Difficile sintetizzare circa due ore di dibattito.

La belga Marta Lomana dello “European Institute of Pace” ha presentato un lavoro del giugno 2017 sul comune di Molenbeek, luogo al centro di numerosi fenomeni di radicalizzazione, frutto di numerose interviste ai suoi abitanti. Il documento integrale [ING] é scaricabile dal sito dell’Ente.

L’italiana Patrizia Fiocchetti ha presentato la propria esperienza, tra l’altro in Afghanistan, e denunciato come i risultati promessi dall’intervento americano – sicurezza, lotta alla radicalizzazione e per i diritti delle donne -, dopo 17 anni di occupazione e guerra, sono falliti, come dimostrano le donne in burga nel centro di Kabul, gli ostacoli alle iniziative delle donne dell’associazione RAWA, o gli attentati di poche settimane fa nella capitale afghana.

Fiochetti, operatrice nel settore dell’accoglienza dei migranti, ha spiegato che per comprendere i fenomeni migratori occorre recarsi sul posto. Nel proprio intervento ha denunciato la pesante situazione di Bihac cittadina al confine con la Croazia e che soffre della pressione dei migranti respinti, anche violentemente, dal vicino. Come, poi, si é soffermata sul muro e sulle azioni militari della Turchia che stanno isolando e distruggendo la cittadina curdo-siriana di Kobane.

Tra gli altre, interessanti le dichiarazioni dei rappresentanti delle forze dell’ordine di Madrid e Barcellona che hanno sostenuto come, contro la radicalizzazione, «non é una questione prioritaria la polizia, serve una prevenzione che é cura dell’apparato municipale».

Il sindaco della libanese Jdeideh-Bauchrieh-Sed Antoine Gebara, infine, é voluto essere presente con un messaggio dove ha dichiarato il «Mediterraneo spazio di tensione ma anche di speranza» e ricordato alcune iniziative in corso contro il fenomeno della radicalizzazione: dalla “Dichiarazione di Nizza” del 2017, al Forum sulla prevenzione in Libano e al prossimo evento in corso di organizzazione a Tunisi per l’inizio del 2019.

Fonte: Pressenza.com su licenza CC BY 4.0

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Tu non sei razzista, sei stronzo

Così la signora Maria Rosaria si ribella agli insulti di una intolleranza dilagante.

Siamo sulla Circumvesuviana di Napoli, la ferrovia locale che collega il centro della città con i comuni circostanti dell’area vesuviana, per l’appunto. Un mezzo di trasporto largamente utilizzato sul quale senza difficoltà si incontrano volti di ogni colore, persone di tutti i sessi e età. Dai ragazzini che, zaino in spalla, vanno o tornano da scuola, ai lavoratori stanchi che portano a casa un’altra giornata, più o meno proficua.

Sulla rete Circumvesuviana non è raro trovarsi seduti di fianco a persone di un’altra nazionalità. Napoli, come sappiamo bene, è una città multietnica per eccellenza nella quale interi quartieri sono ormai popolati da prime, seconde e anche terze generazioni di chi è emigrato alla ricerca di una vita migliore e un futuro meno incerto.

Al centro della nostra storia troviamo un uomo pakistano, una donna coraggiosa napoletana e un suo compaesano, un ragazzo decisamente meno virtuoso. Quest’ultimo, appena salito sul mezzo di trasporto pubblico, inveisce aggressivamente verso l’uomo originario del Pakistan perché, sostiene, è stato spinto. Il mittente della polemica rimane impassibile, non replica verbalmente e a stento sostiene lo sguardo del primo. Nonostante la decisione di non dare corda allo sfogo polemico, il ragazzo continua, apostrofando l’uomo con degli insulti…

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In Etiopia il nuovo corso è donna

 

Il nuovo corso di pace che l’Etiopia sembra aver imboccato con decisione dallo scorso aprile, con l’arrivo di Abiy Ahmed alla guida del governo, si arricchisce di un altro elemento di discontinuità: l’elezione per la prima volta di una donna alla carica di presidente della Repubblica.

Sahle-Work Zewde è stata votata all’unanimità dalle due camere del parlamento di Addis Abeba, riunite in seduta straordinaria per accettare le dimissioni del presidente Mulatu Teshome e subito voltare pagina.La carica è altamente di rappresentanza e poco esecutiva, così come la definisce la Costituzione varata nel 1995. Ma senza bisogno di ripensare alla forza di figure femminili che hanno attraversato la storia ultramillenaria dell’Etiopia, il Paese si è appena dotato di un governo composto per metà da donne…

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Conflitti: quando nascono, perché bisogna gestirli e come si può fare

Sappiamo distinguere i conflitti da altre forme di disaccordo?
La diversità di pensiero è fertile, e una divergenza di opinioni o di valutazioni è qualcosa di diverso da un conflitto. Non è un conflitto neppure una discussione serrata, che (se è  condotta con rispetto e onestà intellettuale) può anche trasformarsi in un’occasione di creatività e di crescita per tutte le parti coinvolte.

I CONFLITTI, COME NASCONO? I conflitti nascono quando interagiscono due soggetti interdipendenti. Quando questi hanno valori, sistemi di credenze, interessi e obiettivi divergenti. E quando almeno una delle due parti pensa che l’altra contrasti attivamente i suoi valori, le sue credenze, i suoi interessi e i suoi obiettivi.

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Movember: il cancro alla prostata ci fa un baffo!

Una recente indagine condotta dall’Associazione europea di urologia che ha coinvolto 2.500 uomini di Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito ha evidenziato un dato allarmante: il 54% degli intervistati pensa che la prostata sia un organo femminile, il 22% non sa dov’è e il 27% pensa che non esista una forma di cancro che colpisce la ghiandola.

Inoltre, per finire con gli orrori dell’inchiesta: il 4% dei maschi non sa chi sia l’urologo mentre, per contro, il 13% ritiene di occupi di ossa.

Per migliorare – e pare ce ne sia proprio bisogno – la conoscenza sulla propria salute intima è ripartita per il terzo anno consecutivo la campagna #controllati. Si può andare al sito www.controllati.it  per ricevere le prime informazioni sulle varie patologie e chiamare un numero verde per prenotare una visita urologica.

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“Se puoi sognarlo puoi realizzarlo” diceva Walt Disney. Sì, ma come?

Si alza il sipario sulla quarta edizione del Dreamers Day, il primo evento al mondo dedicato ai Sognatori pragmatici.

Anche quest’anno School for Dreamers, scuola del capovolgimento fondata da Francesca Del Nero, volta a forgiare una nuova generazione di leader guidata da etica e integrità, riunisce illustri esponenti nell’ambito della cultura, dello sport, della musica, dell’imprenditoria e dell’arte.

Alternandosi sul palco, domenica 18 novembre 2018 al Teatro Dal Verme di Milano dalle 10 alle 17.30 circa, raccontano come sono riusciti a realizzare il proprio obiettivo, credendo nelle proprie capacità, nella forza del loro Sogno oltre ogni ragionevole dubbio. Questo genera nel pubblico presente un profondo impatto in termini di ispirazione e motivazione. Germoglia nelle coscienze il seme della certezza che chiunque può farcela a individuare e manifestare il proprio Sogno a beneficio proprio e di tutti.

L’energia travolgente del Dreamers Day, a cui gli speaker aderiscono in forma gratuita, spinti e uniti da uno spirito di condivisione, è già sfociata in progetti innovativi e collaborazioni importanti tra spettatori, gli speaker e School For Dreamers. Prova tangibile che i Sognatori, quando si uniscono, possono oltrepassare ogni barriera e creare un network potente e universale.

Francesca Del Nero, padrona di casa dell’evento, sarà affiancata dal giornalista Andrea Bertuzzi, accompagnato dal suo cane Artù, noto su Instagram come The Golden of Milan, con oltre 20mila follower. Dopo il gradimento riscosso nella scorsa edizione, Artù torna nella veste di cane-giornalista, supportando il suo padrone sul palco. L’insolita coppia ha inaugurato una inedita forma di pet journalism, le interviste “ArTUperTU”, nella convinzione che la presenza di un cane possa stimolare la sensibilità e le emozioni degli interlocutori, consentendo loro di aprirsi maggiormente.

Tra gli speaker che saliranno sul palco quest’anno:

  • Paolo Gallo, executive coach, ex HRCO di World Economic Forum, speaker e autore del libro “La bussola del successo”, tradotto in sette lingue.
  • Sara Turetta, fondatrice di Save the Dogs and Other Animals, passata da una carriera in PR&Advertising all’incontro con i massacri dei cani in Romania, esperienza che ha dato vita alla sua missione: fondare un’associazione internazionale di protezione degli animali. «C’è un filo che lega il nostro destino a quelli degli altri esseri viventi. La nostra fatica di vivere è la loro fatica. Il nostro desiderio di felicità è il loro»
  • Joshua Coombes, il barbiere inglese che dal 2015 dedica la sua vita a tagliare i capelli ai senzatetto per donare loro un po’ di autostima e dignità, di cui si è interessato anche Morgan Freeman con un documentario trasmesso da National Geographic (#dosomethingfornothing). «Non sai mai quanto una tua azione può cambiare la giornata di una persona in meglio e cambiare completamente la sua prospettiva».
  • Ivan Tallarico, fondatore e CEO di Hi-Interiors, startup dedicata ad accompagnare il settore del mobile attraverso la trasformazione digitale.
  • Don Mazzi, nel 1980 fonda la Comunità Exodus per il recupero di ragazzi tossicodipendenti. «Nessun ragazzo è un bullo per sempre ma dobbiamo trovare il coraggio di ripensare radicalmente il sistema scolastico».
  • Rosario Esposito La Rossa e Maddalena Stornaiuolo. Con la loro associazione Vo.di.Sca (acronimo di «Voci di Scampia»), nel 2017 hanno aperto La Scugnizzeria, una piazza di «spaccio» libri: la prima libreria tra Melito e Scampia con l’obiettivo di creare «una vera rivoluzione culturale».
  • Francesca Corrado, economista e ricercatrice, fondatrice della prima Scuola del fallimento. Racconterà come l’insuccesso e l’errore siano una tappa quasi obbligatoria nella strada verso il successo. «Bisogna volere l’impossibile affinché l’impossibile accada».
  • Andrea Roberto Bifulco, Chapter Director di Startup Grind Milano, che con oltre 5000 membri è la più grande community di startup in Italia.
  • Chiara Gallana, dopo la sua partecipazione X-Factor con il nome d’arte Aba, ha ideato Oxygen, una piattaforma che mette in contatto aziende, enti e fondazioni da un lato, onlus ed enti del terzo settore (no profit) dall’altro. Il suo progetto è stato premiato da «Land For Dreamers», contest promosso da Land Rover e presentato nell’edizione dello scorso anno del Dreamers Day.
  • Luca Taverna e Lucia Dell’Aquila. Lui è fondatore di International Experimental School, la prima scuola mondiale esperienziale, e di campi estivi per lo sviluppo dei talenti sfidando consuetudini e vecchie credenze. Lei è una delle maggiori esperte europee sull’età evolutiva.
  • Emanuele Anchisi, imprenditore, fondatore di Scuderia 1918. Racconterà di come il suo viaggio alla ricerca dell’oro l’abbia portato a trovare tesori molto più preziosi e alla realizzazione del suo sogno più grande.
  • Nicolò Govoni, fondatore di una scuola per bambini rifugiati in Grecia, che accoglie un team internazionale d’insegnanti e fino a 100 studenti ogni giorno. Perché lo fa? «Per celebrare la vita e farne il miglior uso possibile».

Nelle tre edizioni precedenti il Dreamers Day ha visto la partecipazione di oltre 1500 spettatori e la presenza di più di 60 speaker italiani e internazionali. Tra questi: Ervin Lazlo, Marcia Wieder, Fabrizio Macchi, Stefano Simontacchi, Carla Perrotti, Adolfo Panfili, Andrea Illy, Pasquale Forte, Giovanni Gastel, Elisabetta Dami, Sua Altezza Reale Alreem Al Tenaiji e Pier Mario Biava.

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