BuoneNotizie.it

Legge sul copyright rinviata. Tempo per discutere seriamente del diritto d’autore nel web

Il 5 luglio, la tanto criticata legge sul copyright è stata bocciata dalla maggioranza dei parlamentari europei per ridiscuterne a settembre.

La presa di posizione dei contrari è stata forte: di grande impatto sono state l’oscuramento delle pagine di Wikipedia e gli appelli dei studiosi di informatica, che han visto la firma di Tim Barners Lee, padre del World Wide Web.

In particolare, le proteste sono scattate per l’articolo 11, la cosiddetta “tassa sui link” e l’articolo 13, il quale regolamenterebbe tramite filtri i contenuti caricati degli utenti, che non rispettano i diritti d’autore.

La “tassa sui link” prevede di far pagare parti di testo copiate e viene principalmente criticata per la mancanza di specificità, ad esempio non sono chiarite la presenza di eventuali esenzioni, e in quanto ritenuta eccessiva, sembrerebbe che una semplice frase presa da un articolo verrebbe tassata.

La preoccupazione che prevale per quanto riguarda l’articolo 13 è la possibile censura preventiva del materiale affidato ad algoritmi, cosa che danneggerebbe secondo alcuni la libera circolazione di idee su internet, data dalla sua forte incertezza giuridica.

Inoltre, i contrari alla legge temono soprattutto che i grandi editori possano nuocere a tale circolazione acquisendo un forte potere di controllo delle informazioni a danno del pluralismo ideologico.

Con tutti i limiti e lacune della legge, si sono diffuse eccessive prese di posizione allarmistiche, che dimenticano la necessità di regolarizzare la rete a favore degli autori originali dei testi, soprattutto in un periodo di forte crisi per l’editoria.

È giusto che il lavoro di qualcun altro possa essere riutilizzato liberamente e gratuitamente senza un riconoscimento?

I 150 rappresentanti dell’industria culturale e creativa della comunità europea hanno criticato la campagna cinica e all’allarmistica delle società tech per aver inondato le caselle di posta elettronica degli eurodeputati, affermando anche che è da vent’anni che le misure di copyright vengono viste come una minaccia per il world wide web senza che niente si sia mai concretizzato.

La mancata approvazione della legge non deve assolutamente far dimenticare i diritti e la dignità degli autori, lavoratori che come tutti quanti hanno il diritto al riconoscimento delle proprie realizzazioni.

Sicuramente una discussione costruttiva riuscirà a portare per settembre una legge chiara in ogni suo punto e razionale, che manterrà libera la preziosa circolazione di idee, ma al tempo stesso garantirà diritti agli autori, soluzione per la quale penso che tutti siano favorevoli.

                                                                                                                                                                         Andrea Simioni

The post Legge sul copyright rinviata. Tempo per discutere seriamente del diritto d’autore nel web appeared first on BuoneNotizie.it.

Educare alla felicità: il Dalai Lama dà il via al Happiness Curriculum

Il dipartimento di educazione del governo di Delhi ha ideato una nuova offerta formativa per le scuole della capitale indiana. Il nuovo piano di studi, denominato Happiness Curriculum, pone attenzione sull’importanza del benessere psicologico degli studenti già dalla giovane età, portando la meditazione e la filosofia morale nelle scuole.

Il progetto, presentato al pubblico lo scorso 7 luglio dal Dalai Lama Tenzin Gyatso, andrà a coinvolgere più di 800.000 bambini a partire dagli asili nido fino all’ottava classe (corrispondente alla nostra terza media). Lo scopo è quello di formare futuri cittadini pronti al servizio della società e individui felici che andranno a trasmettere sapere ed esperienza alle future generazioni, portando al progredimento del paese.

Il progetto vuole inoltre portare l’attenzione sull’importanza del benessere della mente, spesso messo in secondo piano rispetto al benessere fisico. “Bambini felici saranno più disposti a imparare è sarà in questo modo che raggiungeranno il loro massimo potenziale” – ha scritto il vice primo ministro di Delhi Manish Sisodia su Twitter.

“Lo scopo dell’educazione non è solamente quello di ottenere voti alti. Il Sistema Scolastico necessita di produrre cittadini più felici, più sicuri e più consapevoli. Saranno questi cittadini a creare la società del futuro”. Queste le parole di Sisodia che questo 7 luglio ha presentato con il Dalai Lama il progetto al pubblico. Sisodia ha inoltre visitato in precedenza l’Harvard University, dove un corso di felicità è già stato messo in atto.

A fronte del nuovo piano di studi, insegnati e educatori verranno preparati per un periodo di sei mesi durante i quali impareranno come guidare gli studenti attraverso il progetto. Il curriculum includerà una meditazione giornaliera di 5 minuti prima delle lezioni (happiness period), educazione morale e classi di esercizio per la mente, nonché momenti in cui gli studenti verranno spronati e impareranno a condividere i propri sentimenti senza il peso dello studio e delle aspettative delle famiglie.

Formalmente non vi saranno né libri, né esami, solamente un censimento della felicità attraverso il quale si misureranno i progressi dei bambini verso un migliorato benessere mentale. L’India è infatti al momento 133esima su 155 paesi nell’Indice Mondiale della Felicità (l’Italia è al 47° posto) e il governo spera di andare a cambiare ciò lavorando con i giovani, costruendo generazioni future più felici.

“Ciò che sta iniziando nelle scuole di Delhi può avere un impatto in tutto il mondo” – ha dichiarato il Dalai Lama durante la sua presentazione – “E’ ciò che serve per prevalere sulle emozioni distruttive che ora troviamo nel nostro mondo”.

“Mentre molte persone pensano che la materialità sia la principale fonte di felicità, lo è invece la pace della mente. La rabbia, l’odio, l’ansia e la paura sono ciò che la distruggono, e la gentilezza è l’unico modo per contrastarle. Attraverso un’appropriata educazione possiamo imparare ad affrontare queste emozioni”. Queste le parole del Dalai Lama su come raggiungere una felicità duratura.

Asia Jane Leigh

The post Educare alla felicità: il Dalai Lama dà il via al Happiness Curriculum appeared first on BuoneNotizie.it.

Tunisi elegge il suo primo sindaco donna

Tunisi ha un sindaco donna. Souad Abderrahim, 53 anni, donna e originaria della città di Nahdha, è stata eletta lo scorso 3 luglio ed è entrata nella storia. Il neo-sindaco, che durante le prime libere elezioni municipali libere del paese, nel maggio 2018 aveva già ricevuto il più alto numero di voti, ha confermato la vittoria ottenendo 26 voti a favore da parte del consiglio comunale, che ha preferito lei all’avversario capolista del partito islamico moderato Ennhadha.

Abderhim, cavaliere dell’ordine al merito dal 2014 e a capo di un’azienda farmaceutica è islamica, sposata e madre di due figli. Durante la sua campagna ha puntato molto sulla lotta alla discriminazione di genere, ottenendo molti voti dalle donne tunisine, le quali, è risultato dai sondaggi, hanno avuto un forte impatto sulle elezioni comunali dello scorso 6 maggio. Con una partecipazione del solo 34% degli aventi diritto al voto, ossia un cittadino su tre, il voto delle donne, più partecipi in politica, ha influenzato il risultato delle elezioni. Un grande merito va anche alle quote rosa le quali hanno imposto il 50% dei componenti delle liste di sesso femminile, portando molte donne a sedere nei consigli comunali e a capo di svariati municipi.

Il neo-sindaco aveva già esperienza in politica prima delle elezioni di questo maggio, infatti già nel 2011, in seguito alla Rivoluzione dei Gelsomini, in quanto membro dell’Assemblea Costituente, aveva partecipato alla redazione della Costituzione tunisina e per tre anni aveva presieduto la commissione dei diritti umani e delle libertà.

Abderhim ha un passato di attivismo per l’allora movimento islamico, ora partito al governo, che le è costato l’espulsione dall’Università di Medicina di Monastir negli anni ’80 e due settimane di prigione per l’intervento in una rissa. Una volta uscita dal carcere decise di riprendere gli studi universitari, formando l’Unione Generale Degli Studenti Tunisini e ottenendo nel ’92 la sua laurea in farmaceutica.

Da qui la fondazione della sua azienda che nel 2011 l’ha riporta nel mondo del sociale quando ha iniziato una serie di rifornimenti di medicinali per gli ospedali nel sud del paese. Da qui alla politica il passo è stato breve portandola tra le file del partito islamista moderato e conservatore Ennhadha.

Queste elezioni Abderhim le ha vinte però come candidata indipendente ed ha dedicato la sua vittoria a tutte le donne tunisine e annunciando che il suo primo impegno sarà rivolto alla risoluzione del cronico problema dei rifiuti che, da più mesi, affligge la capitale Tunisi.

Asia Jane Leigh

The post Tunisi elegge il suo primo sindaco donna appeared first on BuoneNotizie.it.

Facebook sfida le fake news

Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, Zuckerberg aggiorna l’algoritmo per selezionare le fonti dei media più attendibili

Le parole di Guy Verhofstadt all’udienza del 22 maggio di Mark Zuckerberg al Parlamento Europeo hanno rappresentato una call to action per il fondatore di Facebook. Alla domanda del capogruppo dei liberali e democratici europei, «Vuole essere ricordato come Steve Jobs e Bill Gates o come il creatore di un mostro digitale?», la risposta del giovane imprenditore è stata immediata e ha riguardato uno dei problemi emersi dallo scandalo: la diffusione di fake news.

Partiamo dai fatti. Cambridge Analytica, con la creazione di profili falsi, diffondeva notizie, molto spesso “bufale”, utilizzate per la campagna elettorale di Donald Trump del 2016, sfruttando le conoscenze ottenute dai dati raccolti di 87 milioni persone.

Già avviato da Gennaio negli USA, dal 2 luglio l’algoritmo di Zuckerberg garantisce anche in Italia una maggior diffusione di notizie affidabili, tramite un sondaggio posto a un campione di utenti. Le domande a cui dovranno rispondere anche alcuni utenti italiani selezionati saranno due: «Conosci questo sito?» e «Quanto lo ritieni affidabile?».  I post dei siti ritenuti attendibili verranno visualizzati per primi, con lo scopo di ridurre la diffusione di informazioni non corrette.

Ovviamente l’algoritmo di Facebook continuerà a dar maggior spazio ai post con maggiori condivisioni e link, ma inizia a esserci maggior sensibilità per quanto riguarda la condivisione di fatti e notizie vere.                                                                                                                                                     Il caso Cambridge Analytica è esploso in un periodo caratterizzato dalla post-verità, ovvero un contesto sociopolitico e culturale in cui l’argomentazione e le narrazioni si ritrovano a  essere scollegate dalla realtà e dai dati di fatto, con l’esclusivo obiettivo di creare consenso grazie a una percezione distorta della realtà da parte dei cittadini.

Le dure parole di Verhofstadt al parlamento europeo risultano alquanto significative, perché non accusa Mark Zuckerberg di aver creato un mostro, ma gli fa capire che ha la possibilità di entrare nell’olimpo della storia dell’informatica con Steve Jobs e Bill Gates.

Il problema non è Facebook, perché di fatto risulta essere solo un mezzo mediale e se oggi per alcuni sembra uno strumento di manipolazione politica, in realtà esso potrebbe essere un potenziale per le nostre democrazie: continuando l’ottica del world wide web, contribuisce alla diffusione e gli scambi di idee e opinioni in modo gratuito e facilmente accessibile, garantendo anche un contatto diretto fra politica e popolazione.                      

L’aggiornamento operato da Zuckerberg, nonostante Facebook mantenga tutti i suoi forti limiti, sicuramente intraprende una migliore direzione. Resta opportuno operare anche sull’altro fronte: educare i cittadini a un corretto rapporto con l’informazione, soprattutto se sono proprio questi a rispondere a questionari sull’affidabilità delle notizie.

The post Facebook sfida le fake news appeared first on BuoneNotizie.it.

Il vino e gli Italiani, tra tradizione e innovazione. “Idealo” racconta un Paese che cambia

Il vino e l’Italia: un binomio indissolubile che tuttavia – al di là dei cliché – è utile osservare con uno sguardo nuovo. Perché? Innanzitutto perché prendere atto di come “cambia” la cultura del vino nel nostro Paese, la dice lunga su quanto stiamo cambiando anche noi. La cultura vinicola italiana, una tradizione consolidata da secoli, si sta infatti sviluppando in modo interessante: tanto da aprire nuove vie e nuove opportunità su più fronti.

Basta dare un’occhiata al mondo del turismo per capire come è cambiata – e cresciuta, non solo in termini numerici ma anche di maturazione – la cultura del vino in Italia. Il turismo vinicolo spopola, non solo in Toscana o in Piemonte ma anche in quelle regioni che fino a un secolo fa producevano solo vini da taglio, come per esempio la Puglia. Non si beve di più, si beve meglio: il consumo del vino si è trasformato negli ultimi anni non in una pratica, ma in un’esperienza vera e propria e degustazione fa spesso rima con viaggio. Non stupisce, quindi, che siano sempre di più gli iscritti ai corsi di sommelier.

Quello che De Amicis descriveva come “il secondo sangue della razza umana” è di fatto qualcosa di connaturato con le nostre radici: una tradizione, a tutti gli effetti. Tradizione, tuttavia, non fa rima solo con conservazione ma anche e soprattutto con sviluppo. Come mostra l’emergere del turismo vinicolo, il vino è quindi diventato sia un termometro utile a leggere i cambiamenti in atto nella nostra società, sia un volano di crescita.

Da questo punto di vista è interessante la chiave di lettura fornita da Idealo, una piattaforma che consente di confrontare prezzi e opinioni su vari prodotti. I dati riportati da Idealo – e basati sulle statistiche Istat – consentono di tracciare un identikit utile per capire come è cambiato il nostro consumo di vino. E come stiamo cambiando noi. Secondo le statistiche la percentuale di chi beve vino tutti i giorni è in calo (dal 29,3% del 2007 al 21,4% attuali) , mentre aumentano coloro che consumano vino occasionalmente e che bevono fuori dai pasti. Interessante anche la distribuzione geografica dei consumatori di vino, localizzati grossomodo nella fascia orientale e nord orientale della penisola: fra le regioni italiane, il primato va alle Marche, seguite a ruota da Emilia-Romagna, Valle d’Aosta, Friuli, Umbria e Veneto.

Cambiando chiave di lettura e considerando il rapporto tra online e offline, però, i dati cambiano ed entrano in gioco altri fattori come la diversa propensione delle regioni italiane a usare gli e-commerce. Uomini (per l’ 80%) over 44, gli italiani che acquistano vino online vengono prevalentemente da Lombardia , Campania e Lazio. Già, perché – come anticipavamo – il mercato del vino in Italia ha salde radici ancorate nella tradizione ma è tutt’altro che stagnante e così come ha stimolato lo sviluppo di nuovi rami turistici, rappresenta anche terreno fertile per quanto riguarda lo sviluppo dell’e-commerce.

Come ormai hanno capito in molti, la crisi non ha avuto solo una funzione demolitrice ma ha anche innescato lo sviluppo di nuovi rami e nuove opportunità. Così, mentre molte attività hanno chiuso bottega (63.000 dal 2008), c’è chi ha scelto la via dell’innovazione puntando sull’e-commerce… con un’interessante (e per certi versi imprevedibile) conseguenza. In molti casi l’e-shop ha infatti portato nuova energia alle attività tradizionali e l’online – anziché sostituirlo – è andato ad affiancare e supportare l’offline. E il mercato del vino? Nel settore, la diffusione dell’e-shop procede più lentamente che altrove ma anche in questo campo l‘online viene sempre più utilizzato e per molti consumatori si trasforma in un’alternativa concreta, che presumibilmente prenderà sempre più terreno. Basti pensare che l’Italia (insieme alla Germania) è al terzo posto nella classifica dei paesi consumatori di vino, dopo Stati Uniti e Francia.

The post Il vino e gli Italiani, tra tradizione e innovazione. “Idealo” racconta un Paese che cambia appeared first on BuoneNotizie.it.

Le piante assorbono metalli pesanti (però poi magari te li fumi)

E’ sorprendente e ancora parzialmente inesplorata la capacità delle piante di ripulire il terreno da metalli pesanti o inquinanti organici. Attenzione però: lo fa anche il tabacco e la canapa…

Una recente indagine ha messo in luce, grazie alla genetica, il meccanismo usato dalle piante per pulire il suolo dagli inquinanti, grazie all’interazione tra radici, funghi e batteri.

In sostanza il salice, noto purificatore del terreno, fornisce zuccheri ai funghi che vivono intorno alle sue radici. I funghi, in cambio, forniscono nutrienti ai batteri, che sono così in grado di abbattere gli idrocarburi. Lo ha mostrato uno studio di genetica, che ha osservato queste complesse interazioni in alcune specie arboree da un punto di vista finora inesplorato. La ricerca è firmata da due università canadesi ed è stata pubblicata da Microbiome.

E’ noto da tempo che le piante, specie quelle a crescita veloce, come i salici, riescono non solo a sopravvivere in terreni inquinati da derivati del petrolio e metalli pesanti, ma riescono addirittura a eliminare queste sostanze tossiche. Il processo è noto come phitoremediation, e finora era stato genericamente attribuito a un metabolismo secondario delle piante, cioè alla produzione di composti specializzati a questo scopo. Adesso questi nuovi studi hanno mostrato che il meccanismo, particolarmente complesso, coinvolge un’intricata interazione e simbiosi tra elementi microbici.

The post Le piante assorbono metalli pesanti (però poi magari te li fumi) appeared first on BuoneNotizie.it.

“Sono un’ex alcolista. E ho inventato un modo per aiutare chi vuole smettere di bere”

L’alcolismo? E’ una dipendenza come altre. La storia di Elsa Radaelli

L’ alcolista? No, non è sempre il classico ubriaco. L’alcolismo è una dipendenza. Io, per esempio, mantenevo un livello di consumo standard: ubriaca, non lo ero quasi mai… il punto è un altro. Il punto è che il mio amore era l’alcol e l’alcol, per me, veniva prima di qualsiasi cosa.” Quello che racconta Elsa Radaelli è un processo lungo e doloroso, un’uscita dal tunnel che va letta alla luce della diffusione non solo dell’alcolismo ma anche di altre forme di dipendenza. E che è utile non perché rappresenta una bella storia a lieto fine, ma perché costituisce un esempio sintomatico per il suo punto di partenza e declinabile in termini di soluzioni per quanto riguarda il punto di arrivo.

Parlare di alcolismo oggi, in Italia, vuol dire affrontare un tema complesso e denso di sfumature. Contrariamente a quanto si pensa, i dati Istat divulgati un anno fa non descrivono un panorama negativo a tutto tondo. Lo studio evidenziava un trend strutturale discendente per quanto riguarda il consumo giornaliero di alcolici, parallelamente – però – a un incremento del consumo occasionale. Negli ultimi 10 anni risulta anche in diminuzione (dal 29 al 20%) il consumo giornaliero e accidentale di alcol tra i giovani. Stabili, invece, i dati per quanto riguarda il consumo abituale eccedentario e il binge drinking: un problema che coinvolge il 15,9% della popolazione italiana e il 25% dei consumatori di alcolici per un totale di 8.643.000 persone.

Dalla storia di Elsa emerge però anche un’altra prospettiva che induce a prendere i dati con le pinze. Il problema fondamentale di un alcolista, infatti, è soprattutto arrivare ad ammettere davanti a se stesso – prima che davanti agli altri – di essere, appunto, un alcolista. Viene quindi da chiedersi quanti siano effettivamente i casi non contemplati dalle statistiche. “Ho avuto problemi con l’alcol per 10, 15 anni – racconta Elsa – ma sono arrivata ad ammetterlo solo qualche anno fa, quando mi sono ‘affidata’ – sì, il termine giusto è proprio questo – a una comunità. Com’era la mia giornata di alcolista? Il mio ultimo pensiero quando andavo a dormire era: ho da bere, domani mattina? Tutto il resto veniva dopo. L’alcol, per me, era una necessità mentale prima che fisica. Poi certo, il fatto stesso che in Italia gli alcolici siano così economici non aiuta: in fondo, mal che vada, sai che c’è sempre un Tavernello da cinquanta centesimi da recuperare, al supermercato. L’alcol, per me, era un amore: questo è l’essenza di una dipendenza… non parlo solo di alcolismo ma anche di ludopatia, tossicodipendenza, dipendenza dai social. Il mondo delle dipendenze è vasto: alcune sono più socialmente accettabili di altre ma sempre di dipendenze si tratta. Il meccanismo di base è lo stesso.

Da una dipendenza, però, è possibile uscire e se è vero che – come sottolinea Elsa – in questo ambito non esistono standard e ogni storia è diversa, è anche vero – però – che dall’esperienza di chi è uscito dal tunnel si possono trarre spunti utili e soprattutto replicabili. “Uscire da una dipendenza crea inevitabilmente un vuoto e la necessità di venire a patti con l’horror vacui che ne deriva. –  continua Elsa –  Il primo passo – paradossalmente il più difficile – è arrivare a chiedere aiuto, compiere un gesto di umiltà rispetto a se stessi e affidarsi. Per me è stato fondamentale il supporto del CAD di Lambrate e della Fondazione Eris. Dopodiché, la vita diventa tutta un gioco di equilibrio: un alcolista non guarisce, rimane tale per sempre ma se è vero che alcolisti si rimane, è anche vero che è possibile rimanere sobri e tutelarsi da possibili recidive. I metodi sono tanti. Tutto sta nel riconoscere il craving (lo stato di ansia e nostalgia scatenato dall’assenza della sostanza) e mettere in campo tutte le strategie possibili per disinnescarlo: gestione del pensiero e spostamento dell’interesse, mindfulness, arteterapia… non esistono ricette standard. Ognuno deve trovare il suo metodo.

 

Soluzioni governative: “Youth in Iceland”

Se sul piano individuale la ricetta è soggettiva, su un piano più ampio – quello collettivo – le risposte possibili al problema delle dipendenze possono essere divise in due grandi rami: quelle calate dall’alto (le politiche governative, quindi) e quelle sorte spontaneamente dal basso. Nel primo caso, spicca l’esempio dell’Islanda, dove tra il 1998 e il 2016 la percentuale di giovani che abusavano di alcol è calata dal 48% al 5%. Il punto di partenza delle politiche governative è stato lo studio dello psicologo americano Harvey Milkman, che indagando sulle cause delle dipendenze ha creato i presupposti che hanno permesso al governo islandese di lanciare “Youth in Iceland, un programma di recupero che ha coinvolto attivamente genitori e studenti. Secondo i questionari messi a punto in base alle tesi di Milkman, i giovani coinvolti in attività sportive ed extra scolastiche erano infatti meno soggetti all’abuso di alcol e droghe. La risposta governativa è quindi stata pensata in base a due direttive: una “repressiva” (coprifuoco oltre le 22.00, con conseguente aumento del tempo passato in famiglia) e una propositiva, basata sull’incremento di attività extrascolastiche di natura sportiva e artistica (con incentivi per i meno abbienti). L’idea di base non è stata tenere semplicemente occupati i ragazzi. Dal punto di vista della chimica del corpo l’attività sportiva, per esempio, incrementa lo sviluppo di dopamina e beta-endorfine: sostanze chimiche endogene dall’ effetto simile a quello generato da alcune droghe (con conseguente capacità di ridurre stress e ansia).

 

Peer Education, una soluzione sorta dal basso

Le risposte possibili al problema delle dipendenze non sono solo, però, quelle “calate dall’alto”. A volte le soluzioni possono germinare in modo spontaneo, sorgendo dal basso. Elsa, per esempio, si è fatta promotrice di quello che ritiene il metodo più efficace: la peer education, cioè il dialogo tra pari. Rompere la bolla di solipsismo dell’alcolista, quindi, integrando l’approccio medico (valido, ma troppo distaccato) con la ricerca di nuove soluzioni. Quello che ha creato Elsa, per esempio, è un DJ Set: “Overdose”, un ciclo di serate a tema che riprenderanno a settembre-ottobre. Il metodo non è casuale e ha il vago sapore di un contrappasso dantesco, considerando che l’alcol viene spesso utilizzato come metodo di socializzazione negli happy hour. Oltre a innescare il dialogo e ad abbattere i muri, le serate organizzate da Elsa mirano quindi a rappresentare un format replicabile su ampia scala. Elsa ci crede e ci mette la faccia. Anzi, il sorriso: “Oggi ho 54 anni e mi sento migliore di prima, in termini di autoconsapevolezza. In questo momento, anzi, ho un Ego enorme ma al tempo stesso sono cosciente dei miei limiti e so benissimo che tra un’ora potrei uscire di qui e ricominciare a bere. Ho dalla mia, però, un’arma importante: in comunità ho imparato che posso scegliere. Ho ricominciato a lavorare. Per me, oggi, anche il semplice gesto di salire le scale della metro senza il fiatone è una conquista. Forse ho un po’ troppo autocontrollo, ma pazienza: va bene così. Ho fatto pace col cervello“.

 

Martina Fragale

The post “Sono un’ex alcolista. E ho inventato un modo per aiutare chi vuole smettere di bere” appeared first on BuoneNotizie.it.

Ripensare a un centro medico e proiettarlo nel futuro. La sfida di International Medical Center

La popolazione italiana è in calo: secondo i dati Istat, entro il 2050 il Bel Paese avrà 6,5 milioni di abitanti in meno. Allo stesso tempo, tuttavia, è in atto un fenomeno di segno opposto. Sì, perché se è vero che gli Italiani fanno meno figli, è anche vero che oggi si muore in età più avanzata. L’invecchiamento della popolazione è un dato di fatto (qui l’analisi del Sole24ORE) che pone sul piatto della bilancia nuove problematiche. O nuove sfide, che dir si voglia.

Sicuramente uno dei fronti su cui le nostre società sono e saranno invitate a misurarsi – già da oggi – riguarda la sanità. In questo senso, infatti, la domanda è in rapido aumento. La natura del problema, tuttavia, non è solo meramente “quantitativa”. La domanda tende infatti a essere differenziata e a riflettere un ordine di esigenze sempre più diversificato. Perché invecchiamo, sì, ma siamo sempre più abituati a farlo nel modo migliore possibile. Il nocciolo del discorso, quindi, si riassume tutto in una domanda ed è: quanto è pronta, la società, a fornirci gli strumenti di cui abbiamo bisogno? La risposta la danno automaticamente le code, i tempi di attesa biblici nelle strutture ospedaliere e l’estrema frammentazione dell’offerta. Insomma: non se ne esce.

Volendo vedere la cosa da un altro punto di vista, tuttavia, è interessante notare come l’esistenza del problema abbia stimolato l’emergere di alcune risposte che vanno dritte al cuore della questione. In questo senso, spicca per esempio l’esperimento dell’International Medical Center (IMC): una struttura che nella sua evoluzione riflette i profondi cambiamenti intervenuti nel tessuto sociale circostante. E il tentativo di stare al passo con i tempi. Nata 40 anni fa come studio odontoiatrico e maxillo facciale in zona Porta Venezia, la struttura si è ampliata fino a trasformarsi in qualcosa di molto diverso da un puro e semplice studio medico.

Attualmente l’IMC include una nutrita area polispecialistica e una divisione odontoiatrica, per un totale di 38 divisioni mediche in cui opera una cinquantina di medici specialisti (di profilo medio e alto). L’aspetto più interessante dell’evoluzione riguarda proprio la trasformazione di uno studio medico “cittadino” in sentro medico con un orizzonte internazionale: la differenziazione dell’offerta e – parallelamente – la riconducibilità dei diversi rami all’interno di un’unica struttura (cosa che semplifica molto l’accesso della domanda all’offerta).

Last but not least,  l’IMC include anche un’area di competenza di tipo diverso: messa a punto, cioè, con un occhio di riguardo al territorio: assistenza all’anziano a 360° nella quotidianità, poliambulatorio pediatrico H24/365gg, medicina legale (task-force incentrata sulla coalizione tra il mondo medico ed il mondo della jurisprudencia), medicina del lavoro. Differenziazione dell’offerta, accessibilità, sensibilità alle esigenze del territorio.

Globalmente, quindi, quello proposto da IMC è un modello interessante e che la dice lunga. E se la risposta fosse proprio questa: saper “ascoltare” la domanda e trasformare un impasse in una sfida ad ampio raggio?

The post Ripensare a un centro medico e proiettarlo nel futuro. La sfida di International Medical Center appeared first on BuoneNotizie.it.

L’auto solare tutta italiana che attraverserà il deserto americano

“Emilia 4” è il nome dell’auto solare a quattro posti tutta made in Italy che sarà molto probabilmente l’unico veicolo europeo a partecipare all’American Solar Challenge 2018 in programma a luglio nel Nebraska, dove dovrà affrontare un percorso di circa 3.460 Km , divisi in varie tappe, fra Nebraska e Oregon, a una velocità media di 60 Km orari.

Quattro posti, 6 mq in pianta, meno di 300 kg di peso, 120 km/h di velocità massima e 200 km di autonomia grazie ai raggi del sole. Il progetto intende dimostrare come il sole possa rappresentare una valida alternativa ai combustibili tradizionali. È convinzione infatti, sia dei progettisti che realizzatori di Emilia 4, che adottando opportuni accorgimenti progettuali e costruttivi, è possibile trasformare il solare nella più importante fonte di energia per la mobilità urbana ed extraurbana, in grado di contrastare l’inquinamento urbano ed il riscaldamento globale.

La vettura è stata realizzata dal Team Onda Solare in meno di due anni, un progetto strategico dell’università di Bologna, che coinvolge enti pubblici, professionisti e imprese, ma soprattutto, come essi stessi si definiscono, un gruppo affiatato, entusiasta ed eterogeneo, composto da tecnici e professionisti attivi nel settore della mobilità alternativa e dell’energia pulita, ingegneri…

The post L’auto solare tutta italiana che attraverserà il deserto americano appeared first on BuoneNotizie.it.

Studenti di Lecce pronti con la startup ambientalista #CheTiCosta

Sono giovani, hanno appena 14 e 15 anni, si fanno chiamare “ECOisti” e attraverso la loro innovativa startup sociale vogliono insegnare agli adulti il rispetto per la città, per l’ambiente e per ogni altro spazio e bene comune.

Come lo faranno? Con l’ingegno e la creatività che contraddistinguono la loro scuola, l’Istituto “Galilei-Costa” di Lecce, realizzeranno e legheranno centinaia di etichette colorate, graficamente avvincenti e attraenti, su vari suppellettili e arredi della città (cestini dei rifiuti, panchine, fermate del bus, etc.). Le etichette riportano il vistoso hashtag che caratterizza la loro originale iniziativa, ossia #CheTiCosta.

Oltre all’hashtag, le etichette riportano varie diciture decisamente esplicite, ad esempio “#CheTiCosta differenziare correttamente?”, “#CheTiCosta non sporcare?”. “#CheTiCosta rispettare il verde pubblico?”, e così via.

Al fianco dei giovani salentini e della loro startup ambientalista si è immediatamente proposto Attilio Caputo, a capo e direttore del gruppo Caroli Hotels. Il gruppo, sempre attento e sensibile ai temi della sostenibilità e dell’intraprendenza giovanile, ne è divenuto “Main supporter”.

Gli studenti della classe 1°A hanno proposto il progetto al Comune di Lecce, il quale potrebbe rappresentare la città pilota dell’iniziativa, per poi espandersi in ogni comune del Salento.

«Siamo convinti – sostengono i ragazzi – che se tutti iniziassero a comprendere che le città e tutti gli l’ambienti intorno sono esattamente come casa propria, ci penserebbero due volte prima di sporcare, trascurare o distruggere. Se nessuno butta pezzi di carta o lattine per terra nel proprio soggiorno, perché buttarle per strada? Se nessuno butta la spazzatura fuori dalla finestra della camera da letto, perché buttarla dal finestrino dell’auto? Il nostro sogno è vedere cento, mille ragazzi che, come noi, insegnano ai propri genitori, e agli adulti in genere, il rispetto per le cose comuni.»

The post Studenti di Lecce pronti con la startup ambientalista #CheTiCosta appeared first on BuoneNotizie.it.

Ristrutturare green: soluzioni, materiali, risparmi

Ristrutturare casa e renderla un ambiente più sano, più confortevole, più attento all’ambiente e riuscire a risparmiare consumi elettrici e di gas sappiamo che si può fare. Ci sono soluzioni progettuali, ci sono materiali, impianti e sistemi che consentono di migliorare le performance di un edificio riducendo consumi ed impatti.

Gli edifici residenziali in Europa sono caratterizzati da una domanda media di circa 140 kWh per metro quadro l’anno per il riscaldamento; per la fornitura di acqua calda ne servono in media 25 e altri 20 kWh per il raffrescamento estivo. In Italia, per esempio, dove i consumi si allineano alla media europea, il costo medio per il riscaldamento e l’acqua calda sanitaria per un appartamento di 70 metri quadri si aggira intorno a 1.400 euro l’anno. Secondo i calcoli dei ricercatori, questa spesa potrebbe essere ridotta dal 50% al 70% con interventi sull’involucro, sulle finestre e sugli impianti termici.

In Italia le nostre abitazioni fanno parte di un patrimonio edilizio per lo più datato e con un fabbisogno energetico alto; buona parte di questa energia è termica e, in quanto tale, è soggetta a dispersione verso l’esterno. Le perdite, negli edifici non nuovi o non adeguatamente progettati e realizzati, si possono avere infatti dalle parti finestrate, dall’areazione, dalle pareti esterne, dal tetto o solaio dell’ultimo piano, dalle eventuali cantine/garage e anche dalla caldaia.
Per cui, tutti gli interventi che riguardano l’isolamento e la ventilazione, dalla semplice sostituzione di una vecchia caldaia ai cosiddetti “cappotti” termici, ai tetti ventilati, alla sostituzione degli infissi, per dirne alcuni, possono contribuire in maniera significativa a ridurre queste dispersioni.

Ma anche l’installazione di pannelli solari e fotovoltaici per l’approvvigionamento energetico, la messa in opera di sistemi che contribuiscono a limitare il consumo idrico (con sistemi di recupero delle acque piovane e coi riduttori di flusso per l’acqua potabile, per fare due esempi), l’incremento della quota di verde per ridurre anche l’effetto isola di calore, sono tutti interventi che non fanno solo bene all’ambiente, ma sono alla base di un miglioramento termico e acustico, di un minor impatto (sull’ambiente e sui costi) e di un maggior confort e salubrità degli ambienti.

Molti di questi interventi possono essere portati in detrazione Irpef (Bonus ristrutturazione, Ecobonus, Bonus mobili, Bonus verde), con percentuali diverse a seconda della tipologia e a seconda che riguardino singole unità immobiliari o parti comuni di condomini, per tutto l’anno in corso, alcuni per orizzonti temporali anche più ampi. Per maggiori informazioni su tutte le agevolazioni fiscali in vigore vedi Detrazioni fiscali in campo energeticos-edilizio per il 2018: tutto quello che occorre sapere che le elenca e le riassume.

Continua a leggere…

The post Ristrutturare green: soluzioni, materiali, risparmi appeared first on BuoneNotizie.it.

Nasce la prima piattaforma integrata per la tua vacanza in barca

Vuoi fare un viaggio in barca che ti porti nelle migliori destinazioni per fare snorkeling, subacquea o semplicemente andare a vela? Oppure sei alla ricerca di una vacanza in barca rilassante e romantica in coppia o dinamica e divertente con gli amici? Vorresti fare una crociera con cucina gourmet?

Nowboat.com è la piattaforma integrata grazie alla quale operatori da tutto il mondo, specializzati in vacanze sull’acqua, offrono ai viaggiatori la vacanza ideale con due soli click.

L’idea di Giovanni Alessi Anghini, fondatore della scale-up con sede ad Hong Kong, è di facilitare l’utente finale nell’organizzazione della propria vacanza in barca. Obiettivo di Nowboat.com, che raccoglie sulla sua piattaforma user-friendly 460 operatori locali certificati in 198 luoghi intorno al mondo, è anche quello di fornire agli operatori un software agile a supporto della loro attività.

Dietro al progetto anche un aspetto virtuoso, fortemente voluto dal suo fondatore: la scelta di devolvere il 3,5% dei profitti a ONG per la salvaguardia dell’oceano e della biodiversità.

Uno sguardo attento alla sostenibilità ambientale che dimostra una sensibilità verso la protezione della natura anche a vantaggio delle future generazioni.

La filosofia di Nowboat.com si basa infatti sulla forte convinzione che non ereditiamo il pianeta dai nostri antenati, ma lo prendiamo in prestito dai nostri figli. Per questo motivo, è di fondamentale importanza proteggere il pianeta, oltre a viverlo con rispetto.

Prima della nascita di Nowboat.com, prenotare avventure in barca significava perdere tempo su internet a cercare operatori – che spesso non hanno presenza digitale – oppure affidarsi all’assistenza di tour operator locali, o al passaparola, aumentando il rischio di imprevisti e problemi di comunicazione, oltre a dover pagare una lauta percentuale a un broker qualsiasi.

Nowboat.com è la soluzione ideale con benefici per tutte le parti coinvolte:

  • I viaggiatori possono prenotare facilmente la vacanza in barca, facendo ricerche per prezzo, destinazione, tipo di imbarcazione o attività e contattare numerosi operatori contemporaneamente. Con 0% di commissioni!
  • Gli operatori possono rendere disponibili, sulla piattaforma, le proprie imbarcazioni e attività ad un pubblico vasto e in continua crescita, oltre ad avere a disposizione un gestionale che fornisce servizi di marketing, CRM, EDM e permette di dialogare direttamente con i viaggiatori.
  • Le avventure possono essere personalizzate in accordo con gli operatori.
  • Le ONG, sul sito è possibile scegliere tra oltre 60 progetti, beneficiano della donazione effettuata da Nowboat.com per conto dei viaggiatori.

Oltre a noleggiare barche e yacht, la piattaforma consente ai viaggiatori di organizzare e prenotare ‘avventure’, come immersioni, snorkeling, kitesurf, wakeboard fino a spedizioni in Antartide e Nuova Zelanda. Sono disponibili anche centinaia di avventure in destinazioni di navigazione consolidate come Indonesia, Maldive, Mauritius e il Mediterraneo.

The post Nasce la prima piattaforma integrata per la tua vacanza in barca appeared first on BuoneNotizie.it.

Ecco cosa serve, oltre alle buone notizie, per cambiare il mondo dell’informazione

Circa 17 anni fa iniziava per me un’avventura e non stavo nemmeno rendendo conto. Appena 26enne, frustrato dalla mole di notizie negative che imperavano su giornali e tv, decisi di fare un’esperimento senza alcuna particolare ambizione, se non il desiderio di dare il mio piccolo contributo alla nostra società. Nacque così BuoneNotizie.net, con l’aiuto di un paio di amici, che nel 2002 fu spostato sul .it.

Fu l’inizio di un percorso fatto di alti e di bassi, successi e insoddisfazioni, sotto al quale stava però l’intuizione e il desiderio che, prima o poi, il modo di fare informazione sarebbe dovuto cambiare. Da questa considerazione deriva la tenacia, fino alla testardaggine, di continuare a sperimentare e portare avanti questo lavoro fino ad oggi.

Ma cosa è cambiato rispetto a 17 anni fa? Nel 2008, grazie a studi di psicologia positiva applicata al giornalismo da parte di due ricercatrici, viene coniata la definizione di “giornalismo costruttivo“, ovvero un approccio che ha lo scopo di innovare il mondo dell’informazione attraverso lo sviluppo di metodi e parametri che portino i giornalisti ad inserire all’interno della normale attività redazionale aspetti più positivo-propositivi e maggiormente focalizzati sulle soluzioni, piuttosto che sui problemi.

E’ stato l’inizio di un cambio di rotta che, a 10 anni di distanza, è già stato adottato con successo (ovvero la riconquista della fiducia dei lettori, e quindi dell’audience, e di conseguenza dei ricavi) da colossi editoriali oltreconfine come il New York Times, The Economist, Huffington Post, The Guardian, solo per citarne alcuni.

I Paesi che sono riusciti ad avvantaggiarsi in questi anni, ovvero Stati Uniti e Nord Europa, ora fanno scuola. L’Italia, si sa, è sempre un po’ indietro: parlare qui di “giornalismo costruttivo” solo 4 anni fa, dopo essere stato a Londra con alcuni giornalisti di BuoneNotizie.it ad approfondire questo nuovo approccio, attirava nient’altro che scetticismo e incomprensione.

Sono stati anni di solitudine, come testimonia anche Assunta Corbo in un suo post su Facebook, una delle pochissime voci ad aver toccato l’argomento con i miei stessi risultati, attraverso il suo blog “That’s Good News”. Questa solitudine è finalmente finita, poiché proprio insieme ad Assunta abbiamo dato vita all’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo, che vuole diventarne il punto di riferimento in Italia.

Occuparsi infatti solo di “buone notizie” significa essere su un treno già passato, già visto, già sperimentato, che è stato certamente un passaggio fondamentale, e che personalmente non rinnego, oggi evolutosi nel più completo, rigoroso, efficace “giornalismo costruttivo”.

Per questo motivo da oggi anche questo sito, che manterrà il suo nome, cambierà gradualmente linea editoriale, facendo riferimento alle linee guida che presto publicheremo sul nostro nuovo sito GiornalismoCostruttivo.com.

Gli obiettivi dell’Associazione sono molto ambiziosi, e ve li sveleremo poco per volta. Grazie a tutti i lettori per averci dato fiducia ed averci seguito fino a qui. Ora sarà tutta un’altra storia!

The post Ecco cosa serve, oltre alle buone notizie, per cambiare il mondo dell’informazione appeared first on BuoneNotizie.it.

Dalla corsa all’ora ai giorni nostri, ecco i visionari e i sognatori che hanno creato l’innovazione di oggi

C’è un filo rosso che dai miti della Corsa all’Oro dell’Ottocento lega la controcultura californiana anni Sessanta ai campus dei giganti hi-tech e alle startup che oggi nella Silicon Valley progettano il nostro futuro. Individuare quel filo oggi, nel cinquantenario del ’68, è  più che mai prezioso, per ricordare che sono i visionari e i sognatori i protagonisti dell’innovazione. Un filo rosso che collega molti protagonisti dai nomi italiani, da Lawrence Ferlinghetti patriarca della Beat Generation a Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò Doc di “Ritorno al Futuro”, dal regista Francis Ford Coppola a Mario Savio, leader universitario che a Berkeley “innescò” la contestazione studentesca. Un percorso che inaspettatamente partendo dalla California incrocia figure di grandi innovatori come il designer Ettore Sottsass, due grandi visionari che pur scomparsi alla vigilia di quella stagione ispirarono valori ancor oggi  fondamenta della culla mondiale dell’innovazione: Adriano Olivetti e Maria Montessori. Sino a Federico Faggin, padre del microchip e della tecnologia touch, che alla prima di Vicenza ha commosso con parole di elogio. 

Lo spettacolo scritto e interpretato da Roberto Bonzio, per la regia di Alessio Mazzolotti che ha collaborato ai testi, va in scena questa sera al Blue Note di Milano e vede sul palco per la scelta musicale il dj Luca Presence Carini, mentre Roberta Gaito ha curato scenografia e concept visivo, Roberta Pirrera grafiche e animazioni.

Per conoscere le prossime tappe del tour, visita il sito Italiani di Frontiera.

The post Dalla corsa all’ora ai giorni nostri, ecco i visionari e i sognatori che hanno creato l’innovazione di oggi appeared first on BuoneNotizie.it.

Ancora basso il tasso di occupazione femminile. Ma si può migliorare…

Il tasso di occupazione femminile in Italia (49,1%) è ancora lontano dalla media di genere UE (66,5%) secondo i dati Istat ed Eurostat dello scorso marzo. Potrebbe migliorare se le donne facessero più leva anche sulle competenze trasversali che sviluppano con la genitorialità, secondo Intoo, la società di Gi Group leader nei processi di sviluppo e transizione di carriera che con il servizio Moms@Work aiuta le imprese nella gestione integrata della maternità delle dipendenti. 

“L’abbandono del lavoro nei primi anni di vita del bambino continua a essere un problema rispetto al quale, però, bisogna continuare a intensificare tutte le azioni possibili di contrasto – commenta Alessandra Giordano, Direttore Delivey di Intoo –. Occorre sostenere le mamme che lavorano con tutti gli strumenti a disposizione per trovare soluzioni di work-life balance, ma anche aiutarle a non tirarsi indietro emotivamente. Sulla base della nostra esperienza desideriamo incoraggiarle fortemente perché possono portare un grande valore aggiunto sul lavoro. Senza moralismi o buonismo, si maturano con la genitorialità competenze che sono molto utili per l’organizzazione in generale oggi, qualunque essa sia e qualunque ruolo si svolga. Le imprese devono valorizzarle di più, ma le donne stesse ne devono diventare più consapevoli utilizzandole nel day by day e anche nell’ambito della definizione di nuove modalità di lavoro. La flessibilità, in termini di agilità mentale, è alla base di queste skills e le attraversa tutte”.

Nel dettaglio le 5 competenze TOP sono:

  • Delega: prendersi cura del o dei bambini aiuta a sviluppare non solo capacità organizzative, ma anche maggiore fiducia rispetto al fatto che “qualcun altro rispetto a sè” possa fare bene allo stesso modo, ovvero verso le persone coinvolte nel supporto e nell’aiuto. Dal team famigliare si mutua e si accresce, quindi, anche la capacità di affidarsi e fidarsi del team di lavoro e dei colleghi a svolgere determinate mansioni e a demandarle.
  • Resilienza: gli imprevisti – e a volte anche vere e proprie crisi – sono all’ordine del giorno con i bambini. La caparbietà nell’adattarsi al cambiamento continuo, facendo fronte anche a situazioni difficili o negative e riuscendo a riorganizzarsi continuamente e positivamente secondo nuovi e diversi percorsi è una della abilità più importanti che traslano naturalmente nella professione.
  • Ascolto attivo: relazionarsi con i diversi membri della famiglia, non solo con il partner, per la cura del o dei bambini sviluppa ulteriormente il senso di rispetto del punto di vista altrui, di comprensione – anche attraverso la comunicazione non verbale che si sviluppa con i piccolissimi – e di risoluzione delle problematiche, prima che diventino criticità. A livello lavorativo diventa un’abilità in stretta connessione con la capacità di mediazione.
  • Fare rete: la genitorialità è sempre meno una dimensione a due, sempre più un fatto di relazione. Affidarsi ed avvalersi anche di altre persone e, quindi, riuscire a costruire nuove relazioni fin da quando inizia questa nuova fase della vita aiuta anche nel lavoro ad allargare le reti professionali abituali sviluppando quindi una vera capacità di networking.
  • Pianificazione: la gestione dei bambini allena prima di tutto alla gestione del tempo e delle priorità nella complessità e con proattività, massimizzando e ottimizzando tutto ciò che si fa secondo obiettivi precisi, senza dimenticare la visione di insieme e di medio-lungo termine, abilità fondamentale lavorativamente.

The post Ancora basso il tasso di occupazione femminile. Ma si può migliorare… appeared first on BuoneNotizie.it.

Bici elettriche: la rivoluzione che marcia su due ruote

Poteva essere un flop, invece è stato tutt’altro: il successo delle bici elettriche – che qualche anno fa era una pura scommessa – oggi si attesta come un dato di fatto. Lo hanno dimostrato i numeri riportati nel 2017 da uno studio di Confindustria ANCMA… ma non solo. Lo attesta anche l’espansione della bici 2.0 all’interno del mercato italiano. Il risultato? Un circolo virtuoso in cui gli effetti positivi sul piano ambientale (zero emissioni) vanno a braccetto con l’espansione di questo mezzo sul mercato, esterno ma anche interno. Perché diciamocelo: sull’e-bike, il Made in Italy dimostra di avere parecchio da dire. E di saperlo fare molto bene.

Ma vediamo cosa dicono i numeri: quelli degli ultimi anni, da cui è possibile desumere che il 2018 vedrà il settore andare incontro non a una crescita, ma a un vero e proprio Boom. Già dai dati riportati dall’Associazione Confindustria ANCMA, era emerso che nel 2016 il mercato delle bici elettriche aveva registrato un’impennata del 120%. Questo per quanto riguarda la panoramica globale. All’interno di questo profilo, ottimo il ruolo della produzione italiana, che dalle 16.000 unità sfornate nel 2015 è passata a produrre più di 23.000 bici elettriche, con un aumento del 40,5% e con un incremento del 135% sul piano dell’export. In questo senso, il successo è stato dovuto alla sinergia di elementi diversi: l’evoluzione tecnologica di motori e batterie sempre più leggeri e”invisibili”, ma anche il miglioramento della linea. La cura dei particolari e l’impronta – estetica, ma non solo – così peculiare del Made in Italy. Sotto questo aspetto, quindi, il mercato italiano è riuscito a cavalcare l’onda utilizzando l’emergere della bici 2.0 come vero e proprio volano di crescita.

Al di là degli effetti positivi sull’ambiente e sul mercato, comunque, il successo di bici e mountain bike elettriche deve essere letto come una sorta di rivoluzione mentale nella percezione della bici e della sua evoluzione. E’ infatti interessante notare come l’incremento delle vendite di bici elettriche si sia sviluppato parallelamente alla flessione per quanto riguarda le vendite di bici tradizionali (-2,6% nel 2016, contro al clamoroso +121% delle e-bike). Il fenomeno mostra come nella percezione comune la bici elettrica stia acquisendo progressivamente un ruolo diverso, più complesso e sfaccettato. Bici elettriche, bici a pedalata assistita, mountain bike elettriche: l’evoluzione della bici tradizionale sta nella duttilità, nella capacità di rispondere a contesti ed esigenze diverse e anche – perché no? – nella capacità di marciare (anzi, di pedalare!) al passo coi tempi.

The post Bici elettriche: la rivoluzione che marcia su due ruote appeared first on BuoneNotizie.it.

Misurata anche in Italia la fiducia nelle istituzioni, nelle professioni, e nei media. Il giornalista viene dopo il parrucchiere…

Lo scienziato è la seconda professione ad ispirare più fiducia negli italiani. Sai qual è la prima? Il giornalista viene dopo il parrucchiere: “spettacolarizza ogni cosa pur di avere attenzione”.

Sulla falsa riga di sondaggi già condotti oltralpe, gli studenti del secondo anno del corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi dell’Insubria hanno svolto un’indagine sociologica per valutare il livello di fiducia di un campione di cittadini italiani nei confronti di alcune figure professionali e istituzioni.

Il questionario, effettuato su un campione di 1.106 intervistati, era composto da tre domande: la prima riguardava la fiducia verso le “istituzioni”, la seconda la fiducia verso le professioni e l’ultima le cause dello scarso coinvolgimento dei cittadini verso l’informazione.

L’istituzione “famiglia” è quella che registra il maggior indice di gradimento, con una percentuale dell’89,20% sul totale, evidenziando come gli italiani rimangano fortemente legati ai valori tradizionali.

Da segnalare la fiducia verso il Pontefice, votato in particolare dagli italiani sopra i 36 anni. Il Papa è visto come un innovatore della Chiesa, in grado di riformare una debole istituzione religiosa. Basse percentuali hanno invece ottenuto la politica e lo Stato italiano. In discesa anche le istituzioni statali come l’INPS, il Consiglio Regionale e la figura del sindaco. Gli unici risultati leggermente positivi riguardano il Presidente della Repubblica e le istituzioni europee, ritenuti in grado di effettuare un controllo più affidabile e imparziale sugli altri enti.

La figura professionale che ispira maggiore fiducia è quella del medico con il 56,7% seguita da quella dello scienziato (31,9%) e del farmacista (25,6%). Per trovare la professione del giornalista dobbiamo scendere un po’, precisamente dopo quella del parrucchiere, il che non è decisamente un buon segnale…

La credibilità nelle istituzioni e nelle professioni è dunque in crisi, come confermano anche i sondaggi condotti in Danimarca e negli USA. L’idea che ci siamo fatti …

Per quanto riguarda l’ultima domanda, i giovani under 18 ritengono che l’informazione tradizionale sia stata soppiantata dal web. Le fasce d’età più alte sottolineano l’eccessiva influenza degli editori e delle forze politiche sul lavoro delle varie testate.

A ciò si aggiunge l’insofferenza di fronte a notizie troppo spettacolarizzate e facilmente strumentalizzabili, oltre alla diffidenza verso le fonti informative considerate spesso non affidabili. Cala, di conseguenza, la fiducia verso i giornalisti (8,20%). Nonostante tutto, il questionario lascia una nota di speranza: solo il 3,50% del campione è disinteressato all’informazione.

Il direttore del dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate, Fabio Conti, ha voluto sottolineare l’evoluzione dell’insegnamento nel campo della comunicazione ponendo l’accento sull’attualità della ricerca: “Spesso registriamo un dislivello tra quello che insegniamo nell’università e quello che accade e si richiede professionalmente nel mondo del lavoro. La nostra università si distingue per la qualità della preparazione dei suoi studenti grazie ad una formazione sempre legata alle esigenze della società”.

Il presidente del corso di laurea di Scienze della Comunicazione, Gianmarco Gaspari, ha valutato positivamente l’attività di ricerca: “Molto interessante il lavoro realizzato dagli studenti di Comunicazione Pubblica e Istituzionale che si sono calati nei panni di veri e propri ricercatori dimostrando come la nostra università sia in grado non solo di trasmettere contenuti ma di sperimentare e costruire nella pratica una solida professionalità nel mondo della comunicazione”.

Il sondaggio è stato effettuato su iniziativa del prof. Franz Foti, docente al corso di giornalismo del secondo anno, che ha evidenziato come “non siamo più una società top-down, ma bottom-up, i consumatori vogliono trasparenza dall’informazione”.

Che sia dunque giunto il momento di fare qualcosa anche in Italia? La risposta l’hanno già data in Nord Europa e negli Stati Uniti, che da quasi dieci anni stanno sperimentando con successo il cosiddetto giornalismo costruttivo: un nuovo approccio al modo di realizzare articoli e contenuti editoriali che analizza anche le possibili soluzioni ai problemi descritti, invece di spettacolarizzarli. Il risultato è stato il recupero dell’audience perduta in vent’anni di cattiva informazione, come testimoniano The Guardian, BBC e New York Times, solo per citare i più noti.

Un approccio in arrivo anche in Italia grazie alla nuova iniziativa dell’Associazione Buone Notizie, che sarà rinominata Italian Constructive Media Association e porterà finalmente anche nel nostro Paese un programma di formazione per gli addetti ai media e una serie di eventi e iniziative per fornire al pubblico gli strumenti per riconoscere l’impatto che hanno i mass-media. L’iniziativa sarà annunciata nel mese di maggio su questo sito. Stay tuned!

The post Misurata anche in Italia la fiducia nelle istituzioni, nelle professioni, e nei media. Il giornalista viene dopo il parrucchiere… appeared first on BuoneNotizie.it.

Regali per la Prima Comunione, cosa regalare ai bambini e alle bambine

La Prima Comunione è un momento molto importante nella vita di un bambino. In occasioni come queste bisognerebbe rimanere concentrati sul significato di questo sacramento, ma l’importante è che sia il bambino o la bambina a essere focalizzati sulla cerimonia. Genitori e parenti invece hanno anche altro a cui pensare, dall’organizzazione del ricevimento o della festa per riunire la famiglia, ai regali per comunione.
Chi ha spazio e voglia di tribolare può organizzare il ricevimento a casa, magari affidandosi a un servizio di catering per evitare di doversi occupare di tutto. Anche se per le cibarie ci si può organizzare e potrebbe bastare solo una grande torta presa in pasticceria.

Se invece volete godervi il momento senza dover fare troppe cose la soluzione migliore è andare in un ristorante o un locale specializzato in cerimonie. Si spende di più, ma non bisogna fare nulla oltre che mangiare e divertirsi.
Per quanto riguarda i regali per la Prima Comunione invece la faccenda diventa più complessa, perché non ci sono dei doni immancabili o imprescindibili. Anzi, anche se ci fossero ci sarebbe il problema della “concorrenza” di tutto il parentado, con il rischio di fare regali doppi, tripli e perdere l’occasione di regalare qualcosa di originale.
Ma allora cosa regalare per la Prima Comunione?

In molti casi sono i bambini stessi a venirci incontro, difatti è abitudine creare una lista dei desideri, con tutto ciò che si vorrebbe ricevere in regalo. Con la lista diventa semplicissimo sapere cosa regalare alla comunione, anche se occorre un minimo di organizzazione per dividersi la lista con gli altri parenti.
E quando tutti i parenti si accaparrano delle voci della lista e a noi non rimane più nulla? In questi casi si fa quello che si farebbe nelle Comunioni senza la lista dei desideri. Ci si ingegna e si cerca qualcosa di bello da regalare senza affidarsi a consigli e suggerimenti.

Anzi, perché niente suggerimenti? Internet è una risorsa preziosissima per avere un aiuto in ogni situazione, anche quando servono delle idee regalo. In questo settore c’è un vero luminare, DottorGadget, lo specialista delle idee regalo e dei gadget originali che ha sempre qualcosa di interessante da proporre.
Quindi, quando vi servono delle idee per sapere cosa regalare per la comunione di un bambino o di una bambina, basta rivolgersi al Dottore.

Tra le sue proposte c’è sempre qualcosa di originale adatto per un bambino, anche per occasioni importanti come la Comunione. Senza contare che l’occasione importante non deve per forza richiedere regali esagerati, preziosi o costosi. L’importante è che i regali per la Comunione piacciano alla bambina o al bambino. E questo a prescindere da cosa avete deciso di regalare.

Quindi ogni volta che avrete bisogno di trovare qualcosa di adatto come regalo per Comunione non avrete più problemi. Ora sapete dove trovarli.

The post Regali per la Prima Comunione, cosa regalare ai bambini e alle bambine appeared first on BuoneNotizie.it.

A Cremona, idee per rendere l'”economia circolare” reale per le città

CREMONA, Italia – Il sabato mattina, gli abitanti di questa ordinata città di 72.000 persone si affollano in un ex mercato di frutta e verdura per donare vecchi vestiti e articoli per la casa o prendere un giocattolo o un libro usati.

I mercati dell’usato non sono nulla di nuovo, ovviamente. Ma quello qui, inaugurato un anno fa e conosciuto come Centro del RI-USO, è parte di una politica locale molto più ampia e lungimirante in materia di gestione dei rifiuti che cerca di ridurre ciò che i residenti buttano via e aumentare quello che viene riutilizzato e riciclato.

Cremona è diventata un banco di prova europeo per nuove idee per promuovere una “economia circolare” – un concetto che cerca di ridurre gli sprechi e prolungare la vita utile delle risorse. Solo negli ultimi due anni, Cremona ha aumentato la percentuale di rifiuti raccolti separatamente – necessari per il riciclaggio – dal 53% al 72%.

La città ha reso più facile il riciclaggio implementando la raccolta porta a porta. Questo è ancora piuttosto insolito in Italia – a Roma, i residenti devono portare la loro carta o il loro vetro in contenitori speciali per strada. Nel centro di Cremona, i residenti mettono la carta in cassonetti al di fuori dei loro edifici un giorno e plastica, vetro o rifiuti organici negli altri giorni. Veicoli di diverse dimensioni fanno i pick-up – veicoli più piccoli vengono utilizzati nelle strette vie del centro città.

 

Presso il Centro del RI-USO di Cremona, i residenti donano articoli per la casa indesiderati e acquistano giocattoli o libri usati. (Foto della città di Cremona)

 

Cremona sta anche testando l’introduzione di una tariffa sui rifiuti che non possono essere riciclati. In due quartieri, la città offre ai residenti bidoni della spazzatura arancione da 60 litri; più borse i residenti mettono fuori, maggiori sono le loro tasse di raccolta della spazzatura. L’idea è di inviare ai residenti un segnale di prezzo che li spinga a ridurre la quantità di materiale che buttano via.

“Il riciclaggio dei rifiuti non è solo una questione sociale, ma anche culturale”, afferma il sindaco Gianluca Galimberti, che ha fatto aumentare la quantità di rifiuti riciclati una priorità fondamentale sin dalla sua elezione nel 2014. “Il livello di rifiuti riciclati dice molto sulla comunità, la sua relazione con le cose e l’ambiente circostante. Questa è la ragione che ci ha spinto a lavorare sodo su questo obiettivo. E abbiamo ottenuto un risultato storico per la città, ponendo solide basi per ulteriori azioni verso un’economia circolare”.

Sforzo paneuropeo

Ridurre gli sprechi è una cosa seria a Cremona. C’è un vicesindaco incaricato di promuovere un’economia circolare qui, Alessia Manfredini. Lavora per promuovere cambiamenti comportamentali, come ad esempio separare correttamente i materiali riciclabili. E ha guidato i funzionari di Cremona nei tour dei centri di riciclaggio in tutta l’Italia settentrionale.

“Il confronto con altre città è stato importante per noi al fine di definire meglio le nostre strategie e azioni sul campo”, afferma Manfredini. Ha anche aiutato la città a connettersi con iniziative e flussi di finanziamento più ampi in tutta Europa, afferma.

Questo impegno locale verso il dialogo con altre città, università e centri di ricerca, ha spinto Cremona a guidare un progetto europeo più ampio sulle strategie di gestione dei rifiuti. Si chiama UrbanWINS ed è finanziato dalla Commissione europea. Lanciato a luglio 2016, il progetto sta analizzando le strategie attuali per la prevenzione e la gestione dei rifiuti in 24 città europee (Bucarest, Torino e alcuni comuni vicino a Roma sono tra le città pilota) con l’obiettivo di evidenziare i piani più innovativi.

 

Il sindaco di Cremona Gianluca Galimberti e il vicesindaco per l’economia circolare Alessia Manfredini hanno guidato la carica per ridurre gli sprechi nella città. (Foto della città di Cremona)

 

Il progetto triennale, che coinvolge anche reti globali come ICLEI – Governi locali per la sostenibilità, nonché varie università europee, ONG e l’Istituto italiano di statistica, studierà il “metabolismo urbano”. Cioè, vedrà come i materiali fluiscono attraverso le città e per cercare una migliore comprensione di ciò che viene prodotto, consumato e scartato.

L’obiettivo principale del progetto è quello di aiutare i governi locali a definire piani strategici più olistici che non solo gestiscano gli sprechi in modo più efficiente, ma impediscano in primo luogo che gli sprechi vengano creati. Uno degli strumenti che dovrebbe essere sviluppato è un modello che dimostra i flussi di materiali in diversi tipi di contesti urbani: grandi città, piccoli centri industriali o luoghi storici.

“Questo strumento è innovativo in Italia perché non si basa solo sull’analisi della quantità di rifiuti prodotti ma sul consumo di materiali”, afferma Livia Mazzà di Ecosistemi, consulente ambientale e partner scientifico di UrbanWINS. “Si rifletterà sulle fonti di produzione e promuoverà una comprensione più profonda sulla riduzione e il riutilizzo degli sprechi”.

Un altro strumento del progetto è promuovere un dialogo attivo sui rifiuti tra residenti locali e parti interessate. La gestione dei rifiuti in genere non è un tema importante per gli schemi di partecipazione pubblica in Europa. Ma a giugno, Cremona e altre città coinvolte nel progetto hanno ospitato il primo di numerosi dibattiti pubblici, anche online, su come i residenti percepiscono la gestione dei rifiuti e come possono essere migliorati.

Cambiare gli atteggiamenti

Cremona ha in programma di rendere l’agorà un forum permanente per il dialogo pubblico sulla gestione dei rifiuti. Tenere impegnata la comunità locale sarà una sfida, in particolare su un tema a cui molte persone preferiscono non pensare. Ma i funzionari qui sperano che il pubblico rimanga impegnato per continuare a sviluppare azioni concrete che migliorino la qualità della vita.

 

Cremona ha iniziato la raccolta del riciclaggio porta a porta, un servizio che rimane insolito in Italia. (Foto della città di Cremona)

 

Un’area di interesse è nelle scuole. Dal 2014, la città ha ospitato un concorso annuale chiamato Piccoli Passi. Ha lo scopo di promuovere comportamenti sostenibili tra studenti e amministratori. I piani di lezione sul riciclaggio iniziano ogni anno a marzo. A maggio, inizia una misurazione ufficiale del riciclaggio in ogni scuola. Le scuole sono classificate e i bambini delle scuole che ottengono il meglio ottengono dei premi. Un’altra parte della competizione per le scuole si concentra sulla riduzione degli sprechi alimentari nelle mense.

La città sta anche prendendo di mira gli sprechi alimentari nei ristoranti. In Italia, è raro che i clienti dei ristoranti portino a casa gli avanzi del loro pasto – è visto come un segno di fame o povertà. Quindi il cibo non consumato finisce nella spazzatura. Cremona sta lavorando per cambiare questo atteggiamento attraverso una campagna chiamata Tenga il resto”. La città ha distribuito 100.000 contenitori riciclabili a due dozzine di ristoranti, nella speranza di convincere i clienti che portare gli avanzi a casa è la cosa giusta da fare per l’ambiente.

 

Cremona sta riducendo gli sprechi alimentari incoraggiando i clienti dei ristoranti a fare qualcosa che è stato socialmente stigmatizzato in passato: portare a casa gli avanzi dal loro pasto. (Shutterstock.com)

 

Cremona sta anche cercando di rafforzare il ruolo del Centro del RI-USO, che è gestito da un gruppo comunitario chiamato Amici di Emmaus. È inteso non solo come mercato di seconda mano ma anche come incubatore per le pratiche di sostenibilità urbana. Ad esempio, ci saranno corsi di formazione per bambini e famiglie su come ridurre la quantità di materiali che consumano. Un gruppo che promuove gli acquisti di alimenti e beni prodotti localmente o attraverso le filiere del “commercio equo e solidale” ospiterà anche riunioni.

Il sindaco Galimberti dice che tutte queste strategie saranno necessarie per rendere l’economia circolare una realtà a Cremona. “Quello di cui c’è bisogno è un approccio multidisciplinare e sistemico”, dice. “Una comunità locale ben educata all’uso delle cose è una comunità che vive meglio”.

 

Articolo tradotto automaticamente da Google Translate. Link all’articolo originale.
Simone d’Antonio, Citiscope

Citiscope è una fonte di notizie senza fini di lucro che copre le innovazioni nelle città di tutto il mondo.
Altro su Citiscope.org

The post A Cremona, idee per rendere l'”economia circolare” reale per le città appeared first on BuoneNotizie.it.

Pugile americano con pantaloncini anti-immigrati sconfitto dal suo avversario messicano [VIDEO]

Sebbene i pugili abbiano tutte le buone ragioni per mettere il loro avversario al tappeto, Rod Salka ha dato al suo avversario un incentivo personale e politico quando è salito sul ring.

Per affrontare il pugile messicano Francisco Vargas, Rod Salka, boxer della Pennsylvania, indossava un paio di pantaloncini con disegnato un muro di mattoni con la scritta “America 1st” (prima l’America).

Il messicano ha tagliato subito corto, facendo cadere il suo avversario al sesto round. Tornato all’angolo del ring, Rod Salka ha preferito gettare la spugna, anche per le proteste provenienti dal pubblico.

Rod Salka wore “America 1st” and a wall pattern on his trunks against Mexican fighter Francisco Vargas, and ended up getting his ass kicked #boxing pic.twitter.com/CmNfIeU6X1

— Ryan Songalia (@ryansongalia) 13 aprile 2018

L’interminabile ricerca di costumi che diano spettacolo e di comportamenti stravaganti per generare interesse per questo sport sfocia a volte, purtroppo, in situazioni come queste: nel 2007 Floyd Mayweather, boxer americano, fu protagonista di un’esibizione altrettanto appariscente e insensibile contro Oscar De La Hoya, un ex pugile statunitense di origini messicane, vestendosi con un costume da mariachi da cartone animato.

Mayweather vinse quel match, ma con la perdita senza cerimonie di Rod Salka, coloro che cercheranno di trasformare un incontro di boxe in una guerra culturale forse si renderanno conto che dare al loro avversario un ulteriore incentivo del genere potrebbe non essere una buona strategia.

The post Pugile americano con pantaloncini anti-immigrati sconfitto dal suo avversario messicano [VIDEO] appeared first on BuoneNotizie.it.

Pagine