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Da oggi in Irlanda del Nord le persone dello stesso sesso possono sposarsi

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E’ entrata in vigore oggi nell’Irlanda del Nord la nuova legge che permette alle persone dello stesso sesso di sposarsi.

Il 13 gennaio 2020 sarà ricordato come un giorno storico per l’uguaglianza e i diritti LGBTQ nell’Irlanda del Nord. Da oggi infatti, al pari degli eterosessuali, anche le persone dello stesso sesso potranno accedere ai registri e iscriversi per sposarsi.

In realtà è già da ottobre che, dopo una lunga battaglia, vi è stata anche in questo paese la conquista di tale importante diritto civile ma solo da oggi le nuove norme, che riguardano anche la depenalizzazione dell’aborto, diventano operative.

Gli attivisti per i diritti degli omosessuali nord-irlandesi per far valere i propri diritti hanno sfruttato un vuoto di potere. L’emendamento al Northern Irland Act 2019, redatto dal deputato Conor McGinn e poi approvato dal Parlamento, obbligava il governo (che non c’era, il paese è infatti appena uscito da 3 anni di stallo politico) a legiferare sul matrimonio dello stesso sesso entro il 21 ottobre scorso. Se ciò non fosse avvenuto (e così è stato) sarebbe diventato legale dal giorno successivo (con entrata in vigore effettiva a gennaio 2020).

Da oggi, le coppie dello stesso sesso, potranno registrare il loro intento di sposarsi, con le prime cerimonie che si terranno il mese prossimo (le coppie devono infatti indicare la loro intenzione di sposarsi 28 giorni prima della data scelta).

Chi è già sposato altrove, vedrà ora legalmente riconosciuto il matrimonio anche nel proprio paese tuttavia, almeno in questa prima fase, coloro che sono già uniti civilmente non potranno chiedere la conversione in matrimonio.

In questa storica giornata, il paese si allinea con il resto del Regno Unito (l’Irlanda del Nord era rimasta la sola a non aver ancora legalizzato i matrimoni omosessuali come avevano invece già fatto dal 2014 Inghilterra, Scozia e Galles).

WE DID IT! ?????

Same-sex marriage now legal in Northern Ireland
https://t.co/39hrrMXgId

— Love Equality NI (@Love_EqualityNI) January 13, 2020

“Oggi è un giorno da celebrare per chiunque riconosca i valori dell’uguaglianza, dell’amore e del rispetto” ha commentato McGinn.

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Infarto, e se dipendesse anche dall’Escherichia Coli? La ricerca italiana che svela la complicità

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Che relazione ci può essere tra un batterio intestinale come l’Escherichia Coli e l’infarto? L’ha svelato un’importante ricerca italiana che apre la strada a nuove cure.

Un nuovo importante passo avanti è stato fatto per quanto riguarda i meccanismi che sono alla base della comparsa di infarto. Un team di ricerca della I Clinica Medica del Policlinico universitario Umberto I, guidato da Francesco Violi, ha infatti reso noti i risultati di un studio che mette in luce il ruolo dell’Escherichia coli in relazione all’infarto.

Questo batterio intestinale, secondo quanto scoperto, circola nel sangue dei pazienti con infarto e si concentra anche nell’arteria ostruita facilitando la crescita del trombo.

Come ha dichiarato il professor Violi:

“abbiamo avviato uno studio che è durato oltre 4 anni e scoperto che i pazienti con infarto acuto presentavano alterazioni della permeabilità intestinale e contemporaneamente il batterio E. coli nel sangue e nel trombo”

La ricerca è stata effettuata su 150 persone (50 con infarto in atto, 50 cardiopatiche e 50 sane). Il batterio è stato trovato solo nei pazienti con infarto acuto mentre negli altri, cardiopatici compresi, non era presente.

Questo è in linea con ricerche precedenti effettuate negli Stati Uniti che avevano trovato diversi batteri intestinali nel sangue di pazienti con infarto.

Il nuovo studio, pubblicato sulla rivista European Heart Journal, è importante in quanto apre la strada a nuove prospettive di cura farmacologica ma anche a una possibile prevenzione tramite sviluppo di un vaccino contro l’infarto.

Una parte successiva della ricerca, infatti, è riuscita a fermare l’infarto a livello sperimentale con una molecola specifica che impedisce all’E. Coli di legarsi con cellule immunitarie presenti nell’arteria dove si sta formando il trombo.

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Inaugurato a Pesaro un teatro acustico mobile dove ascoltare i suoni della natura

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Si chiama Sonosfera® ed è stato inaugurato pochi giorni fa a Pesaro. Si tratta di un teatro mobile davvero particolare, offre infatti la possibilità di immergersi nei suoni della natura circondati da splendide immagini delle foreste.

Sono ormai riconosciuti i benefici dell’ecoterapia, “terapia” alternativa che grazie al rapporto con la natura nelle sue tante sfaccettature (boschi, montagne, mare, ecc.) permette di migliorare il proprio stato mentale e fisico.

A Pesaro è possibile stare in qualche modo in contatto con la natura anche rimanendo in città. Parliamo della Sonosfera®, il primo teatro eco-acustico mobile inaugurato il 6 gennaio scorso, dove gli spettatori hanno l’opportunità di immergersi nei suoni della natura.

In questo speciale teatro si possono ascoltare “sinfonie” naturali come quella che producono le foreste equatoriali, il tutto accompagnato da contenuti audiovisivi. La Sonosfera® proporrà anche esecuzioni orchestrali delle opere di Rossini in un ambiente acusticamente perfetto.

Grazie alla coinvolgente esperienza sensoriale che offre, la struttura si presta bene ad essere utilizzata come strumento di divulgazione scientifica ma anche artistica e appunto ecologica. A progettarla è stato David Monacchi, docente di Elettroacustica presso il Conservatorio Rossini di Pesaro.

Si tratta sostanzialmente di una cavea circolare simile a un anfiteatro, alta sei metri e larga dieci, che si serve di quarantacinque altoparlanti posizionati intorno all’area dedicata agli spettatori, che creano un campo sonoro tridimensionale che assomiglia molto a quanto avviene nella realtà.

All’interno della struttura gli spettatori (massimo 60) si siedono e al buio ascoltano le registrazioni accompagnate dalle immagini.

Il teatro acustico si trova all’interno di Palazzo Mosca, sede dei Musei Civici, ed è parte integrante del patrimonio del Museo Nazionale Rossini. Ha la particolarità però di essere mobile e dunque, su richiesta, può esserer spostato altrove portando così i suoi contenuti musicali e visivi presso musei e istituzioni culturali di tutto il mondo.

Foto copertina: Alessandro d’Emilia 

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Macchinista e capotreno salvano cane randagio investito e in fin di vita sui binari in Salento

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Era stato investito da un treno in transito e giaceva agonizzante proprio accanto ai binari, ma la storia di questo cagnolone bianco ha un lieto fine: è stato salvato da un macchinista e il capotreno che hanno tempestivamente chiamato i soccorsi.

Succede nella tratta Lecce-Martina Franca gestita dalla ferrovie Sud Est. Il 9 gennaio scorso, un cane era stato investito da un treno in transito, ad accorgersi dell’animale agonizzante è stato per primo il macchinista del regionale 90718 partito da Lecce alle 14.36. Agonizzante e disteso per terra, il cane che stava nei pressi della stazione di Salice-Veglie, in Salento, alla vista dell’uomo aveva tentato la fuga, ma fortunatamente senza successo. Così macchinista e capotreno hanno attivato la macchina dei soccorsi. Sul posto sono arrivati Polizia Locale e i Carabinieri, oltre ai volontari dell’Ente Nazionale Protezione Animali e dell’associazione di volontariato San Francesco Amici degli Animali.

Il cane anziano e infreddolito, con la bava alla bocca e parzialmente paralizzata, è stato soccorso e portato in una struttura veterinaria di Trepuzzi, in provincia di Lecce, dove si trova attualmente, ma fuori pericolo.

Una storia che scalda il cuore, scrive Ferrovie del Sud Est su Facebook:

??? ?????? ??? ?????? ?? ?????Ha commosso proprio tutti il gesto di un nostro macchinista e di un nostro capotreno,…

Pubblicato da Ferrovie del Sud Est e Servizi Automobilistici su Lunedì 13 gennaio 2020

Ha commosso proprio tutti il gesto di un nostro macchinista e di un nostro capotreno, che il giorno 9 gennaio hanno salvato un cane, nei pressi dei binari ferroviari tra Lecce e Martina Franca.?
Grazie al buon cuore dei nostri due colleghi e alla macchina dei soccorsi che subito si è attivata, ora il nostro piccolo amico si trova al sicuro presso una struttura veterinaria, dove i veterinari si stanno prendendo cura di lui? Un bellissimo esempio di umanità e di empatia che ci rende ancora una volta fieri di avere con noi persone così

Ed effettivamente se non fosse per il cuore grande di queste due persone probabilmente per il cane non ci sarebbe stato più nulla da fare, piccoli gesti che ci fanno ancora sperare nel genere umano.

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Da Frida Kahlo a Rosa Parks: il bellissimo calendario 2020 dei bambini di Sassari che racconta i grandi del ‘900

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Ci sono Frida Kahlo e Rosa Parks, ma anche Falcone e Borsellino e Anna Frank. Un calendario 2020 molto originale quello realizzato dai piccoli alunni della 4a E della scuola elementare Pertini di Sassari.

L’idea è della maestra Antonietta Dore, mentre le foto sono state realizzate da Alessandro Zoppi. Il tutto fa parte di un progetto didattico che spiega la storia del Novecento ai bambini e li rende protagonisti. Non il classico calendario, insomma, ma foto che riproduzioni artistiche che ci ricordano le personalità della scienza, dell’arte, dello sport.
Tra i tanti ci sono Rosa Parks che ha fatto la storia della lotta per l’emancipazione degli afroamericani dopo essersi ribellata a un uomo bianco che voleva il suo posto sul bus. Ci sono poi i giudici Falcone e Borsellino, simbolo della lotta alla criminalità organizzata e ancora, le suffragette per il diritto al voto delle donne e Anna Frank indimenticabile mentre scrive il suo diario.

Uomini e donne che in luoghi diversi hanno segnato la storia grazie al loro coraggio e anticonformismo. E il calendario oltre a regalarci un pezzettino di storia, è molto di più: il ricavato andrà in beneficenza. Per maggiori informazioni contattare la scuola di Sassari, trovate i contatti QUI

Ecco una carrellata di foto

 

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I due bellissimi templi buddisti sospesi tra le nuvole, alle porte del cielo

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C’è un luogo disperso nel sud-ovest della Cina che solo a guardarlo fa venire i brividi. Non dalla paura ma dall’emozione. Un luogo magico dall’aura misteriosa, sospeso tra il verde della foresta e il bianco delle nuvole. È il Fanjingshan, o riserva naturale del monte Fanjing, nella provicina Guizhou, il più alto della catena montuosa Wuling, con i suoi 2.572 metri di altezza, dove vivono tutt’oggi moltissime specie di piante, alcune addirittura risalenti all’Era Terziaria, e animali, fra cui esemplari considerati a rischio.

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Would you travel a solid 48 hours one way just to see this mountainside temple in person? It took us a ridiculous amount of trains, buses, taxis and cable cars to get us here. But I don’t regret a single second of it.

A post shared by Kelsey Johnson (@heykelseyj) on Dec 3, 2019 at 8:10am PST

Non a caso nel 2018 è diventato Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, che l’ha classificato riserva della biosfera, unico ecosistema di foresta primaria che si è conservato quasi intatto a tale latitudine. Ma non è solo la bellezza naturale a contraddistinguerlo, perché il monte Fanjing è anche un luogo sacro.

I cinesi lo chiamano il bodhimaṇḍa (o “luogo di illuminazione“) del Maitreya Buddha, e su di esso sorgono numerosi templi antichi per pellegrini devoti, alcuni andati distrutti, altri ancora intatti. I primi costruiti in loco risalgono alla dinastia Tang, dal VII al X secolo.

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I’ll remember this moment forever. It took a painstaking 48 hours of travel to finally reach this unearthly location, only to see it emerge from the rolling clouds for a total of 60 seconds – but hey, 60 seconds is far better than zero. Would you make the trip?! ?

A post shared by JORD | TRAVEL PHOTOGRAPHY (@jordhammond) on Sep 20, 2019 at 8:49am PDT

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Fanjingshan, China. Red Clouds Golden Summit. 7664 feet up to the two temples. Beautiful and crazy high up! #temple #fanjingshan #china #redcloudsgoldensummit #7664feetup #breathtaking #beautiful #amazingfeatsofmankind

A post shared by Jason Koprin (@stymiez) on Aug 2, 2019 at 5:41am PDT

L’area più particolare di tutto il monte è la Nuova Cima dorata, “Red Clouds Golden Summit“, a 2336 metri sopra al livello del mare, che ospita sulla sommità il Tempio di Buddha e il Tempio Maitreya, collegati da un ponte di pietra.

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#fanjingshan #guizhou

A post shared by Lefty Qi (@leftysue_qi) on Nov 9, 2019 at 6:02pm PST

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梵净山 ? #buddhist #temple #dragonart #foggymorning #fanjingshan #china2019

A post shared by Patrick Edge (@edge.patrick) on Oct 24, 2019 at 2:04am PDT

I due templi si raggiungono attraverso una lunga scalinata composta da quasi 9000 scalini, un viaggio durissimo ma anche incredibile, ricompensato da un panorama mozzafiato, sospeso tra le nuvole. Si può proprio dire che siano due templi alle porte del cielo. Da vedere almeno una volta nella vita!

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Il suggestivo spettacolo del deserto del Sinai coperto di neve

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La neve nel deserto è un evento raro che porta con sé emozioni suggestive. Le immagini che vengono dalla penisola del Sinai lasciano, infatti, con il fiato sospeso. Qualche giorno fa, nel deserto egiziano le perturbazioni fredde hanno imbiancato i tetti delle case di Santa Caterina in Egitto. Un’atmosfera che è durata solo qualche ora perché queste perturbazioni sono solo di passaggio nel paese nordafricano.

Per poche ore, il tempo di qualche scatto, gli abitati hanno potuto sognare e rimanere estasiati da tanta bellezza.

Guardate che meraviglia in questo video:

Pubblicato da Ragab Eid su Giovedì 9 gennaio 2020

La magia dei paesaggi:

Pubblicato da Ragab Eid su Giovedì 9 gennaio 2020

Le foto sui social:

تساقط الثلوج على مدينة سانت كاترين بمحافظة جنوب سيناء مصر.#سانت_كاترين pic.twitter.com/9HltVNwIk8

— Rola kanafani (@Rolakanafani) January 10, 2020

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Pubblicato da Ragab Eid su Giovedì 9 gennaio 2020

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Quando i medici curano anche con le parole. Come un dottore ’empatico’ aiuta a guarire meglio il paziente

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A quanti di noi è capitato di trovarsi di fronte a un medico senza avere con lui una giusta lunghezza d’onda? In quanti ci siamo trovati afflitti non solo da una diagnosi ma anche e soprattutto dal modo in cui ci è stata data? Quello di cui avrebbe bisogno un paziente è in realtà una cosa davvero semplice: un accenno di conforto e parole soppesate. E non c’è bisogno necessariamente di avere “ferali notizie”: anche per semplici controlli di routine l’armonia col proprio dottore è di fondamentale importanza.

Tutta questione di empatia, insomma, quella che alleggerisce un carico spesso opprimente e dà la forza di combattere sin dal primo momento. Perché non è così scontato e non tutti se ne rendono conto, ma anche le parole pronunciate da un medico nel modo migliore e nel momento più adeguato scatenano una reazione a livello neurale e favoriscono comportamenti positivi da parte del paziente.

A dirlo sono alcuni scienziati italiani che in un recente studio sperimentale condotto dalla Fondazione Giancarlo Quarta Onlus in collaborazione con l’Università di Udine, Clinica psichiatrica Asuiud Santa Maria della Misericordia e battezzato “Fiore” (Functional Imaging of Reinforcement Effects), hanno osservato cosa succede nel cervello di una persona malata quando il medico parla, esplorando diversi stili comunicativi.

La relazione medico-paziente ha aspetti molto specifici: è limitata, asimmetrica, complementare, ritualizzata, con una contrattualità implicita e una centralità dell’obiettivodice Fabio Sambataro professore associato di Psichiatria all’Università degli Studi di Udine – pertanto, è difficile usarla come modello psicologico generale per lo studio dei circuiti sottostanti. Per osservare a livello neurale la risposta al soddisfacimento (o meno) di due bisogni relazionali – quelli di empatia e di attenzione –  escludendone altri aspetti specificatamente medici hanno quindi svolto lo studio su una trentina di volontari, non pazienti, monitorati tramite risonanza magnetica mentre svolgevano alcuni compiti, in modo da identificare le aree del cervello che si attivavano nelle diverse situazioni”.

Lo studio

La ricerca prende spunto dal progetto Ippocrates avviato dalla Fondazione Quarta Onlus con l’Istituto Nazionale Tumori di Milano e volto a individuare 5 aree di bisogno del malato cui corrispondono altrettanti comportamenti e stili comunicativi in grado di soddisfarlo.

Per esempio il primo è il bisogno di capire e in questo caso, secondo il modello Ippocrates, i comportamenti relazionali che hanno la più alta probabilità di efficacia sono di ordine razionale. C’è poi il bisogno di sicurezza nel futuro, cui è abbinato uno stile comunicativo improntato alla continuità, e ci sono poi il “bisogno di essere compresi emotivamente ed essere a proprio agio nella situazione” e il “bisogno di attenzione” Entrambe sono due aree di necessità emotiva e sono proprio quelle prese in considerazione dall’indagine Fiore.

L’ultimo del modello Ippocrates è il decidere, che porta a uno stile relazionale “di realizzazione” basato su specifiche indicazioni, suggerimenti, proposte e soluzioni.

Per questo studio, ricercatori hanno sottoposto a scansione cerebrale 30 persone sane (11 maschi e 19 femmine di età compresa tra i 19 e i 33 anni), mentre partecipavano a un test mirato. Il primo aspetto che è emerso è che tutti i gesti e le parole scelte dal medico producevano effetti sul malato.

Nello specifico, gli studiosi hanno individuato la presenza di determinate attivazioni cerebrali unite alle differenti modalità di argomento e comportamentali rispetto ai due specifici bisogni emotivi del paziente (comprensione emotiva e attenzione).

Ai partecipanti sono state poi mostrate delle vignette raffiguranti situazioni di aiuto/influenzamento e situazioni di riconoscimento/valorizzazione ed è stato loro chiesto di immedesimarsi nelle scene per esprimere apprezzamento per comportamenti più o meno conformi ai diversi stili di comunicazione.

Dai risultati è venuto fuori che i “comportamenti di valorizzazione attivano la sfera sensoriale e in particolare la corteccia visiva”, mentre “comportamenti di influenzamento stimolano le regioni del cervello collegate alla teoria della mente che, tra le altre cose, si traduce nell’acquisizione di comportamenti da parte della persona”.

Cosa vuole dire? Che quello che serve è solo una buona comunicazione, ferma, dolce e risolutiva, ma anche tanta tanta empatia e un briciolo di pazienza. Un malato ha la sensazione che la propria vita sia tutte nelle mani del proprio medico, per cui fare in modo che si stabilisca tra loro un legame di fiducia e, perché no, di leggerezza, può fare tantissimo nel corso delle cure che verranno.

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Spagna, crolla un parco giochi su un parcheggio a Santander. Nessuna vittima ma tanta paura

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Il peso della terra dovuto alla mole delle piogge degli ultimi mesi sono un mix potenzialmente letale tanto che a Santander, sulla costa settentrionale della Spagna, un parco giochi è letteralmente crollato alle 6.30 di questa mattina su un garage sottostante terrorizzando tutto il vicinato. Al momento non si ha notizia di vittime.

Secondo quanto riportano i media locali, si tratta infatti di un parco giochi per bimbi con tanto di campo sportivo situato al di sopra di un parcheggio sotterraneo di un complesso residenziale in località Nueva Montaña.

Il parcheggio ha una capacità di circa 500 auto e al momento non si contano feriti né vittime. Un autentico miracolo: vista la portata del crollo, si è davvero sfiorata la tragedia.

 Tuttora i cani della polizia stanno monitorando il parcheggio per assicurarsi che nessuno sia rimasto intrappolato lì, mentre in più, sul posto, sono state inviate ambulanze e automezzi dei vigili del fuoco, della protezione civile e della polizia. La zona è stata isolata e chiusa al traffico.

Ero a letto e ho sentito due esplosioni e una specie di terremoto”, ha raccontato una delle persone che si trovavano in uno degli edifici.

In effetti dev’essere stato un duro colpo e fortuna ha voluto che il crollo – dovuto con molta probabilità al peso della terra bagnata dalle eccessive piogge – capitasse in un orario in cui non si trovavano bambini a giocare.

HUNDIMIENTO
Desde las 06:30h estamos trabajando en la calle Francisco Tomás y Valiente de #Santander por hundimiento en garaje subterraneo.
Hay zonas acordonadas y personal del Ayuntamiento trabajando pic.twitter.com/o9nkgMHU22

— Bomberos Ayto. Santander (@BombSantander) January 13, 2020

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Sydney ringrazia i vigili del fuoco impegnati a spegnere gli incendi proiettando le loro foto sulle celebri vele dell’Opera House

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Thank you Firies”, “Grazie pompieri”, è il messaggio di immensa gratitudine nei confronti di coloro che giornalmente combattono gli incendi record in Australia già da tre mesi.

È la Sydney Opera House a firmarlo, il teatro dell’Opera, le cui iconiche vele sono state appositamente illuminate proprio per omaggiare il lavoro duro ed estenuante dei vigili del fuoco.

Luci e non solo: da sabato scorso a essere proiettate sono proprio le immagini di questi giorni terribili e dei loro protagonisti, le foto degli eroici vigili del fuoco, di una donna che abbraccia una volontaria e di un enorme cartello con su scritto “grazie”.

I vigili del fuoco hanno lavorato instancabilmente da quando la stagione degli incendi è iniziata nel mese di ottobre, una delle stagioni dei peggiori incendi della storia australiana.

Finora si contano 27 persone uccise e migliaia di case distrutte, per non parlare di tutta la fauna che sta morendo con oltre sette milioni di ettari di terra hanno bruciato negli incendi, senza considerare i timori che tali numeri aumentino poiché la stagione potrebbe durare fino a marzo.

Tonight, we are illuminating the Sydney Opera House sails to show our support for everyone affected by the Australian bushfires. We want to send a message of hope and strength, and importantly to thank the emergency services and volunteers for their incredible efforts and courage pic.twitter.com/QGrRbRlDMh

— Sydney Opera House (@SydOperaHouse) January 11, 2020

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Australia: finalmente domato l’incendio più grande, si attende la “bomba d’acqua” che potrebbe finalmente spegnere le fiamme

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I devastanti incendi che da settembre a oggi stanno interessando le regioni meridionali dell’Australia sembrano avere finalmente le ore contate.

I pompieri del Nuovo Galles del Sud hanno infatti affermato di essere riusciti domare uno dei maggiori incendi nell’area montuosa dei Gospers, a nord-ovest della periferia di Sydney. In questa zona, le fiamme bruciavano in modo incontrollato da tre mesi, durante i quali sono andati distrutti circa 8mila km2 di terreni.

Inoltre nel paese sono previste imminenti e intense piogge che dovrebbero mettere la parola fine all’incubo che gli australiani stanno vivendo da mesi.

I vigili del fuoco australiani, stremati dopo mesi di durissimo lavoro, tengono le dita incrociate e aspettano insieme alla cittadinanza la “bomba d’acqua” annunciata dal Bureau of Meteorology del Nuovo Galles del Sud.

“Se le previsioni sulle precipitazioni si concretizzeranno, avremo tutti i regali di Natale, compleanno, fidanzamento, anniversario, matrimonio e laurea riuniti in uno. Dita incrociate”, ha scritto il NSW Rural Fire Service su Twitter

If this @BOM_NSW rainfall forecast comes to fruition then this will be all of our Christmas, birthday, engagement, anniversary, wedding and graduation presents rolled into one. Fingers crossed. #NSWRFS #nswfires pic.twitter.com/R9VfD0bqu2

— NSW RFS (@NSWRFS) January 12, 2020

La bellissima notizia, che ci auguriamo venga confermata, arriva dopo circa quattro mesi di incendi che hanno causato la morte di almeno 27 persone, oltre a spazzare via più di 2.000 abitazioni.

Building Impact Assessment teams continue assessing damage to properties. This season 2,162 homes destroyed, and over 24,000 buildings saved. 1,246 homes have been lost since 1 Jan. This figure is likely to increase as teams continue to work through the area. #nswrfs #nswfires pic.twitter.com/np4rrhgwma

— NSW RFS (@NSWRFS) January 13, 2020

Le fiamme hanno percorso le aree boschive del Sud dell’Australia sfuggendo al controllo dei pompieri, a causa del clima particolarmente secco e dei forti venti.

Negli ultimi mesi, gli incendi devastanti hanno bruciato circa otto milioni di ettari di terreno, soprattutto foreste di eucalipti e savana, e provocato la morte di almeno un miliardo di animali selvatici, domestici e d’allevamento.

Normalmente in questo periodo nella zona di Sidney si registrano mediamente 102 millimetri di precipitazioni, mentre ad oggi si sono verificate piogge per poco più di 6 millimetri.

L’emergenza per ora non è ancora rientrata, poiché ci sono ancora circa un centinaio di incendi attivi, di cui 40 non ancora contenuti.

At 8:30pm there are 111 bush and grass fires burning across NSW, all at the Advice alert level, with 40 not yet contained. While it's been pleasing to hear of rain falling across parts of the state today, many of these fires will still take some time to fully contain. #NSWRFS pic.twitter.com/ZtF2IgDzkc

— NSW RFS (@NSWRFS) January 12, 2020

Da oggi però e per i prossimi giorni si prevede l’arrivo del ciclone Claudia che porterà abbondanti piogge nelle regioni occidentali dell’Australia e che si spera si estenda anche a Sud del paese. Se così fosse, i vigili del fuoco riceverebbero un enorme aiuto nel domare i devastanti incendi ancora attivi.
Teniamo dunque le dita incrociate per l’Australia e per tutti gli australiani.

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La petizione: «Salviamo i boschi dal saccheggio»

Il Cambiamento - feed -

Sono cittadini ed esperti i promotori del gruppo che ha lanciato una petizione per chiedere che la gestione del patrimonio boschivo passi dal Ministero per le attività produttive al Ministero dell'ambiente e che si fermi «il saccheggio» che sta mettendo a rischio ecosistemi e territori. Li abbiamo intervistati.

Lasciano il lavoro per fondare una startup che salva i prodotti ortofrutticoli brutti ma buoni

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Si chiama “Bella dentro”, nome che è tutto un programma la startup creata da Camilla e Luca, giovane coppia che ha deciso di lasciare un lavoro sicuro per un progetto importante: quello di salvare i prodotti ortofrutticoli scartati solo per il loro aspetto estetico.

Marito e moglie, entrambi 31enni, hanno deciso di dedicare i loro sforzi per evitare gli sprechi alimentari, in particolare quelli di frutta e verdura scartate solo perché non rispettano alcuni standard estetici quando in realtà sarebbero perfette per essere consumate.

“Sprechi basati su canoni puramente estetici e non qualitativi, che creano un danno enorme agli agricoltori, all’ambiente e alla nostra economia” scrivono sul loro sito.

Una scelta molto coraggiosa dato che entrambi avevano un posto fisso, Luca lavorava in una multinazionale a Ginevra mentre Camilla si occupava di pubblicità per una casa editrice.

Dopo aver cambiato vita, girano a bordo della loro Ape Car salvando la frutta e la verdura e fino ad ora hanno già evitato lo spreco di 45 tonnellate di prodotti ortofrutticoli, tutti di provenienza italiana. E lo fanno partendo dal capo della filiera, ossia le aziende agricole stesse. Come ha raccontato Camilla in un’intervista:

“I produttori vengono sempre ignorati da certi grandi dibattiti sul mondo alimentare. Ma sono quelli che rischiano di più. Per questo ci battiamo non per il fine vita, ma per tutto quello che riguarda il raccolto: uno spreco di cui la gente non parla”.

L’azienda “Bella dentro” è nata nel 2018 ma le vendite sono iniziate solo ad aprile dello scorso anno. Inizialmente, come rodaggio, la coppia si limitava a comprare gli ortaggi che sarebbero stati scartati e poi li rivendeva in giro per Milano.

Un modo anche per fare attività di comunicazione e sensibilizzazione, per far capire a più persone possibili quanto in realtà siano naturali questi difetti e quanto la qualità vada oltre le apparenze.

Da allora il loro mercato è aumentato e anche alcuni ristoranti si riforniscono da Bella Dentro, oltre che gente comune che li cerca tramite il sito o direttamente. E’ stato inaugurato da poco anche un laboratorio che trasforma frutta e verdura. Come ha raccontato Camilla:

“Nel Lodigiano ci siamo appoggiati a una cooperativa sociale che coinvolge ragazzi autistici. Abbiamo comprato i macchinari per fare anche gli essiccati di frutta e verdura. Abbiamo trovato un piccolo punto vendita a Milano che vogliamo aprire in primavera. L’Ape rimane per consegne e far conoscere i prodotti”

Niente così viene sprecato e le persone che acquistano hanno anche un buon vantaggio dato che i prodotti costano circa un 20% in meno rispetto al prezzo che avrebbero nella grande distribuzione.

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Scoperta nella via Lattea l’onda da cui nascono le stelle

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La nursery delle stelle che formano la via Lattea è a forma di onda: un gruppo di ricerca dell’Università di Harvard ha scoperto una struttura mai vista prima da cui potrebbero nascere tutte le nuove vite celesti della nostra galassia.

È gassosa, monolitica (unico “pezzo”) e a forma di onda la struttura più grande mai vista nella nostra galassia, ed è composta da vivai stellari interconnessi: l’eccezionale scoperta trasforma una visione vecchia di 150 anni di vivai stellari vicini in un “unico” filamento ondulato che si estende trilioni di miglia sopra e sotto il disco galattico.

Lo studio è stato condotto con una nuova analisi dei dati raccolti nel corso della missione Gaia dell’Esa, avviata nel 2013 con l’obiettivo di misurare con precisione la posizione, la distanza e il movimento delle stelle e che, molto recentemente, ha trovato le stelle più antiche della nostra galassia.

L’approccio innovativo del team di ricerca ha combinato i dati estremamente precisi inviati dal satellite con altre misurazioni per costruire una mappa 3D dettagliata della materia interstellare nella Via Lattea, ricostruendo uno schema inaspettato nel braccio a spirale più vicino alla Terra.

I ricercatori hanno scoperto in particolare una struttura lunga e sottile, lunga circa 9000 anni luce e larga 400, con una forma ondulata, ampia circa 500 anni luce sopra e sotto il piano ideale del disco della nostra galassia.

L’onda, soprannominata ‘Radcliffe Wave’ in onore della base di origine della collaborazione, il Radcliffe Institute for Advanced Study, include molti dei vivai stellari che si pensava facessero parte della ‘Cintura di Gould’, una banda di regioni che formano le stelle che si ritenevano fossero orientate in un anello attorno al sole.

“Nessun astronomo si aspettava che vivessimo accanto a una gigantesca raccolta di gas ondulata o che formasse il braccio locale della Via Lattea – spiega Alyssa Goodman, coautrice del lavoro – Siamo rimasti completamente scioccati quando ci siamo resi conto per la prima volta di quanto sia lunga e diritta l’Onda, guardandola dall’alto in basso in 3D e quanto sia sinusoidale se vista dalla Terra. La sua stessa esistenza ci sta costringendo a ripensare la nostra comprensione della struttura 3D della Via Lattea”.

È stata osservata la più grande struttura di gas della nostra galassia, organizzata non in un anello ma in un enorme filamento ondulato. Il Sole giace a “soli” 500 anni luce dall’Onda nel suo punto più vicino. Mai prima d’ora era stata visualizzata.

Solo una stupenda curiosità? Come (quasi) sempre, no.

“Lo studio delle nascite stellari è complicato da dati imperfetti – spiega a questo proposito Douglas Finkbeiner, anche lui attivamente coinvolto nella ricerca – Rischiamo di sbagliare i dettagli, perché se sei confuso sulla distanza, sei confuso sulle dimensioni”.

La missione Gaia ha permesso di superare molti di questi ostacoli, ricostruendo con risoluzione mai raggiunta prima d’ora quasi 2 miliardi di stelle in 3D. Ed è ancora grazie a Gaia che si può pensare ora di formulare ipotesi sempre più attendibili sull’origine dell’Universo rintracciando la loro “nursery” con una precisione impossibile prima.

Chi siamo? Da dove veniamo? Domande ancora irrisolte, ma con risposte sempre meno impossibili.

Il lavoro è stato pubblicato su Nature.

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Cover: Alyssa Goodman/Università di Harvard via The Harvard Gazette

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Allergia ai cani: la causa scatenante potrebbe essere una proteina presente solo nei maschi

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Novità per chi soffre di allergia ai cani. A monte del problema potrebbe esserci una proteina presente solo nei maschi, in particolare nell’urina, nella saliva e nei peli, che si diffonde facilmente nell’aria quando l’animale si gratta o si muove, e che si deposita su vestiti, mobili o moquette. Ad annunciarlo un gruppo di ricerca del Brigham and Women’s Hospital di Boston (Usa).

Alcuni studi indicano che i nostri amici a quattro zampe possono addirittura proteggerci dalle allergie, ma purtroppo possono anche scatenarle, così come ogni agente o sostanza presente sul nostro Pianeta. Le reazioni ai cani e ai gatti sono mediamente diffuse, colpendo tra il 10 e il 20% della popolazione mondiale, con dati che appaiono in crescita.

D’altro canto è piuttosto improprio parlare di allergia al cane (o al gatto) perché non è tutto l’animale a scatenare le reazioni avverse, ma molto probabilmente una o più sostanze da lui prodotte e rilasciate nell’ambiente. Lo studio appena pubblicato ne individua una in particolare.

Fino al 30% delle persone con allergia al cane può essere allergico a una sola proteina chiamata Can f 5 (proteina della prostata, quindi maschile) e queste persone possono essere in grado di tollerare le femmine” spiega a Mother Nature Network Lakiea Wright, coautrice della ricerca.

Lo studio è stato condotto in particolare praticando punture e test sulla pelle di 22 adolescenti con allergie ai cani, verificando le reazioni alle proteine ​​Can f 1, 2, 3 e 5 da peli di cani sia maschi che femmine e scoprendo che i volontari con sensibilità a Can f 5 avevano reazioni diverse a peli di cani maschi e femmine.

I risultati suggeriscono che i soggetti affetti da allergia a quella specifica proteina potrebbero essere in grado di tollerare le femmine, così come i maschi sterilizzati che per la loro condizione non la producono.

Ma è necessario fare attenzione.

“Molte persone sono allergiche a più di una proteina. È importante parlare con il proprio medico quando si sospetta di avere un’allergia al cane. In base alla propria storia clinica, il medico deciderà quale test è appropriato”.

Un allergologo inizierà poi chiedendo informazioni sulla storia medica e quali sintomi si manifestano quando si entra in contatto con gli animali domestici. Ma a questo punto è utile tenere traccia delle eventuali differenze riscontrate in presenza dei cani maschi (sterilizzati e non sterilizzati) e delle femmine.

Il lavoro è stato pubblicato su The Journal of Allergy and Clinical Immunology: In Practice.

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#NOEVOOLOWCOST:  la petizione per vietare l’uso dell’olio extravergine come prodotto ‘civetta’ dei supermercati

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Una professoressa del Dipartimento interdisciplinare di medicina dell’Università di Bari ha da poco lanciato una petizione in cui si chiede di vietare la vendita sottocosto dell’olio extravergine. Le sue motivazioni sono da prendere seriamente in considerazione.

Si chiama “Stop all’olio extravergine di oliva come prodotto civetta dei supermercati” la petizione lanciata da Maria Lisa Clodveo, docente di Scienze e Tecnologie Alimentari, su Change.org. Questa, rivolta direttamente alla ministra delle Politiche agricole alimentari e forestali, Teresa Bellanova, e al sottosegretario alle Politiche agricole, Giuseppe L’Abbate, chiede di vietare l’utilizzo di olio evo come prodotto civetta dei supermercati.

I cosiddetti prodotti civetta sono quelli che appaiano nei volantini della grande distribuzione in prima pagina in quanto fortemente scontati, una specie di specchietto per le allodole per i consumatori che arrivano al supermercato attirati dalle offerte ma che poi acquistano anche prodotti a prezzo pieno (sui quali il supermercato ha un margine di guadagno decisamente maggiore).

Ma perché sarebbero da vietare le offerte sull’olio extravergine di oliva? Lo spiega la professoressa stessa nel testo della petizione:

“Utilizzare l’olio extra vergine di oliva come prodotto civetta è uno strumento di ‘disinformazione’ per il consumatore medio e costituisce una ‘aggressione’ per l’economia agroalimentare italiana. È necessario esigere una legge che vieti di utilizzare l’olio extravergine sui volantini allo scopo di influenzare il comportamento dei consumatori senza considerare le conseguenze ed i danni arrecati alla filiera olivicola olearia nazionale”.

E poi continua:

“NO EVOO LOW COST è un motto che sintetizza un concetto semplice: L’OLIO EXTRA VERGINE DI QUALITÀ A BASSO PREZZO NON ESISTE! Chi pensa di poter comprare un prodotto buono e che fa bene a pochi spiccioli è un ingenuo”.

Il problema dunque sta nel fatto che il consumatore medio è convinto che si possa comprare un buon olio evo a prezzi bassi e di conseguenza non sarà più disponibile a pagare il prezzo giusto e sostenibile per un prodotto davvero di qualità.

In parole povere, se il consumatore si abitua ad acquistare olio evo a 3 euro al litro, per gli oli a prezzo pieno e magari di alta qualità per origine, composizione, valore nutrizionale, ecc. sarà sempre più difficile guadagnare fette di mercato e chi li produce sarà costretto a chiudere bottega, ad abbassare il prezzo anche se non potrebbe, o peggio ancora, ad abbassare la qualità.

Un vero e proprio danno all’economia agricola italiana e a tutto il settore dell’olio.

“Svendere l’olio extra vergine significa svilire migliaia di anni di storia, cultura, tradizione e gastronomia che hanno plasmato il paesaggio della nostra penisola, e condannare gli oliveti all’estinzione, perché una coltura che non fornisce il ‘giusto’ reddito ai ‘custodi’ della biodiversità, gli olivicoltori, non ha i requisiti di sostenibilità sociale, economica e ambientale. All’estinzione dell’olivicoltura seguirà la chiusura dei migliaia di frantoi sparsi sul territorio italiano”.

Per risparmiare pochi euro, ed avere tra l’altro un prodotto spesso di discutibile qualità, vale davvero rischiare uno scenario di questo tipo? Per le oltre 1500 persone che hanno già firmato la petizione in pochi giorni, NO!

Potete fimare la petizione QUI. #NOEVOOLOWCOST

 

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Erba invece che ghiaccio sul Monte Everest a causa del riscaldamento globale. Lo studio

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Sull’Everest a raccogliere le margherite? Sembra incredibile ma uno studio scientifico condotto dal un gruppo di ricerca dell’Università di Exeter (Regno Unito) ha rivelato come nell’area attorno alla vetta (e in tutto l’Himalaya) stia crescendo erba invece che ghiaccio. Gli esperti attribuiscono il paradossale fenomeno al riscaldamento globale. Ancora.

Gli scienziati hanno utilizzato i dati satellitari per misurare l’estensione della vegetazione che cresce tra la linea del suolo e quella nevosa in una vasta area dell’Himalaya. Anche se non si sa molto su questi ecosistemi remoti e difficili da raggiungere, costituiti da piante a bassa statura (prevalentemente erbe e arbusti) e neve stagionale, lo studio rivela che attualmente tali strutture naturali coprono da 5 a 15 volte la zona abitualmente occupata dai ghiacciai permanenti e dalla neve.

In particolare sono stati analizzati i dati raccolti dal 1993 al 2018 dai satelliti Landsat della NASA, misurando piccoli ma significativi aumenti della copertura della vegetazione su quattro fasce di altezza da 4.150 a 6000 metri sul livello del mare, con una tendenza più forte nell’aumento della copertura vegetale nella fascia 5.000-5.500 m.

In realtà il lavoro non ha esaminato le cause del cambiamento, ma i risultati sono coerenti con la modellistica che mostra un declino delle ‘aree limitate dalla temperatura’ (dove le temperature sono troppo basse per far crescere le piante) nella regione dell’Himalaya a causa del riscaldamento globale.

Foto: Global Change Biology

Inoltre altre ricerche avevano già suggerito che gli ecosistemi himalayani sono altamente vulnerabili ai cambiamenti di vegetazione indotti dal clima, tanto che un inquietante studio recente ha previsto come almeno un terzo degli enormi giacimenti di ghiaccio della catena montuosa dell’Asia è destinato a sciogliersi a causa del riscaldamento globale con gravi conseguenze per quasi 2 miliardi di persone.

“Sono state fatte molte ricerche sullo scioglimento dei ghiacci nella regione dell’Himalaya, incluso uno studio che ha dimostrato come il tasso di perdita di ghiaccio sia raddoppiato tra il 2000 e il 2016 – spiega a questo proposito Karen Anderson, coautrice del lavoro – É importante monitorare e comprendere la perdita di ghiaccio nei principali sistemi montani: gli ecosistemi di vegetazione al limite con la copertura nevosa coprono un’area molto più ampia della neve e del ghiaccio permanenti”.

Il pericolo esiste ed è causato anche dalla nostra scarsa conoscenza di come questa vegetazione moderi l’approvvigionamento idrico.

“La neve qui cade e si scioglie stagionalmente, e non sappiamo quale impatto avrà il cambiamento di questi ecosistemi vegetali sul ciclo dell’acqua, vitale perché questa regione (nota come ‘torri d’acqua dell’Asia’) alimenta i dieci più grandi fiumi in Asia”.

Sono necessari studi dedicati a questa problematica, dunque, come confermato dagli scienziati, ricordando anche come  la regione interessata si estenda in tutto o in parte in otto Paesi, dall’Afghanistan ad ovest al Myanmar ad est e come più di 1,4 miliardi di persone dipendano dall’acqua proveniente da questi bacini.

Foto: Global Change Biology

Lo studio è stato pubblicato su Global Change Biology.

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Cover: Karen Anderson/Università di Exeter

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Estratta da una pianta messicana una sostanza in grado di bloccare alcuni tumori

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SVC112 è una molecola “come tante” estratta da una pianta ma ha un importante potere in più: distrugge le cellule staminali tumorali, quelle che innescano e favoriscono la crescita di alcuni tipi di cancro. Lo ha dimostrato in laboratorio e in studi preclinici un gruppo di ricerca del Cancer Center dell’Università del Colorado (Usa).

La SVC112 è stata oggetto di una lunga ricerca e già aveva dato ottimi segnali di proprietà antitumorali, come per il cancro del colon-retto (in studi preclinici). Ora è chiaro il meccanismo di azione e promette davvero di diventare la base di futuri farmaci selettivi e quindi con minori effetti collaterali delle attuali terapie.

La molecola viene estratta dalla Bouvardia ternifolia, una pianta che cresce in Messico e in tutto il sud-ovest del continente americano, quindi purificata in laboratorio (processo chimico messo a punto dalla start-up farmaceutica SuviCa con sede nello stato Usa del Colorado).

Gli esperimenti condotti e recentemente annunciati mostrano che la SVC112 attacca le cellule tumorali staminali (CSC), in particolare di alcune forme di cancro alla testa e al collo, rallentando la produzione di proteine utili alla loro diffusione.

“Le proteine ​​sono la chiave per avviare programmi genetici nelle cellule. Sono loro che “dicono” al tumore “Ora cresci, ora rimani, ora metastatizzi”. E quelle proteine ​​sono chiamate fattori di trascrizione”, spiega a questo proposito Antonio Jimeno, coautore del lavoro.

Le CSC sono una sottopopolazione di cellule tumorali che, come le cellule staminali sane, agiscono come fabbriche, producendo cellule che costituiscono la maggior parte del tessuto di un cancro. Sfortunatamente, queste resistono spesso a trattamenti come radio e chemioterapia e possono sopravvivere per ricominciare la crescita tumorale al termine del trattamento. Rappresentano dunque un target perfetto per sconfiggere veramente alla radice la malattia.

“Molti gruppi hanno collegato la produzione di fattori di trascrizione alla sopravvivenza e alla crescita delle cellule staminali tumorali, ma gli inibitori finora sviluppati si sono rivelati troppo tossici, con molti effetti collaterali – dichiara Tin Tin Su, che ha collaborato alla ricerca – I nostri studi suggeriscono che questa sostanza potrebbe avere invece avere molti vantaggi rispetto a quelle esistenti, inibendo la sintesi proteica in un modo del tutto diverso ed è per questo che siamo entusiasti”.

I risultati sembrano davvero promettenti, perché, inibendo solo l’1% delle cellule tumorali staminali, si riduce significativamente tutta la popolazione di cellule cancerose: è come sparare alla torre di controllo senza necessità di intervenire su tutta l’organizzazione generata, che si distruggerà “da sola” di conseguenza.

Siamo comunque ancora ben lontani dall’avere una terapia dimostrata sugli esseri umani. La sperimentazione farmaceutica passa per molti passaggi, ma, stando a quanto dichiarato dagli autori, ci sono le basi per ottenere l’autorizzazione a testare la sostanza sui malati. Sperando, comunque, che migliorino sempre di più anche le strategie di prevenzione e di diagnosi precoce.

Lo studio è stato pubblicato su Cancer Research.

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Sicilia, Molise e Urbino tra le 52 destinazioni da visitare nel 2020 secondo il New York Times

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Anche per il 2020 il New York Times ha stilato l’elenco dei posti migliori da visitare nel corso dell’anno appena iniziato. Tra le 52 mete di viaggio è presente anche l’Italia con le regioni Sicilia e Molise e con la città di Urbino.

La classifica delle destinazioni del New York Times, redatta ogni anno da esperti di viaggi, ha messo stavolta al primo posto Washington, città che quest’anno festeggia i 100 anni del diritto di voto alle donne. Ma un posto di tutto rispetto in classifica (7°) ottiene anche la nostra Sicilia, premiata per le iniziative turistiche all’insegna della sostenibilità oltre che per le sue tradizioni culinarie e per la presenza dell’Etna.

Il prestigioso quotidiano americano segnala iniziative come “EtnAmbiente”, un’app lanciata nel 2019 per aiutare cittadini e turisti a fotografare e denunciare l’inquinamento ambientale.

Ma il nostro bel paese ritorna poi con il Molise in 37esima posizione. Su questa regione anche il New York Times ci scherza su scrivendo: “non ne avete mai sentito parlare? Non sentitevi in imbarazzo” ma poi continua consigliandola per il suo essere tradizionale e incontaminata allo stesso tempo. Da visitare, secondo gli esperti, aree archeologiche come Saepinum, le coste pulitissime e le montagne della transumanza, diventata lo scorso anno patrimonio Unesco.

Vi è poi Urbino (51esima posizione), luogo di arte e storia, inserito in occasione del 500esimo anniversario della morte di Raffaello, celebrata nella sua città natale con una mostra presso la Galleria Nazionale delle Marche. Ma non è solo questo, la piccola città marchigiana, segnala il New York Times: “ha tutto quello che ha la Toscana ma alla metà del prezzo e con la metà dei turisti“.

Qui trovate l’elenco completo di tutte le destinazioni in classifica e le motivazioni per cui sono state scelte.

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È morto Shozo Uehara, sceneggiatore di Goldrake, Capitan Harlock e Ken il guerriero

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Lutto nel mondo dei cartoni animati. E’ scomparso all’età di 82 anni Shozo Uehara, sceneggiatore di capolavori quali Goldrake, Capitan Harlock e Ken il guerriero.

Chi è nato negli anni ’80 (ma non solo) sicuramente avrà amato i cartoni animali giapponesi tra cui quelli sceneggiati da Shozo Uehara, una vera e propria leggenda del settore.

Di Okinawa, classe 1937, Uehara è considerato uno dei “papà” di Goldrake, Capitan Harlock, Go Ranger e Ken il guerriero, dato che ha firmato decine di episodi di queste serie.

La sua carriera, dopo gli studi universitari ad Hachioji, era iniziata nella Tsuburaya Productions, dove scrisse alcuni episodi di Ultra Q, una serie collegate alla saga di Ultraman. Negli anni ’70 passa alla Toei Company dove si dedica in particolare a sviluppare storie di robot. E’ da qui che escono capolavori come Goldrake a soprattutto Capitan Harlock (storia di un pirata spaziale) di cui Uehara ha sceneggiato i primi 20 episodi.

Ora l’artista giapponese ci ha lasciati all’età di 82 anni a causa di un tumore al fegato. La morte in realtà è avvenuta il 2 gennaio ma la famiglia ha mantenuto il riserbo fin dopo la celebrazione (privata) dei funerali.

L’ingegno di quest’uomo non verrà mai dimenticato e con l’occasione possiamo riascoltare le indimenticabili sigle dei suoi successi più famosi.

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