Il significato della felicità - di Watts Alan

 Questo libro apparve la prima volta nella primavera del 1940, proprio quando la seconda guerra mondiale si scatenava in tutta la sua violenza. Nonostante il fatto che fosse pubblicato in quell'ora infausta e che il suo titolo gli desse tutta l'aria di un tipo di "letteratura d'ispirazione" quanto mai lontana dal suo contenuto, Il significato della felicità è rimasto "esaurito" per molti anni, durante i quali ho ricevuto ripetute richieste perché fosse ripubblicato.

Ho esitato a soddisfare questa domanda, perché sotto tanti riguardi le mie idee hanno superato di molto la filosofia di un libro scritto quando avevo appena ventiquattro anni. Tuttavia questo libro e un altro ancora più vecchio, "Lo spirito dello Zen", continuano a essere i preferiti di molti lettori. In ogni caso, a parte certe immaturità di stile e di strutturazione, come pure di certe linee di svolgimento, il tema essenziale di questo libro è, per me, valido e importante come sempre. Esso ha continuato come l'insight fondamentale di tutto ciò che ho scritto successivamente, libri in cui mi sono sforzato di esprimerlo nei termini di una varietà di differenti "linguaggi" filosofici e religiosi.

Contenuto di questo tema è la realizzazione della "felicità" nel senso aristotelico e tomistico del vero fine o destino dell'uomo, nel qual senso felicità significa unione con Dio o, per dirla in termini orientali, armonia con il Tao o moksha o nirvana. Il punto su cui ho insistito in molti e differenti modi è, in breve, che questo speciale e supremo ordine di felicità non è un risultato che si raggiunga mediante l'azione, ma una realtà che si consegue mediante la conoscenza. La sfera dell'azione può esprimerla, non acquistarla.

L'esposizione di questo tema comporta un certo numero di peculiari difficoltà logiche e psicologiche. Da un punto di vista rigorosamente logico, le parole in cui questo tema è enunciato non significano nulla. Nei termini delle grandi filosofie orientali, l'infelicità dell'uomo è radicata nel sentimento di angoscia che si accompagna alla sensazione di essere un individuo isolato o "Io", separato dalla "vita" o "realtà" totale. D'altro canto, la felicità - un senso di armonia, completezza e interezza - viene con la percezione che quel senso di isolamento è un'illusione. Infatti quella che si avverte come coscienza separata, individuale, è identica a quella universale e indivisa Realtà di cui tutte le cose sono manifestazioni.

Il significato della felicità spiega che l'equivalente psicologico di questa dottrina è uno stato della mente chiamato "accettazione totale", un dir sì a tutto ciò che sperimentiamo, l'accettazione senza riserve di ciò che siamo, di ciò che sentiamo e conosciamo in questo e in ogni momento. Dire, come nel Vedanta, che " Tutto è Brahman" è dire che questo intero universo deve essere accettato. Per dirla diversamente, in ogni momento noi siamo ciò che sperimentiamo e non ci sono possibilità concrete di essere altri da quelli che siamo. La saggezza, perciò, consiste nell'accettare ciò che siamo, piuttosto che nel lottare senza frutto per essere qualcos'altro, come se fosse possibile fuggire dai propri piedi.

Ma, se non è possibile fuggire dai propri piedi, non è neppure possibile corrergli dietro. Se è impossibile fuggire dalla realtà, da ciò che è ora, è ugualmente impossibile accettarla o abbracciarla. Non puoi baciare le tue labbra. Logicamente parlando, l'idea di. accettare la propria esperienza nella sua totalità non significa nulla. Infatti "sì" ha senso solo in relazione a "no", così che, se dico "sì" a tutto, la parola cessa di avere un contenuto. Eliminare ogni valle significa sbarazzarsi di ogni montagna. Grazie alla stessa logica non ha neppure senso dire "Tutto è Brahman", perché le affermazioni applicate alle nostre esperienze non aggiungono nulla alla nostra conoscenza. Quando ho detto che questo intero universo è la vita, la realtà, il Tao o Brahman, ho detto semplicemente che tutto è tutto!

E' facile, allora, essere concordi con il recensore di questo libro, il quale disse: "La montagna ha partorito un topo". Ma incappava in un piccolo errore. Non vi era ombra di topo. E in questa formidabile inezia sta il vero significato del libro - il significato che si nascondeva fra le righe, perché non poteva essere espresso con le parole. Infatti fra le righe c'è la carta, apparente vuoto o nulla, su cui le parole sono stampate e che è affatto essenziale al loro stato di stampa. In un senso piuttosto analogo, la Realtà o Brahman è la base essenziale di ogni cosa ed esperienza. Se dico che c'è carta sotto ogni parola stampata su questa pagina, si potrebbe forse pensare che io voglia dire pressappoco questo:

Sotto ogni parola stampata su questa pagina c'è:

Carta Carta Carta Carta Carta Carta Carta Carta Carta
che non è né sensato né vero.

ome le parole non possono "esprimere" la carta sottostante, perché la carta non è un'altra parola, così la logica non può esprimere la Realtà. Nella logica le parole non significano nulla, se non descrivono particolari esperienze. Ma, come la carta non è una parola, così la Realtà o Brahman non è una particolare esperienza.

L'affermazione "Tutto è Brahman" non ha senso, se si ritiene che "Brahman", come la maggior parte delle altre parole, denoti una speciale esperienza. Tuttavia, se Brahman non è cosa che si possa sperimentare, perché parlarne? Non sto forse dicendo un sacco di parole su qualcosa di cui non so nulla? Qui sta tutta l'essenza del topo non-esistente partorito dalla montagna. Non conosco Brahman esattamente come non vedo la vista. Se sono la Realtà, non posso coglierla. La vita, il Tao, che è l'esperienza di questo e di tutti i momenti, non posso né fuggirla né accettarla. Ogni tentativo di fuggire la vita o di accettarla è un circolo vizioso, una vera assurdità, come cercare di conoscere la conoscenza, sentire il sentimento o bruciare il fuoco.

E' solo quando lo cerchi che lo perdi. Non puoi afferrarlo, né puoi sbarazzartene; mentre tenti di fare l'uno o l'altro, se ne va per la sua strada. Te ne stai zitto e parla; parli e se ne sta zitto.

Ecco, dunque, ciò che milioni di esseri umani tentano di fare rendendosi infelici. Il parto della montagna rappresenta il fantastico sforzo dell'uomo di cogliere il mistero della vita, di trovate Dio, di raggiungere la felicità, di impadronirsi dell'Essere assoluto, eterno. Stringe il pugno. Cerca ciò che non ha mai perduto. Soffoca trattenendo il respiro.

Questa assurdità è possibile solo sulla base del sentire che "io" sono una cosa e la "vita" o "realtà" un'altra, che il conoscente è separato dal suo atto conoscitivo, dal conosciuto. Questo libro suggerisce un'accettazione totale dell'esperienza a mo' di ciò che il Buddhismo chiama upaya: un espediente per produrre un risveglio. La speranza è che nel tentativo di accettare totalmente la vita si scopra, non in teoria soltanto, ma concretamente, che "chiunque vorrà aver salva la vita, la perderà", perché si tenta l'impossibile compito di amare se stesso. La psiche dell'uomo medio che tenta di impadronirsi saldamente e permanentemente della vita, che della sua psiche è l'essenza, è stretta in una morsa di tensione. Il tentativo di "accettare" la vita stringe la morsa fino al punto in cui la stessa impossibilità del compito ne rivela l'assurdità.

Quando ci si rende conto di ciò concretamente e, ripeto, non in teoria soltanto, ecco entrare in essere quello stato di liberazione o affrancamento dall'autotensione, che è il significato del moksha e del nirvana, ed ecco il Tao, il potere creativo della vita, scorrere liberamente, non più bloccato dal tentativo di farlo ritornare su se stesso.

Scritto tanto tempo dopo il libro, questo è forse più un epilogo che una prefazione, e il lettore farà bene a riandarci dopo ciò che lo segue nello spazio delle pagine, ma lo precede nel corso del tempo.

Accademia Americana di Studi Asiatici, San Francisco, 1952. ALAN W. WATTS

Prefazione dedicata a profani e specialisti.
I libri che parlano della felicità sono generalmente di due tipi. Ci sono quelli che ci dicono come diventare felici cambiando le nostre condizioni, e quelli che ci dicono come diventare felici cambiando noi stessi. Dopo di che, se tali libri non sono pura filosofia, passano, gli uni e gli altri, a dare consigli pratici quanto ai modi e ai mezzi con cui si può raggiungere la felicità, descrivendo una tecnica spirituale, psicologica o materiale per ottenere il risultato desiderato.

Questo libro non rientra in nessuna di queste due categorie, poiché il suo autore crede che la felicità, la felicità più profonda, trascenda la sfera di qualunque tecnica esistente sotto il sole. Sebbene affermi che questo libro è strettamente pratico, non vi si nomina una sola cosa che si possa fare per diventare felici. Naturalmente si domanderà: "Se non c'è nulla che si possa fare a sé o alle proprie condizioni per diventare felici, a che scopo scrivere un libro per enunciare una conclusione così grama?". Ma la conclusione non è grama.

Per dirla in parole povere, è possibile in un certo senso diventare felici senza far nulla per diventarlo. Non arriviamo al punto di dire che, senza saperlo, l'uomo è già più felice di quanto abbia mai immaginato. Ovviamente questo non è vero, sebbene poco ci manchi. Infatti questo libro si prefigge di provare agli uomini e alle donne qualcosa su se stessi quali sono ora, cosa che, se bene intesa, immediatamente crea la felicità più grande che l'uomo possa conoscere. Con ciò non si intende uno stato di puro agio emotivo o gaiezza, ma piuttosto un'esperienza interiore dello spirito che persiste pur attraverso la sofferenza più profonda.

Poiché questo libro è scritto principalmente per i profani, l'autore spera che gli sarà perdonato il fatto di ricorrere piuttosto frequentemente a due branche della conoscenza che sono di solito lo speciale dominio degli eruditi, vale a dire: la filosofia dell'Asia antica e certi aspetti della psicologia moderna. Egli ha perciò dovuto impiegare non pochi termini speciali, perché la lingua inglese non è sempre sufficientemente in grado di esprimere certe idee in parole semplici e chiare senza confusione ed equivoci deplorevoli.

Confida, perciò, che tali termini siano sufficientemente spiegati, ma chiede che si tenga presente che ogni essere umano parla una lingua diversa e che talvolta pare come se le parole fossero fatte per nascondere i pensieri. Ora accade spesso che lo specialista, filosofo o psicologo di professione, si compiaccia dell'uso preciso delle parole, e questo mi fa temere che talvolta troverà questo libro quanto mai irritante, perché adopera parole il cui significato è perfettamente chiaro all'uomo-della-strada", ma assolutamente oscuro al filosofo. Prendiamo, per esempio, parole come "vita", "natura", "amore", "fato", "anima". Esse sono state usate liberamente, perché sono parole vive, le quali, se lette senza ipercritiche sofisticherie, possono significare più di tanti termini speciali. Pertanto si vedrà che l'autore ha cercato di tenersi a mezza strada fra le due oscurità del semplicismo e del tecnicismo.

Forse qualche orientalista o psicologo si lamenterà che le sue ricerche siano state grossolanamente impiegate e fraintese in alcune delle conclusioni che ne sono state tratte. Potrà sembrare che la stessa sorte abbiano subito vari aspetti della teologia cristiana, ma per coloro che desiderano investigare più da vicino le fonti originali, il libro riserva alla fine note con indicazione di "capitolo e versetto". C'è ancora un'altra cosa da dire tanto per i profani quanto per gli specialisti e in particolar modo per i recensori. Ciascun rapitolo di questo libro è una introduzione all'ultimo, dal cui argomento dipende l'intera validità del tema centrale e indipendentemente dal quale non potrebbe essere giudicata.

Infine l'autore desidera ringraziare il dottor Charles G. Taylor di New York per i suoi consigli durante la preparazione di un'importante sezione del manoscritto e il reverendo Sokei-an Sasaki per aver permesso all'autore di consultare la sua traduzione di un testo altrimenti inaccessibile.

New York, Gennaio 1940. ALAN W. WATTS